Il peso delle parole

Le parole sono pietre, sono mattoni, sono armi, ali, frecce, imbuti; sono ponti, sono bombe, sono coltelli, sono fili, che cuciono, uniscono, sono fobici che lacerano, separano. Le parole sono potenti.

Non a caso in greco antico “parola” è indicata dalla stessa espressione che significa “ragione” e che contraddistingue l’uomo, assumendo anche una valenza filosofica articolata e complessa: λόγος (lógos). Stessa radice del verbo λέγω (légο), che significa “scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare”.

Quindi il legame tra la parola e il pensiero è strettissimo, anzi, si identifica e si sovrappone ad esso.

Per quali affascinanti e talvolta incomprensibili meccanismi linguistici in italiano sia passata la derivazione dal greco παραβολή, parabolè, attraverso il latino parabŏla, e poi paràula nel volgare non stiamo qui ad indagare.

Resta il fatto che la parola rappresenta l’elemento basilare della comunicazione verbale, l’unità minima di trasmissione ed espressione dei concetti. La parola è, al tempo stesso, instabile, fragile, frutto di continua manipolazione, soggettivizzazione, distorsione e incomprensione. La parola è di per sé fraintendibile, interpretabile, oggetto di continua metamorfosi.

Nonostante questa sua fragilità, rimane lo strumento di comunicazione più potente che esiste al mondo. È questo è un fatto.

Non ci credete? Pensate che siano solo gargarismi intellettuali di gente che passa la giornata a arzigogolare sul nulla? Roba da linguisti e glottologi e nulla più? Errato. Basta fare qualche prova pratica, velocissima, e tutto appare chiaro.

Mettiamo che due persone si incontrano e una dice all’altra, che ne so: “ti amo”. Cambia qualcosa? Oppure: “ti lascio”. Che accade? Ti licenzio, sei assunta, hai un cancro, sono tuo padre, o mille e mille altre piccolissime parole che hanno il potere di cambiare la vita delle persone. Stravolgerla anche. Con così poco: due o tre paroline, che muovono un mondo e innescano dei cambiamenti, accendono azioni.

Le parole sono micce.

È una cosa incredibile e ogni volta che ci penso mi si riempie il cuore di meraviglia, quello stesso cuore che una parola può far brillare di felicità oppure svuotare, spegnere, strizzare fino a fare male. Per così poco, per una parola: ci pensate? È una cosa straordinaria, secondo me.

Ma non esistono solo le parole dette, quelle è vero assumono il peso maggiore, più importante, quelle sono piccole guerriere operose, opliti che armano l’esercito della vita.

Ultimamente mi capita molto spesso di riflettere anche sulle parole meno fortunate, quelle NON DETTE, quelle OMESSE, TACIUTE, DIMENTICATE, che restano a vagare senza trovare un fiato coraggioso che le esprima, che le faccia esistere strappandole al loro limbo di incompiutezza. Per distrazione, negligenza, trascuratezza, per orgoglio.

Quante – e quali – sono le parole che non diciamo? Molto spesso sono quelle che riteniamo semplicemente “scontate”, pensando che non serva pronunciarle, o ripeterle. Perché?

Le parole non sono un UNA TANTUM, qualcosa che detto una volta basta per sempre.

Ecco un’altra caratteristica della parola: è importante coltivarla, ripeterla, rinnovarla, arricchirla, inserirla in diversi contesti, momenti. Si rischia altrimenti che resti al buio, che si opacizzi, si spenga, perda forza, che come tante cose della vita “sia scaduta”. Ma le parole scadono? Un’altra bella domanda. Temo di sì. E quanto dura una parola? Questa forse è più facile: una parola dura il tempo in cui si rende necessario ripeterla. Ecco quanto dura. Questo tempo però è soggettivo, non è uguale per tutti. E qui nascono le difficoltà, nei rapporti, tra le persone.

E dove finiscono le parole non dette? A volte le immagino, galleggiare nell’aria senza meta, inquiete, irrisolte perché non dette, come fantasmi senza posa in un limbo senza tempo. Una parola non detta, non scritta, esiste ugualmente? Una parola non espressa, che resta muta, vale? E quanto? Lo stesso? No. Purtroppo non può valere lo stesso. Eppure esiste, da qualche parte, anche lei. E aspetta, perché può sempre capitare che un giorno succeda anche a lei il miracolo di essere scelta, e pronunciata, di abbandonare il limbo e prendere forma.

Se è vero che tacere è un’arte, una pratica che dovremmo perseguire più spesso, è altrettanto importante capire che le parole vanno dette. Quelle necessarie almeno, quelle che servono a nutrire un rapporto, di qualsiasi genere esso sia: d’amore, d’amicizia, di parentela, di lavoro o di collaborazione. A volte anche una parola detta a uno sconosciuto può assumere un grande valore. Inaspettato. Altra caratteristica meravigliosa della parola: la capacità di creare stupore. Di accendere una fiamma, che resta, anche dopo che si è spento il fiato che le ha dato vita. Che sembra breve, un attimo, i pochi secondi che servono per pronunciarla, eppure il suo effetto continua a risuonare, lavora, scava, crea, demolisce, nella mente di chi la riceve.

Le parole non sono tutte uguali, alcune sono malefiche, portano dolore, distruzione, altre illuminano, danno speranza, accendono i cuori. Bisogna fare molta attenzione, nella scelta delle parole, perché una volta detta, una parola non torna indietro, come una freccia arriva dritto al suo bersaglio, e non la puoi fermare, non le puoi impedire di fare il suo centro.

La parola è λόγος, per tornare ai greci, è pensiero, è ragione, è VITA.

La parola fa la differenza. Ecco il suo peso, il vero valore; è diverso, dirla una cosa o non dirla.

Con buona pace dell’universo, perché sono tante, delle parole non dette, ogni volta che una di loro viene “scelta” e abbandona il limbo per prendere vita, si accende una fiamma. Che continua a brillare.

Un Sanremo che cura poco (e che poco si cura delle donne)

Eh sì quest’anno l’ho guardato anche io Sanremo, forse è stata la prima volta in cui l’ho seguito davvero e con più attenzione, ovvio che non sarei credibile spacciandomi per esperta critica musicale profonda conoscitrice della kermesse più attesa dell’anno. Tuttavia, avendoci fatto le due di notte per vedere la conclusione, sento di potermi arrogare il diritto di dire qualcosa anche io – visto tra l’altro che al tempo dei social lo fanno tutti.

Tanto per cominciare è stata una bella serata, perché ci ha offerto l’occasione di riunirci a casa di amici per guardare (sentire si sentiva poco) e più che altro commentare cantanti, look, presentatori e presentatrici, ospiti e via dicendo. Quando un evento funziona da aggregatore sociale, unendo trasversalmente generazioni diverse, è sempre una bella cosa, a mio parere. E questo il primo punto. Da lì a fare “un prodotto”, come dicono quelli che ci capiscono, di qualità e di livello, che veicoli messaggi importanti, che ri-porti al centro la valenza professionale e la potenza evocativa dell’arte di fare musica in un’epoca in cui tutti sanno dicono scrivono – e ovviamente cantano – ce ne corre.

Ecco dunque il bastone, dopo la carota: un po’ sono occasioni perse, queste in cui c’è la possibilità di arrivare nelle case, e nelle menti, di così tante persone – stiamo parlando di 13,4 milioni di spettatori mica bruscolini – diretti come missili se non le si sfruttano e colgono per “fare la differenza”. E io la differenza non l’ho vista, son sincera, ho visto piuttosto una rassicurante e confortante conferma, specchio di una società che certe cose le vuole dire, le vuole vedere, un pochino, il giusto dai, solo per poter dire che le ha dette e viste ecco (e ce le hanno messe proprio tutte eh). Perché “si deve”. Nulla più.

Ma andiamo per ordine, prima i cantanti, dato che dovrebbe essere la musica protagonista di questo festival no? Questo temo a tratti sia un po’ sfuggito, ma insomma forse anche no. Perché se nella cinquina di finalisti abbiamo Cristicchi, Brunori, Lucio Corsi che è stato forse la vera “rivelazione” di questa edizione mi sta bene. Peccato che c’è Fedez, per dirne uno, sul quale mi taccio che è meglio, peccato che Giorgia, signora indiscussa per classe e per voce, è stata esclusa dalla cinquina dei finalisti anche se consolata dal premio “TIM” e più che altro dal pubblico, che forse alla fine è anche il riconoscimento più bello che un’artista può ricevere. Forse è anche giusto che a vincere sia un ragazzo di 23 anni con un nome e un look improbabili che parla di un tema improbabile (la nostalgia che poi anche in italiano è un’altra cosa da quello che canta lui, ma insomma non stiamo a scendere nella semantica che mi pare eccessivo sennò) ma decisamente “fresco”, largo ai giovani in questo caso ha funzionato, anche se questo risultato credo abbia fatto storcere la bocca a molti.

Dicevo contenta per Lucio Corsi, invece, un ragazzo che sa cantare, e sa suonare, intanto, e non mi pare cosa scontata in quel circo lì, che ha saputo porre con leggerezza e originalità un tema, questo sì, di grande impatto anche sociale, non solo per i più giovani: un elogio della fragilità e dell’imperfezione, posto con la cifra vincente dell’umiltà e dell’ironia. Tanto di cappello. Andarsi bene per come si è, anche senza essere “duri”, eroi, tatuati, muscolati, vestiti di pelle nera, con catenazzi, piercing e occhiali scuri, quelli con “troppo sole” per dirla proprio con Lucio. Insomma quasi tutti gli altri partecipanti, almeno maschili, mentre la componente femminile faceva a chi ce l’ha più grosse, più pompate e più scoperte (scegliete voi se le tette, le labbra o anche gli zigomi). Ops, scusate sto divagando, scivolando pericolosamente su un altro terreno. Mi fermo che è meglio.

Di musica me ne intendo poco, la ascolto molto, questo sì, ma quello che mi sento di dire è non più di quanto detto, felice per questi personaggi che ho citato – bellissimo il testo della canzone di Cristicchi che ha avuto il merito, anche se non originale, ci aveva già provato Ruggeri (escluso da Amadeus) con la bellissima canzone “Dimentico” qualche anno fa, di parlare di un tema drammatico quanto attuale, quello della “cura” verso i genitori e gli anziani che tornando “piccoli” ci costringono a fare i conti con la nostra di piccolezza.

Due parole le voglio dire invece sulle conduzioni, e qui mi sento di essere meno lusinghiera. Non mi ha convinto Carlo Conti, non l’ho proprio trovato all’altezza, ancora meno soddisfatta delle conduttrici femminili, a parte ammirare il coraggio e la classe di Bianca Balti, anche questo un messaggio importante, non ho visto professioniste, non ho visto nessuna fare la differenza, per tornare su questo tema. Ho visto una serie di vestiti strabilianti – alcuni molto belli altri meno – portati a spasso su un palco, talvolta anche goffamente, da manichini poco disinvolti perfino nella lettura del testo che scorre sul monitor, nessuna padronanza di quel palco, né tantomeno, della comunicazione, che a mio avviso ne esce svilita e perdente. Come la figura e il ruolo professionale della donna del resto, ecco alla fine lo voglio dire, che non mi è piaciuto come è stato portato su quel palco (ah tra l’altro i cinque finalisti tutti uomini, anche questo un caso?), questa sì che è stata una grande occasione persa, quella di poter mostrare che le donne, ma come gli uomini del resto, nel mondo della musica, dell’arte, della comunicazione devono avere talento, che spicca, che spacca, che buca, che fa la differenza, che illumina, che dice ai giovani e non solo eccomi, io ce l’ho fatta, anche se sono un fragile, come dice Lucio, ma ci ho creduto, mi sono impegnato, con fatica, con dedizione, con coraggio, con ironia e lucidità, perché credo in quel che sono e che valgo, seppur diverso da quello che ci impone questa società rimpolpata di silicone.

Per tornare alla carota, perché solo bastone fa davvero troppo radical-chic che non mi appartiene per nulla, l’ho guardato volentieri questo Festival, devo confessare in realtà che ho visto solo tre serate su cinque, ma le canzoni le ho ascoltate tutte e attentamente. Mi piace il fatto che unisca, divida, che faccia discutere, appassionare, che sia l’occasione – anche se non sfruttata a pieno e al meglio s’è detto – di parlare (anche) di tumore, di malattia mentale, di demenza senile e vecchiaia, di depressione, ma anche d’amore, ovvio, di cuoricini, di figli, della vita, in tutte le sue sfumature, vissuta, immaginata, cantata, condivisa.

Io intanto rimango dell’idea che un bravo artista, che si occupi di musica, di scrittura, di pittura, deve fare la differenza, per me la differenza a questo giro l’ha fatta avere una voce, una classe, una presenza e una professionalità come quella di Giorgia, o un talento ironico potente nella sua iconica fragilità di Lucio. Tutto il resto è noia…(incluso e soprattutto l’insopportabile spiegone dell’Albertone Angela, ecco l’ho voluto dire).

La storia di Amore e Psiche, spiegata ammodino

C’era una volta una phya strepitosa di nome Psiche, lo so è un nome un po’ di merda però tutto non si pole ave dalla vita, anche perché – come se non bastasse esse phya – era anco ricca e nobile, figlia di re, e ultima di tre sorelle (che erano decisamente più bruttine).

Venere, intendo la dea, che era la più phya di tutte si sa, figuriamoci cosa ci poteva ave da esse invidiosa delle donne mortali, ma essendo comunque una femmina era piena di fisime, aveva paura gni rubasse r primato di bellezza, e così si fissa con questa fanciulla e decise di falla leva di torno ar su figliolo, altro phyo tremendo, ma non proprio sveglissimo (e anche qui vale r principio che tutto non si pole ave). E così lo chiama e gni dice: “Senti nini, piglia un popo’ le tu freccine e falla innamora d’un mostro, vedrai abbassa le penne” (che poi da dì ar su bimbo che c’aveva l’ali è anche una ‘osa bruttina, ma vabbe’ anche Venere c’aveva delle gran doti, ma quando Giove distribuiva la senZibilità era a fa la fila per le tette).

Amore, ovvero Eros o Cupido, anche qui su nomi sorvoliamo che è meglio, parte ubbidiente alla su mamma, che per l’amore del cielo sennò poi chi la regge, ma quando la vede bella esagerata a quer modo si ‘onfonde e cosa fa, quel bischero? Con la freccia magica s’infilza un piede e addio: piglia una botta soda per la fanciulla, altroché dalla a’ un mostro: la vole ma ner su letto, quel popo di manzo vispo!

Ner mentre i genitori della ragazza s’erano preoccupati di consulta l’oracolo che era un po’ come r divino Otelma all’epoca, che gni consiglia senza dubbio d’abbandonalla da sola in cima a un dirupo, perché come genero gni toccherà “un feroce, terribile, malvagio drago alato” (per usa le parole precise di Apuleio, che era algerino giunto a Roma cor barcone, ma il latino lo sapeva alla perfezione e fece anche una certa carriera, ora non vi sto a spiega perché e percome sennò ci si fa notte, ad ogni modo i romani erano così e un gli importava granché se eri affriano, anzi).

InZomma la ca’ano lì, poveraccia, sperando così di elimina r problema del genero mostro, popo di furboni, ma Amore ormai era in fissa forte e con l’aiuto del libeccio (Zefiro per l’acculturati) la stiocca dritta dritta ner su letto. E lì un c’è Santi, è r su campionato: zobano tutta la notte roba da un sape come fa a raccontallo.

Infatti, gni dice ner buio lui a lei dopo sedici amplessi: “Tesoro, non lo devi dì a anima viva, mi raccomando“. Gni garantisce che vivrà nel lusso e nella bambagia, tutte le notti rumba che Rocco Siffredi levete proprio, ma dovrà sta zitta muta e, cosa più importante di tutte, mai accendere la luce! Nein! Verboten! Ar buio e uci. Guai a chiede di vede in ghigna ir su amante, ti garba tromba bimba? E allora zitta e ubbidisci. Non è che con quelle cose sulla parità di genere a quel tempo andassero forti forti, ma del resto si sa, la donna è così da millenni: curiosa e disobbediente (pensate a Eva, che un ha dato retta a Dio, per dire, a noi fa cosa ci dicono l’omini c’è sempre garbato poino).

Ad ogni modo, lei dice sissivabbene, un ti preoccupa Amore (di nome e di fatto) zitti zitti e ar buio pesto. Poi però una notte gni sussura: “Tesoro Amore, mi garba tanto sta con te, ma mi sento un po’ sola a giornate sane vi dentro, vorrei tanto rivede le mi sorelle…e gni mette il labbrino, e ciuci ciuci bao bao; insomma alla fine lo convince, non vi sto a spiega come, tanto s’è capito. E allora fa veni quelle du serpi delle su sorelle che invidiose marce, a vede tutto quer bendiddio e a senti che tromba come i panda prima der WWF, gni dicono: “Mah se’ondo noi r tu omo è un mostro orribile“… “Diamine, sfregiato ner volto”… “Sissì, un serial killer, vedrai una di queste notti ti fa fori e ti butta da qualche parte”, che poi era una cosa che allora usava, e che purtroppo non si può certo dì che un succeda più.

Allora Pische va tutta ner pallone e, convinta da quelle du arpie, una notte, dopo avello stancato bene bene, prende un ber pugnale e una candela per vede il su sposo in ghigna e poi accortellallo ner sonno.

E invece, toh, resta senza fiato dalla bellezza di quel popo di gnocco addormentato con l’ali e tutto r resto, che una roba così un l’aveva mai vista in vita sua, ar punto che gni trema anco la candela, si incrina e gni casca una goccia d’olio sulla spalla di lui. Che si sveglia tirando un moccolo, ovvero offendendo quarche su parente stretto, e poi va su tutte le furie perché lei gl’ha disubbidito.

La povera Psiche piange e strepita, urla e si trappa i capelli che pare uscita dar maniomio di Vorterra, gni s’attacca ai ginocchi, ma lui nulla: sdegnato vola via e la ca’a lì da sola: “D’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa” (sempre per dilla con Apuleio, per farvi capì che un invento nulla).

Lei allora si dispera a tar punto che tenta di levassi dar mondo in vari modi con le su stesse mani, perché senza di lui la su vita un ha più senZo, ma gli dei tutte le vorte la ripigliano per i capelli, perché poverina fa pena a tutti, disperata a quella maniera, ma nessuno se la sente di intervenì perché: primo tra di loro c’hanno delle regole, e poi anda a pesta i piedi proprio a Cupido non è cosa per nessuno. Comunque c’è da dì che le donne con le pene d’amore son sempre state veramente un disastro.

Per seguita: tra un tentativo di suicidio e un pianto, alla fine la poveretta decide di partì, per fa cosa direte voi? O allora, gni prese così. E gira gira, si raccomanda a tutti gli dei in tutti i templi che trova, finché un entra in quello di Venere, che poi sarebbe la su socera che, perfida come tutte le socere ci mancherebbe, alla fine decide di dagni una mano, ma prima di fagliela paga bene bene, povera crista.

Comincia cor digni di fa dei mucchietti tutti uguali con delle granaglie, ma seeee bonaaaa! quella piange e piange un è bona nemmeno a pricipia, ma l’aiutano le formi’e e issati. Prima prova fatta. Poi deve tosa le pe’ore in un pascolo celeste, ma anche qui se un l’aiutava una canna (non da fuma eh, anche se a un certo punto il sospetto devo dì viene) un ci cavava nulla, ma alla fine la spunta anche cor gregge divino. Popo di fortunata, se si vole dì fortuna, perché quando sei phya a quer modo una mano lo trovi chi te la da, vai. Poi, terza prova, deve raccoglie l’acqua in cima a una rupe con le pareti tutte lisce e qui l’aiuta l’aquila di Giove, perché s’era rotto i coglioni anche lui delle idee der cavolo della su moglie (e poi ovvio gni garbava di morto anche a lui la su norina, hai visto mai poi ci scappasse varcosa). Ma Venere, stinfia come po’e non contenta di tutto, alla fine dove la manda? All’Inferno, ma no per modo di dire eh. Per davvero.

“Vai da Proserpina – gni dice – e rubale un po’ della su bellezza e portamela”.

Con questa cosa della bellezza c’era un tantino fissata va riconosciuto, Venere, menomale un c’erano i chirurgi plastici allora sennò a diventà come Moira Orfei gni ci voleva un attimo.

Insomma, all’Inferno Psiche un ci vole anda, lagna a destra e a manca e allora cosa fa? Borda si vole butta giù da una torre! Ma niente oh, di mori un se ne parla: la torre stessa l’aiuta nella missione, la bimba va all’Inferno e torna che pare pagata, con una bella ampollina con dentro la bellezza di Proserpina (ah se non sapete chi è Proserpina arrangiatevi da soli perché un è che vi posso spiega tutto io, popo di gnoranti).

E insomma, lei bellina bellina che torna dall’Inferno con la su ampollina nelle manine…indovinate un po ‘cosa combina? Bravi! L’apre! L’avreste fatto anco voi lo so, le donne di siuro e infatti…

E lì la nostra curiosona piomba in un sonno profondo che Biancaneve e La bella addormentata nel bosco a confronto facevano una penichella postprandiale.

A questi punti Eros, o Cupido, non ne pole più. Tutto il creato che gli rompe le palle a digni ma ti rendi conto che popo di merda sei? Quella disgraziata è lì che tu madre la tormenta e pur di riavetti è andata anco all’Inferno, che è una cosa che si sente solo nelle canzoni di Cocciante e te? Stai qui a lisciatti le piume come la Berte.

“Sì ma de – fa lui ar su amio Mercurio – è possibile che un regge neanche il semolino lei lì? Bella è bella, a letto uno stianto, ma è curiosa come una scimmia e poi se gni dici di un fa una ‘osa vai tranquillo che tempo due la fa”.

“O cosa voi – gni risponde lui che è un dio multiforme in tutti i senZi – è una femmina si sa, a te ti garbano parecchio lo dovevi mette ner conto!”.

E in effetti sfinito dalle polemi’e, Amore-Eros-Cupido si convince e intenerito, e più che arto parecchio arrapato rimembrando le nottate a fa il kamasutra che l’indiani se l’avessero visti c’avrebbero scritto artri du libri illustrati, la raggiunge: con un bacio appassionato la sveglia e, mentre lei apre l’occhi cor battito di ciglia che ci mòvi le pale eoliche di Cascina, lui gni fa: “Oh, però chetati”.

Oggiù, alla fine son felici e contenti, parrebbe, ma lei nZomma: si vole sposa.

“Così non mi sento completa – gni fa mentre si scioglie i sandali tacco 12 alato – mi par d’esse una concubina, e poi tu madre…”

Eros-Amore-Cupido ar matrimonio è un po’ allergico, infatti di sposassi un aveva mai voluto sapenne e poi chi la convince quella testa dura di su’ madre, per l’appunto, che un gne n’è mai andata bene una? Allora la pensa giusta: parla cor su babbo, Giove, che oltretutto per quella grandissima gnocca della su nora un debole ce l’ha, e appena gni riesce gni dà anche una bella parpata alle chiappe di marmo (per quello, si narra, poi r Canova ci fece la famosa statua proprio con quer materiale coriaceo che ben si addiceva alle natiche e alle tette della nostra Psiche, e poi anche a quarcos’altro ma lasciamo sta).

NZomma, si diceva, che tocca ar povero Giove affronta quella iena della su dorce metà per convincerla alle nozze der su figliolo con quella scialucca che aveva spedito fino all’Inferno. E con questo argomento, e pare anche con un ber brillocco, un vestito Gucci nòvo, un fine settimana alle terme di Abano e la promessa di lasciare armeno tre delle sue sedici amanti, alla fine la convince. E matrimonio sia!

Fanno una bella festa di nozze cor catering e tutto, Bacco che mesce r vino e ovvio tempo due tutti briai mezzi, le tre Grazie che sònano la lira (l’euro viene parecchio tempo dopo), e Vurcano che cucina colla fiamma ossidrica i frittini che l’amorini servono ne’ cartoccini.

Lei bella da morì felice che pare una pasqua, lui phyo abbestia, impeccabile, a parte la modifica der vestito di Dorce e Gabbana per via de’ buchi sulla stiena per l’ali: e vissero insieme per sempre felici e contenti.

Ah, poi ebbero anche una bella bimbina: la chiamarono Voluttà, che, tra le varie cose, ricorda Psiche con un amorevole sorriso al desiato sposo subito dopo il parto, fa rima cor budello di tu mà.

Guido io o guidi tu?

Ho sempre avuto questo problema, a ballare. Ricordi di quando ero giovane, si intende, che si sono rinfrescati quando ho deciso di fare la lezione di prova del corso di danze caraibiche che Martina ha inserito nella sua scuola dove faccio pilates ormai da diverso tempo.

– Eddai vieni a provare!

– Sono vent’anni che non ballo, non mi ricordo nemmeno più come si fa…

Scuse, labili, che hanno retto poco. E infatti, ovviamente, sono andata. Perché ne avevo voglia, perché il latino mi è sempre piaciuto, anche se non lo ballo davvero da tanto tempo, e poi un corso vero e proprio non l’ho mai fatto, li ho sempre trovati noiosi. In realtà se hai un buon senso del ritmo e del movimento puoi imparare andando a ballare, se trovi i giusti cavalieri che ti sanno insegnare, e ti sanno “guidare”… Sembra facile, ma non è proprio così scontato.

Come previsto e prevedibile, quasi tutte donne. Nessun problema, finché si imparano (o ripassano) i passi ognuno per conto proprio, ovvero senza formare le “coppie”.

Ma, al momento di mettere in pratica le sequenze apprese insieme a un partner, è sorto il dilemma: come facciamo se ci sono così pochi uomini?

Io ho colto la palla al balzo: – Per me non c’è problema, faccio l’uomo.

Rovesciare i passi non è poi un grosso ostacolo, primo perché è vero che ho ballato tanti anni fa ma è vero anche che ho ballato tanto, e alla fine è come andare in bici, si traballa un po’ ma come far girare le ruote si trova il verso di ricordarselo. Secondo perché a me, fare l’uomo, piace.

Ho sempre avuto infatti un piccolo problema a ballare: guida l’uomo, dovrebbe. Non la donna. La donna deve stare lì, a farsi guardare, a farsi scegliere, e rifiutare tutti quelli che vuole finché non trova quello che le va a genio. Oh, almeno nel ballo funziona così eh! Ecco, quando il cavaliere che si propone ti sconfinfera gli dici di sì, e accetti di ballare. E dentro di te speri che sappia guidare, sennò, c’è poco da fare, finisce che guidi tu.

E hai voglia a rifarti quel discorso, che – anche qui, almeno nel ballo – il bello è farsi trasportare, lasciare che comandi il cavaliere, staccare il cervello, non pensare, ai passi da fare, alla direzione da prendere, alle figure, no… niente di tutto questo. Almeno nel ballo cavolo, ci pensa lui! Tu devi solo lasciarti andare.

Ecco, così dovrebbe essere. Ma all’atto pratico va diversamente, perlomeno a me.

E così mi sono detta stasera faccio l’uomo. Non me la sono mica cavata male: una signora mi ha perfino detto “però, ce ne fossero di uomini con la tua capacità di guidare!”. Mi sono sentita fiera del mio ruolo di maschio, almeno per una volta ricevo un elogio, per questa mia propensione, e non un rimprovero!

A un certo punto l’istruttore ha deciso che avevo fatto l’uomo abbastanza e che dovevo ripetere la stessa sequenza facendo la donna. E lì è stato meno facile. Non tanto rovesciare i passi – invertire i giri, cambiare la gamba e la direzione con cui si parte – quanto tornare mentalmente al concetto di “lasciarsi andare”; e non è andata benissimo. Soprattutto con quei poveretti di allievi che erano alle prime armi: con uno ho fatto lo stesso i passi dell’uomo, e devo essere stata talmente convinta e convincente che quello ha fatto i passi della donna senza manco rendersene conto. Con un altro sono stata più brava, e almeno ho fatto i passi giusti, ma quanto a lasciarlo guidare non se ne è parlato proprio. Poi allora mi ha preso l’istruttore, che aveva assistito divertito alle scene, all’attacco della musica mi ha guardato sorridendo e mi ha detto:

– Guido io.

Va bene, guida tu, che ti devo dire. E così, in effetti, è stato. O quasi, non posso dire di essermi affidata del tutto e tutti quei discorsi lì, ma insomma, si è creato il gioco, ed è stato divertente.

Quello che mi sento di dire a mia giustificazione è che non è colpa mia. Se guido io intendo. Perché il ballo è in qualche modo una metafora della vita appunto, solo con la musica di sottofondo, ed è uno dei motivi per cui mi piace tanto.

E allora lo voglio dire chiaro e tondo: se guido io, cari uomini, è perché non siete mai in grado di farlo voi. Perché non mi parrebbe il vero di trovare un cavaliere che ti cinge, ti guarda negli occhi e ti dice: – Segui me. Ci penso io.

E poi lo sa fare davvero, non che lo dice e dopo dieci secondi non sa dove e come farti girare. Non che lo dice e poi senti il “vuoto decisionale” che qualcuno deve pur riempire sennò il tempo passa e perdi il ritmo, e resti indietro, e resti fermo. Perché quando balli fermo non ci puoi stare, devi ballare, seguire la musica, devi andare fluido, deciso, sicuro. E per far questo ci vuole qualcuno che ci sappia andare davvero, non che faccia finta e dopo le prime due figure si è già perso e, di fatto, anche se non lo ammetterà mai, te lo chiede, con lo sguardo, con l’atteggiamento del corpo, con quel tempo che salta e che fa perdere il ritmo: per favore fallo tu, guida tu, che io non me la sento. Pensavo di sì e invece no. Ecco come stanno le cose.

Questa faccenda del dilemma “guido io o guidi tu” si pone per questi motivi, perché se un uomo sa guidare davvero, vai tranquilla che la domanda non te la pone neanche. Lo fa e basta. Senza tanti discorsi e senza tanti rimproveri alla donna che ha la pretesa di guidare al posto suo, perché vuol fare l’uomo. Non è che vuole fare l’uomo per forza, non vuole guidare per forza, il fatto è che siamo in due cavolo, e bisogna andare da qualche parte, qualcuno dovrà pur deciderlo, o no?

Intanto io ho deciso che mi darò a un corso di tango, vediamo se almeno lì sarò più fortunata…

Ritorno al passato (con il pilates)

Non sempre provare qualcosa di nuovo è la cosa migliore. O meglio, a volte è semplicemente la migliore occasione… per tornare a quel che si è lasciato.

Nel mio caso specifico parlo della decisione di fare per un anno e mezzo acqua gym. Ho già spiegato il perché di questa scellerata scelta (qui: https://francescapetrucci.it/2019/04/05/acqua-gym-una-scelta-non-del-tutto-consapevole/), anche se devo ammettere che in quel momento, uscita da due interventi neurochirurgici a seguito di duplice frattura delle vertebre lombari non è che avessi poi tutta questa gamma di possibili attività fisiche, esclusa la fisioterapia di cui ne avevamo abbastanza sia io che il fisioterapista.

L’unica salvezza, mentre tentavo di eseguire gli esercizi nell’acqua ghiaccia marmata  della piscina comunale, si tratta di atti eroici, ne converrete, è stato il gruppo di donne che componevano il corso. Raramente ho trovato tanta accoglienza, armonia, offerta di amicizia e solidarietà totalmente gratuite e generose verso una perfetta sconosciuta. Ecco, non veder loro mi dispiace davvero perché compagne di corso così non se ne ritrovano facilmente. Ma tutto, si sa, non si può avere e, mentre loro posso continuare a vederle o sentirle, io di rimettere piede (gambe, pancia, schiena e tutto il resto) nella vasca, dove potrebbe tranquillamente sguazzare un’orca senza percepire differenza di temperatura alcuna con il mare del Nord, proprio non me la sentivo.

Senza fare nulla non ci posso stare, questo è sicuro: ne ho pagate care le conseguenze a fine estate, dopo aver oziato, fatto chilometri in macchina e soprattutto con un bracco di 40 chili al guinzaglio che tira come un mulo mi sono ridotta agli antinfiammatori se la mattina volevo scendere dal letto senza l’aiuto di un sollevatore.

Da tempo sentivo nostalgia, oltre naturalmente che per l’equitazione, anche per la danza: un’attività che ho praticato per dodici anni e che mi ha lasciato, a parte i famosi piedi a papera e collo del piede ricurvo, bellissimi ricordi. Per anni, dopo avere lasciato le scarpette da punta ho praticato il pilates, con enormi benefici fisici e mentali. Dopo gli interventi ci avevo riprovato una volta, rendendomi conto però di non essere in grado di eseguire gli esercizi, con delusione e amarezza avevo abbandonato l’idea.

Durante il lock-down però, ho seguito qualche lezione che mi inviava un’insegnante di danza con cui ho fatto pilates per due anni e che, strane coincidenze della vita, è titolare della scuola dove mio figlio fa break dance.

Sai che c’è, mi sono detta a settembre, io provo, al massimo vedo che non ce la faccio a seguire un corso intermedio, e ciao. Ho parlato con l’insegnante Martina, e, come sempre ottimista e sorridente, mi ha detto te prova, poi si vede.

Le prime lezioni sono state faticose: in effetti la mia schiena, priva di curva lombare e con la flessibilità di un piano di marmo, non si è mostrata troppo collaborativa. Ma chi la dura la vince e aver avuto a che fare per tanti anni con cavalli maremmani e bracchi una qualche capacità di perseverare te la conferisce. Sono molto contenta di questa scelta, rimettere piede in una scuola di danza e in una sala di danza è stato emozionante, e rigenerante.

La luce, le pareti di specchio, il parquet a terra, le sbarre: tutto mi ricordava un passato fatto di ore e ore trascorse a faticare a quella sbarra, certo, a fare un’altra attività che in vita mia non rifarò mai più, credo, ma la sensazione positiva e il benessere sono stati immediati.

Il pilates è un’attività diversissima dalla danza classica, questo è giusto precisarlo, ma si avvicina un po’ alla danza contemporanea, che pure ho amato molto, soprattutto se l’insegnante ha appunto una formazione classica, che io apprezzo moltissimo e peraltro a mio avviso si tratta senz’altro di una marcia in più. Non sono ancora in grado di eseguire tutti gli esercizi, e di alcuni faccio il livello base anziché quello intermedio o avanzato, ma non importa. Ci arriverò, piano piano, con la “duraggine” che sempre mi caratterizza in quello che faccio.

Forse alcuni non potrò mai più farli, tipo quello che ho scelto per la foto di copertina, giusto per ricordarmi di non prendere troppo gallo!, ma anche questo fa parte del gioco e va accettato: intanto mi godo la soddisfazione e la bellezza di essere tornata nell’atmosfera di un passato che ho amato molto. A volte riassaporare qualcosa del nostro passato è il miglior modo per guardare al futuro. Ero convinta che le emozioni legate al mondo della danza restassero confinate appunto nel cassetto dei ricordi, e invece si sono riaffacciate, seppur in veste diversa, nel presente.

La sfera di Dioniso – GIS (Giornate Internazionali sulla Relazione Uomo Animale) Bologna 28-29 ottobre 2017

“Gentilissima Francesca,

Sono Eleonora Adorni, collaboratrice di Roberto Marchesini, etologo, filosofo e Direttore di Siua, Istituto di Formazione Zooantropologica, www.siua.it.

Le scrivo perchè in Siua siamo al lavoro per realizzare le Giornate Internazionali di Studio sulla Relazione Uomo Animale di quest’anno. L’argomento di quest’anno sarà il rapporto bambino/animale. L’evento si tiene a Bologna, presso il Salone delle Feste dell’Hotel I portici il 28 e il 29 ottobre… Per la giornata di domenica 29 ottobre ottobre abbiamo in programma un sessione mattutina dedicata all’editoria per i più piccoli e ci piacerebbe invitarti…”. Continua a leggere

Il ratto dell’Osvaldo Parte seconda: Papero prigioniero

Ed ecco la seconda parte del “ratto dell’Osvaldo” pubblicata su «La Nazione» di Pisa il 9 settembre 2017, con le illustrazioni di Tiziana Morrone.

Scusate eh, se v’ho lasciato così sur più bello, scommetto siete rimasti lì cor becco asciutto; m’ero distratto un attimo perché è venuto un mio ami’o a vede’ s’era tutto a posto. Ora ’un si fidano a lasciammi troppo solo, dopo quello che m’è capitato… e hanno ragione! Anch’io son stato un po’ un bischero, bisogna l’ammetta, perché come dice ’r detto fidati era un brav’omo ma ’un ti fidà era meglio. E io invece sono abituato a fa’ festa a tutti, perché mi voglion tutti bene, o allora, e poi ’un è che ho avuto tutto ’r tempo di fa’ i mi’ ragionamenti, ve l’ho bell’e detto no? Continua a leggere

Non me li voglio togliere più

È passato un anno. Proprio oggi, 5 giugno, esattamente un anno fa, esattamente a quest’ora mi trovavo in uno scomodo letto del reparto di neurochirurgia in una scomoda posizione (non ti devi muovere finché non sarai operata, cerca di respirare e basta). Cavolo sembra ieri. Eppure sono passati 365 giorni, non sono mica pochi. E non sono certo stati giorni facili. Due interventi, inframezzati da un’ombrellata nel viso, direi che non mi sono annoiata. Continua a leggere

Non di sole bestie

Di tutto mi potrete accusare, ma che sto scrivendo solo di animali proprio no! In effetti lo avevo premesso e promesso fin da subito: non solo animali nel mio blog “Scrivo da cani”! E non potete dire che non abbia mantenuto la parola data… al punto che credo che sia da troppo tempo che non parlo un po’ di ‘bestiole’, non pare anche a voi? Ma sì, direi perfino da troppo. Lo so che non si vive di ‘solebestie’, ma neppure senza ecco. Continua a leggere