Giornata Mondiale del Cane (ma chi te lo fa fare!)

«Non si cura di chiedersi se abbiate torto o ragione; non gli interessa se abbiate fortuna o no, se siete ricco o povero, istruito o ignorante, santo o peccatore. Siete il suo compagno e ciò gli basta. Egli sarà accanto a voi per confortarvi, proteggervi e dare, se occorre, per voi, la sua vita. Egli vi sarà fedele nella fortuna come nella miseria. È il cane!» J.K. Jerome

Oggi 26 agosto si celebra la “giornata mondiale del cane”, curiosando leggo che è nata negli Stati Uniti nel 2004 per poi diventate un appuntamento internazionale.

Fu una certa Colleen Paige a “inventare” questa ricorrenza, scegliendo il 26 agosto perché fu il giorno in cui la sua famiglia, quando lei era bambina, scelse di adottare un cane. Così da una ricorrenza personale, da un ricordo, piano piano ha preso piede una riflessione più ampia che ha portato a “fissare” una data per porre l’attenzione sul legame tra uomo e cane, e non solo.

Sono oltre 9 milioni (NOVE!) i cani che vivono nelle nostre case secondo il Rapporto Assalco-Zoomark 2026, a fronte di tanti, troppi ancora purtroppo, che vengono abbandonati ogni anno (e in particolare nel mese di agosto) o che vivono nel randagismo.

Sempre secondo questo rapporto, di cui parla La Stampa, il 28,7% delle famiglie, quasi una su tre, ha scelto di includere nel proprio nucleo anche un cane. Se poi prendiamo in considerazione altri animali domestici i numeri salgono. Ma non c’è solo il dato numerico, a cambiare nel corso del tempo è stato anche il modo con cui si vive questa relazione, un tempo maggiormente “relegata” a una presenza in giardino o poco più.

Oggi, per fortuna, la relazione uomo-cane è diventata più stretta: il cane vive con il suo “branco umano” in maniera più diretta, sono moltissime le famiglie che per esempio scelgono di condividere con il proprio cane le vacanze, prediligendo, talvolta non senza incontrare serie difficoltà o rinunce, mete e strutture “pet-friendly”.

Questo significa che il rapporto con il cane ha raggiunto una dimensione affettiva, e che le persone percepiscono gli amici a quattro zampe come membri della famiglia a tutti gli effetti. Eppure un cane è un grande sacrificio e, soprattutto, comporta anche spese non indifferenti, sia per la sua gestione ordinaria che per le spese mediche. Per non considerare come e quanto si soffre quando (sempre troppo presto) i nostri amici ci lasciano. Perché allora così tante persone fanno la scelta di accogliere un cane nella propria vita? Come rispondere alla domanda, che spesso viene posta a chi decide di riempirsi casa, macchina, vestiti di peli, “ma chi te lo fa fare”? già, perché. È scomodo, è costoso, è impegnativo, è una grande responsabilità, e poi soffri (come un cane) pure quando muore. Chi te lo fa fare. Io me lo sono chiesta diverse volte. Dandomi, mi rendo conto, non sempre risposte soddisfacenti o rispondenti al rigor di logica che chi ti pone questa domanda segue ineccepibilmente. Su quella non si può vincere.

Partirò quindi dalla mia esperienza personale perché credo che ciascuno abbia delle motivazioni proprie che possono essere anche diverse e derivanti da molti fattori, anche opposti.

Ci sarà senz’altro chi dirà, per esempio, di aver sempre tanto desiderato un cane, il sogno di ogni bambino che spesso le famiglie non realizzano per svariati, e anche validi, motivi. Così appena raggiunta la giusta età e, si spera ma non è detto, le giuste condizioni, si pone finalmente rimedio alla frustrazione di aver atteso tanto a lungo coronando il proprio sogno.

Non è il mio caso. Io semplicemente non ho memoria di vita senza (almeno) un cane. Ci sono nata, cresciuta, sempre vissuta e cresciuto mio figlio, con i cani. Io la vita senza cani semplicemente non me la so immaginare. Non so pensare di rientrare a casa e non trovare una coda e un tartufone che mi chiedono dove sei stata tutto questo tempo perché non mi hai portato con te; non riesco a visualizzare la mia casa senza cucce ciotole guinzagli, e peli naturalmente. Ovunque. In macchina, sul pavimento anche se lo hai pulito perfettamente cinque minuti prima, sui vestiti, dappertutto. E bava, soprattutto di bracco, anche quella la ritrovi un po’ ovunque. È una cosa bella? Direte voi, alcuni perfino schifati all’idea che tenere in casa un cane sia poco igienico. La risposta è sì, lo è. Non meno però di quanto lo sia tenerci un adolescente, per dire. Ah no, non si può dire, sennò poi noi siamo quelli che un cane è come un figlio. Eh no, non è “un figlio” un cane, su questo sono d’accordo, è molto diverso il rapporto, spesso, non posso negarlo, assai più soddisfacente. Un cane non cresce, non prende la sua strada, un cane nella sua vita, al contrario di quello che è sano e sacrosanto per un figlio, non avrà mai niente e nessuno più importante di te. Un cane vive per poter fare esperienze insieme, per osservarti, per godere del tempo trascorso insieme, con infinita e incondizionata pazienza. Un cane è un maestro di vita, è un promemoria vivente della parte migliore di te, che lui riesce sempre a restituirti, perché vede solo il bello, la cattiveria l’egoismo la trascuratezza non fanno parte del suo modo di vedere il mondo. Il mondo per un cane, sereno e che sta bene ovvio, è sempre a colori, anche se i colori non li vede. È un posto meraviglioso in cui si è felici anche solo per una carezza, per una passeggiata, per una serata vicini, per un biscotto condiviso. Il cane ci insegna la meraviglia per le piccole cose, e la gratitudine. Il cane ci insegna la presenza, ci fa capire che conta il qui e ora e conta esserci, occhi mani cuore cervello, ci spinge a levare il naso dal cellulare che ci porta costantemente “fuori” dalla realtà che ci circonda in quel momento, il cane è un’ancora, che ti aggancia al fondale del vero e ti costringe al contatto, alla presa in carico, alla responsabilità emotiva. Reale, non virtuale.

E come spiegare tutto questo a chi ti chiede ma scusa chi te lo fa fare, rinunciare a una vacanza, a una serata fuori perché sai che lui ti aspetta e sta male se non ci sei, o che ti ha atteso tutto il giorno per una passeggiata? E la fai anche se piove, anche se non ne hai voglia e ti fa fatica, ti ritrovi a vagare per campi boschi o monti e sganci quel benedetto guinzaglio con mano tremante e ti chiedi: tornerà? Ed è qui che il cane ci dona un altro prezioso quanto raro insegnamento di cui fare veramente tesoro. L’amore è libertà, è scelta, è legame che c’è anche se non passa attraverso il laccio del guinzaglio. La relazione è la chiave di tutto, e non ci sono richiami costrizioni collari bocconcini che tengano. C’è solo quello che ti dice voltandosi mentre parte alla caccia di un fagiano o di un capriolo e sceglie. Sceglie te. E ogni volta ti commuovi, ti metteresti a piangere perché sai bene che tu non sei alla sua altezza, che tante volte hai scelto per comodità, per velocità, per convenienza, e lui no. E non è uguale. Lasciami libero e tornerò da te, non perché sono costretto ma perché lo voglio, perché tu sei la mia base sicura, sei la mia casa, sei dove ripongo con fiducia la mia vita. E un cane lo farà sempre questo, di porre nelle tue mani la sua vita, di fidarsi e affidarsi. Non perché sia stupido, come molti credono, ma perché sa che può fidarsi di te, anche se non capisce. Altro grande insegnamento. La fiducia, anche quando non siamo in grado di capire, di vedere, di controllare: fidarsi. Ed è questa la cosa che strazia più il cuore, vedere i loro occhi che non capiscono, ma che sanno che tu fai la scelta più giusta e la accettano. Con umiltà, non è rassegnazione, con quella saggezza che hanno gli animali di comprendere che la vita, come la morte, è qualcosa di più grande di loro: va celebrata, rispettata, vissuta più e meglio che si può, ma poi va lasciata andare. Lasciare andare. È il momento più difficile, che chi sceglie di condividere la propria esistenza con un cane conosce molto bene. E allora sta a noi accettare, accogliere, essere grati, per tutto quello che si è vissuto insieme, il dolore – immenso – è un atto d’amore, l’ultimo, il più bello, il più forte, il più coraggioso, che un cane sa donarci.

Non credo di aver convinto chi chiede “ma chi te lo fa fare” di avere un cane, ma di certo so che la mia risposta resta la stessa: perché la vita non sarebbe la stessa senza. E tutto quello che ho ricevuto da loro, dai tanti cani che ho avuto o anche incontrato, non è minimamente paragonabile con i sacrifici spesi, con il dolore, con le rinunce, perché semplicemente non ha prezzo.

Aggressione fa rima con disinformazione

Troppo spesso si sente e si legge di “cani assassini”, in seguito ad aggressioni da parte di cani, spesso di famiglia, verso bambini che in alcuni casi sono rimasti gravemente feriti o purtroppo non sono sopravvissuti.

Sono notizie terribili, che non vorremmo mai leggere, ma forse, dico forse, per non leggerle più occorrerebbe fare intanto la nostra parte, magari piccola ma importante, e qui parlo da appartenente alla categoria (quella dei giornalisti), cominciando a utilizzare un linguaggio corretto, e anche a promuovere occasioni di corretta informazione. Perché in fondo questo è il nostro, primo, dovere: raccontare la verità dei fatti, fare informazione ad essa pertinente, e continente. Ecco, non sempre accade, soprattutto – e troppo spesso – nell’ambito di queste tragiche circostanze, a maggior ragione delicate proprio per questo.

I cani non sono degli “assassini” poiché non uccidono né feriscono un essere umano agendo per una volontà premeditata o intenzionale, sembra un concetto banale, ma credo sia importante partire da qui.

Partiamo anche dall’assunto che ci sono, oggettivamente, razze più complesse da gestire di altre, non “pericolose” in sé e per sé, ma che presentano caratteristiche motivazionali peculiari, per le quali senza dubbio alcuno è fondamentale la consapevolezza del proprietario.

Scegliere come compagno di vita un barboncino toy oppure un pitbull, un maltese o un rottweiler, per fare esempi grossolani ma significativi, è ovvio che non è la stessa cosa, fermo restando che l’adozione – o acquisto – di un cane deve sempre essere, qualsiasi cane si scelga, accompagnato da un percorso di consapevolezza volto a tenere in considerazione tre fattori principali, che ricorda ed elenca sempre in maniera molto chiara l’etologo Roberto Marchesini, ma evidentemente non è mai abbastanza: dunque vale la pena ripeterli questi fattori.

Occorre prima di tutto conoscere e informarsi molto bene sulle doti innate e sugli aspetti genetici di quella data razza, leggendo il più possibile, prendendo contatto con altri proprietari che hanno avuto quel tipo di cane, e anche con gli allevatori, educatori, veterinari, insomma cercare di raccogliere più esperienze possibili di persone che conoscono bene quella razza.

Questo ovviamente non basta: ogni cane è un individuo e avrà quindi anche delle peculiarità proprie, legate alla sua storia, e anche al suo carattere che con qualche aiuto si può capire anche se si tratta di un cucciolo.

Infine, terzo elemento ma certamente fondamentale, occorre sapere che assume un aspetto di enorme rilevanza la relazione che il cane ha con il suo proprietario.

Senza avere questi tre elementi è impossibile fare una valutazione corretta e sensata di qualsiasi cane, di qualsiasi razza.

Se è vero che niente, o poco, si può fare sulle caratteristiche genetiche o sulle esperienze pregresse, altrettanto vero è che la relazione può fare, e farà, la differenza. Ecco perché occorre una grande consapevolezza, e una forte capacità di cognizione e controllo del proprio cane per poter costruire una relazione solida ed equilibrata che sarà alla base di una vita felice, sia per il cane che per tutti gli esseri umani con cui verrà in contatto, a partire dal suo proprietario.

Leggiamo ancora termini come “capobranco”, “dominante”, “soggetto alfa” e altre amenità di questo tipo che l’etologia e l’educazione cinofila “moderna” hanno relegato nell’armadio (dei vecchi scheletri) eppure appunto non è infrequente imbattersi in pareri, anche di esperti, che utilizzano questa terminologia. Ancora una volta il linguaggio è importante.

Il proprietario di un cane non deve essere il capobranco, ma deve essere una persona consapevole, che sia in grado di accompagnare il cane in un percorso in cui le sue caratteristiche possano trovare un’espressione adeguata. E questo non è possibile se non conoscendo in maniera approfondita proprio le motivazioni del cane stesso.

Ormai si sente parlare sempre più spesso di “test di valutazione”, benissimo, importante che non siano pensati solo per il cane, ma volti a sondare se il proprietario possiede le capacità per una conduzione corretta del cane stesso. Perché poi non si debba leggere che il cane è “un assassino”, tanto per intenderci.

Ma che cosa significa è un “cane impegnativo”? senz’altro si tratta di un cane che presenta delle caratteristiche motivazionali, sostanzialmente predatorie, che necessitano di essere bene incanalate per non sfociare in comportamenti scorretti e in aggressioni, che possono risultare anche letali per i più fragili, come bambini o anziani. Nessuno vorrebbe più leggere di bambini azzannati da cani, magari di casa appunto. Non è accettabile eppure accade e anche con una certa frequenza. Perché?

Prima cosa: sfatiamo il mito che un cane per forza e di default debba o possa essere “il migliore amico di un bambino”. Senza ombra di dubbio quello che un bambino può ricevere dalla relazione con un cane è scientificamente provato, soprattutto per i primi sei anni di vita, rappresentando una “base sicura” rafforza l’autostima, e costituisce un enorme stimolo per nuove avventure conoscitive che un essere umano non è in grado di offrire. Il discorso sarebbe lunghissimo – e non ci addentriamo qui – se ci mettessimo a parlare di tutti gli aspetti positivi che una relazione con un cane può apportare nel processo educativo ed evolutivo di un bambino. Preme però sottolineare che tutto questo non può accadere senza l’attenta supervisione dell’adulto e senza che appunto a monte ci sia un percorso condiviso e consapevole che renda quel cane “di famiglia” un soggetto competente ed equilibrato nel suo ruolo all’interno della famiglia stessa. Non può stare in piedi il concetto secondo il quale il bambino dovrebbe essere “gerarchicamente” superiore al cane, perché non è così che funzionano le relazioni sane. Ma fermiamoci qui, dato che io non sono certo né un’educatrice, né una veterinaria comportamentalista, né un’etologa, sono soltanto una persona che nel suo piccolo ha sempre cercato di divulgare informazioni corrette e questo continuerò a fare, nella speranza che possa diffondersi una vera cultura di “informazione”, solo questa parola può far rima infatti con “protezione”.

DI CANI MAL-EDUCATI, PROPRIETARI INGNORANTI E CANI COMPETENTI

A volte mi chiedo se tutto il lavoro fatto con il mio cane nei suoi 11 anni di vita sia servito a qualcosa. A volte mi chiedo se non ho sprecato tempo, soldi anche, con educatori cinofili, ore e ore trascorse a trovare un dialogo costruttivo e rispettoso delle esigenze di un grande bracco-predatore, cercando di farle combaciare in armonia con le abitudini ed esigenze umane, a volte così tanto distanti e difficili da conciliare.

A volte, per fortuna, arriva la risposta, e mi riempie il cuore di gioia.

Stamani molto presto ho portato Cirano nella “nostra” strada per una passeggiata fresca, ho visto che un po’ più avanti c’era una signora con due cani, meticci, di mezza taglia, sciolti. Non è un problema, mi sono detta, come sempre: li lascio andare avanti, poi noi giriamo per i campi a destra e ciao, tanto Ciro viene con me.

Arrivati al bivio per girare però uno dei due, il maschio, ci ha visti, la femmina è rimasta accanto alla proprietaria, mentre lui invece ci ha raggiunti, nonostante i richiami, con fare un po’ baldanzoso: della serie qui c’è mio, te che ci fai e chi ti ha detto che ci puoi stare senza il mio permesso?

Mentre ci raggiunge trotterellando a coda ritta – la proprietaria continua a urlare, io taccio semplicemente continuando ad andare avanti con la speranza che dopo qualche passo torni dalle sue donne – Cirano si mette in posizione a “T” rispetto al nuovo arrivo. Si tratta di una posizione non belligerante, che in linguaggio cinofilo, se il soggetto in questione lo conoscesse e lo rispettasse come sarebbe bene che facesse un cane ben-educato, significa non voglio litigare con te. Ma lui nulla, si appiccica al sedere di Cirano, che continua a camminare verso di me, guardandomi e chiedendomi che fare. Quando il tuo cane emette il comportamento corretto verso un altro cane, mentre questo ne ignora il significato e lui ti guarda perplesso come a chiederti che si fa con questo cafone? ti si apre il cuore. Perché vuol dire tante cose. Vuol dire che ce li hai davanti, i frutti di anni di lavoro, di costruzione di una relazione sana e solida, non basata sull’ubbidienza, che di per sé non ha senso e non esiste – come mostra il nostro amico ignorando totalmente le urla della proprietaria, che comunque non si è mossa di un passo da dove era, mentre noi continuiamo a camminare nella direzione opposta.

Il rompiscatole appiccicato al sedere di Ciro, con fare da bulletto (un po’ di pit nel suo sangue di sicuro c’è), Cirano che continua a guardarmi chiedendo che fare. Io lo rassicuro, gli dico che è molto bravo, sperando che l’atteggiamento indifferente di Cirano, il mio tono di voce calmo e tranquillo e i passi lenti ma costanti scoraggino il molestatore da continuare a seguirci. Macché.

A questo punto penso che sia meglio tornare indietro, tanto quello non molla, la sua padrona resta dov’è a urlare, tanto vale riportarglielo indietro, sperando che la pazienza di Cirano duri nel tragitto, e che non cambino gli equilibri riavvicinandosi alla sua proprietaria e all’altra canina.

È andata bene, lo dico subito sennò state anche voi con il fiato sospeso come sono stata io. Un paio di volte Ciro è stato tentato da comunicargli in maniera più decisa, peraltro con il suo vocione e la sua stazza da quasi 40 chili ne avrebbe anche tutto il potenziale, ma gli ho chiesto di non farlo, ed è stato davvero molto bravo.

Come previsto, arrivati vicino alle sue due donne il ragazzo ha ben visto di alzare la cresta e di tentare un atteggiamento più aggressivo, a quel punto, ormai prossima la sua padrona mi sono arrabbiata io, e gli ho tirato un urlo deciso mettendomi in mezzo tra lui e Cirano. Per fortuna questo è servito a destabilizzarlo un attimo, e alla sveglia proprietaria a riacchiappare il damerino.

Le ho suggerito, anche troppo garbatamente, di imparare a gestire meglio il suo cane, altrimenti se non è in grado di farlo di tenerlo legato.

Sarcastica mi ha detto “Grazie per la lezione”. Eh no signora cara, non ringrazi me per la lezione, ringrazi piuttosto il buon senso, l’educazione e la competenza del mio cane, perché se al posto suo ce n’era un altro tipo il suo bel maleducato non era finita per niente bene.

Il palio di Siena: chi più ne ha più ne metta

Quest’anno non l’ho guardato il palio, e ho fatto bene.
Da quando ero piccola, anzi piccolissima, il palio si è sempre seguito in casa, mio padre era un grande appassionato, con amici fantini e allenatori che anche io ho conosciuto e frequentato.
Figuriamoci che il primo cavallo di cui ho memoria è proprio un cavallo del palio.
Abbiamo sempre discusso, fin da bambina appunto, spesso litigato, guardando in tv questa folle corsa, che non ho mai visto dal vivo e che ho sempre visto con occhio critico, anche se appunto ero solo una bambina.
L’ho sempre guardato con l’ansia nel cuore, il battito accelerato, con il terrore che si facesse male qualche cavallo, cosa che poi puntualmente, e inevitabilmente, accade.
No, il Palio non mi piace, non me ne vogliano gli amici senesi, non me ne voglia chi lo segue con grande passione e ardore, chi ci lavora, chi ne conosce ogni singolo aspetto: lo so che lo fate con “passione”, che ai cavalli “gli volete bene”, li trattate come cristiani, li portate in clinica a operare una volta fratturati e che poi semmai esiste anche un pensionato dove possono essere ospitati a vita se non sono più in grado di fare niente. E se invece vanno abbattuti ci piangete, oh se ci piangete, ma questa era la loro sorte e hanno combattuto con gloria.
So anche che ci sono ambienti molto più crudeli con i cavalli, perfino quelli che sembrano più patinati, anzi proprio quelli, so tutto.
Perché il mondo dei cavalli lo conosco e bene, in ogni suo ambito e quindi parlo con cognizione di causa.
So dunque che ci sono realtà anche meno in vista del palio di Siena, dove accadono cose terribili, ma siccome non se ne dà notizia in Tv o sui social è come se non esistessero.
Ma non per questo mi piace il palio di Siena, anzi non mi piace doppiamente: perché essendo così famoso e in vista dovrebbe cominciare a porsi nell’ottica di dare il buon esempio.
Il mondo sta cambiando, e la sensibilità verso gli animali si sta modificando, non sempre in maniera equilibrata, ne convengo, ma ad ogni modo adesso molti guardano con “occhi diversi”, forse non ancora con quelli giusti, ma ci arriveremo, o almeno lo spero.
Ecco, il punto è che io ho sempre guardato, fin da bambina, con gli occhi degli animali, ed è proprio attraverso gli occhi dei cavalli che ribadisco: il palio non mi piace. Perché nessun cavallo al mondo se fosse davvero ascoltato sceglierebbe di mettersi in una condizione del genere.
Il fatto che poi ci stiano, e che vinca addirittura un cavallo scosso, dovrebbe dircela lunga e farci capire la grandezza di questi animali, la loro forza, il loro coraggio, e la loro enorme fragilità al tempo stesso.
E quanto siamo piccoli, stupidi, ciechi e incapaci di vedere e capire la loro natura profonda.

Quando penso al cavallo quello che provo è un enorme senso di gratitudine, per tutto quello che ha fatto per l’uomo nel corso della storia: non ci saremmo mai evoluti senza le gambe del cavallo, che in alcuni contesti siamo disposti a mettere a repentaglio con tanta leggerezza. Alle loro gambe, al loro cervello, alla loro schiena, al loro coraggio dobbiamo tanto. E non mi capacito di come non si riesca a capire questo, e a rendere onore a queste creature magnifiche che ci hanno permesso di diventare quello che siamo.
Inchiniamoci dunque davanti al cavallo che taglia il traguardo del Palio “scosso”, non perché lo vince, semplicemente perché ha più cervello di noi.

Anche di fronte alle nerbate ininterrotte del fantino dell’Aquila (e non solo le sue) chiniamo il capo, ma per la vergogna.

Anche i branzini hanno un cuore. La vita difficile dei vegetariani al ristorante

  • Salve avete anche piatti per vegetariani?
  • Certo!
  • Ottimo allora confermo la prenotazione a più tardi.

Arrivo al ristorante, mi siedo, menù. Tutto pesce. Arriva il cameriere, gli chiedo se c’è qualcosa anche per vegetariani (non gli dico avevo chiamato prima apposta, giusto per non essere eletta subito la rompiscatole della serata).

Lui non fa una piega e annuisce, sciorinando antipasti di carpacci di spada, la classica insalata di polpo, alici marinate, e poi i primi gnocchetti alla polpa di granchio, linguine allo scoglio, conchiglioni zucchine e salmone, poi abbiamo pescato fresco al forno con le patate: orate, branzini, o una bella fetta di tonno alla grigl….

  • Scusi ma questi non sono piatti vegetariani. – oh io c’ho provato, ho anche ascoltato in silenzio e fissando il menù a sorbirmi la tiritera senza scompormi, ma a tutto c’è un limite.
  • Come no, non è mica carne.
  • Eh.
  • Lei ha detto che è vegetariana no?
  • Appunto.
  • I vegetariani il pesce lo mangiano.

I vegetariani il pesce lo mangiano. Ah sì?! Ma senti senti.

Dalla Treccani, sennò sembra un problema mio:

“VEGETARIANISMO. Ogni concezione dietetica, o regime alimentare, che prescrive o raccomanda un’abituale, assoluta astensione dagli alimenti di origine animale (in primo luogo prodotti carnei o ittici) in base a presupposti o dettami di natura etica, religiosa, igienica ecc” https://www.treccani.it/enciclopedia/vegetarianismo/#:~:text=(o%20vegetarismo)%20Ogni%20concezione%20dietetica,Le%20radici%20teoriche%20del%20v.

Carnei o ittici. Ora son paroloni, si sa è la Treccani mica Il Lercio, in parole più semplici vuole dire che il vegetariano non mangia “neanche” il pesce. Perché anche un branzino, o figuriamoci un polpo, un pesce spada, un tonno, hanno un cuore; una vita, una famiglia, patiscono povere creature e, soprattutto, hanno gli occhi.

Io tutto quello che ha gli occhi non lo mangio. Lo diceva sempre mio padre, infatti l’unica eccezione che faccio quando sono a cena fuori (e soprattutto quando mi trovo in posti come questi per evitare di avviare una guerra punica con tanto di elefanti e arcieri o inscenare digiuni simbolici) è per le vongole.

Lo so direte voi – e ho visto dei video che lo testimoniano – anche le vongole sono nobili creaturine con una vita tutta loro, un tantino sedentaria forse, ma pur sempre dignitosissima e più che altro meritano tutto il rispetto perché, contrariamente alla maggior parte degli esseri umani, non rompono le palle a nessuno. E non è mica poco. Campare senza frantumare le palle (le vongole ce l’hanno? No, mi sa di no) al prossimo. Magari fossero tutti come le vongole.

E invece no. E invece ti devono fare le battutine, i sorrisini, le alzatine di spalle.

Al lei è vegetariana? Non si preoccupi qui accettiamo tutti. Vegetariana? Uh, mi dispiace. Uno addirittura (in un bel ristorante milanese dove non ho mai più rimesso piede) mi disse a fine cena – fu difficilissimo trovare qualcosa che non avesse contaminazione con bestie morte – “Lei torni pure quando è guarita”. GUARITA. Manco fosse una malattia.

Ecco, ma io a voi vi dico qualcosa? Vi dico forse ma come mai avete solo cadaveri nel vostro menù? Avete controllato che non siano già putrefatti? E i grassi nel sangue tutto a posto? Oppure potrei dire anche cosette un po’ più serie riguardanti la salute del pianeta, devastato per far posto alla coltivazione della soia (eh non vi scappi di bocca! Non la soia che si mangia noi, ma quella che serve a produrre l’alimentazione per gli animali da carne). No. Io mi mangio la mia pasta al pomodoro, la mia insalatina o quel poco che solitamente i ristoranti riescono a racimolare e festa finita. Però delle domande comincio a farmele.

Possibile che nel 2023 davvero un ristorante possa non avere delle valide alternative vegetariane?

Possibile che nel 2023 ci sia gente che non ha ancora capito cosa mangia un vegetariano?

Possibile che nel 2023 vi riteniate ancora simpatici con tutte queste battute del totano?

Sì, possibile, accade spessissimo tutto questo e anche di più.

Perché non ne ho trovati uno solo di ristoranti così, ma diversi; e ogni volta, anche se sorrido alle battute con garbo, mi adatto a mangiare quasi nulla (e spendere lo stesso tanto, peraltro, per piatti racimolati o improvvisati) resto perplessa.

Sono vegetariana, non marziana, ma per molte persone è quasi la stessa cosa.

Ci sono poi quelli curiosi, che ti domandano da quando hai deciso di fare questa scelta, cosa fai per sopperire a tutte le carenze, se prendi dei farmaci o degli integratori e, soprattutto, cosa mangi, se non mangi carne e pesce. Per qualcuno è davvero incomprensibile che si possa campare senza mangiare bistecche o pescioni al forno. Insomma, qualcosa che non va ce lo devi avere per forza.

Per me le risposte a tutte queste domande sono parecchio facili:

  • vegetariana ci sono praticamente nata
  • non prendo nulla che integri carenze che per fortuna non ho
  • Mangio tutto il resto, basta che non sia un animale morto.

Semplicemente io non riesco a capire come si possa mangiare un animale morto. Vi par tanto strano? E soprattutto come si possa ammazzare una creatura meravigliosa come una mucca, un coniglio, un maiale, un’anatra, un uccellino, e anche un branzino, per mangiarlo. E soprattutto, e ancora di più, come si possa costringere questi essere viventi a vivere in maniera assurda, crudele, indecorosa e indegna per poterli poi mangiare come accade negli allevamenti intensivi, che per me rappresentano il male assoluto, l’inferno in terra imposto a creature che non hanno fatto niente per meritarlo. Riempiendoli peraltro di farmaci e di altre schifezze varie per farli crescere e ingrassare prima, per poi a nostra volta ingrassare e assumere queste stesse sostanze, per poi pagare saporitamente dietologi e nutrizionisti che ci dicono che si deve mangiare meno (meglio se eliminare) la carne, specialmente quella rossa, privilegiando frutta, verdura, legumi e uova. E magari prendendo farmaci proprio per curare le tante patologie procurate proprio da un’alimentazione scorretta. Ah sì? Ma senti. E poi quella strana sarei io.

E allora cari amici ristoratori e camerieri e non solo, sarebbe davvero pretendere troppo non doversi mettere a fare tutti questi ragionamenti ogni volta, guastandosi buona parte delle cene, in alternativa ovvio che si preferisce annuire e pazientare, ma anche questo non mi pare affatto giusto, semplicemente arrendendosi al fatto che esistono, e non sono neanche poi tanto poche, persone che per affaracci loro – alle quali tra l’altro dovreste pure essere grati piuttosto che prenderli in giro – sono VEGETARIANE?

Non mangiano cioè né carne, né pesce. Tutto qui. Difficile? Voglio pensare di no. Voglio pensare che un giorno ce la faremo, ce la farete, e sarà parecchio più facile. Non solo per chi è vegetariano.

L’irresistibile richiamo del fagiano

Ieri non ho potuto fare a meno di pensare a mio padre, come se già non lo facessi abbastanza, quando chiamava scemocane “Cirano, il terrore del fagiano”. Abbreviato semplicemente “Terrore” e lui pure rispondeva, naturalmente scodinzolando e tentando di estorcergli qualcuna delle rare carezze che gli concedeva (perché ai cani non si devono fare smancerie, ma questo sarebbe un altro discorso). Continua a leggere →

In media stat braccus

Raramente i latini avevano torto. Senz’altro non nei motti, e “in media stat virtus” lo trovo azzeccato in tanti campi, anche applicato al mondo del cane, che diventa appunto: “in media stat braccus”. E ora che c’entra? Sempre a infilare le bestie dappertutto (ovvio, sennò non scriverei da cani). C’entra eccome, invece. Continua a leggere →