L’irresistibile richiamo del fagiano

Ieri non ho potuto fare a meno di pensare a mio padre, come se già non lo facessi abbastanza, quando chiamava scemocane “Cirano, il terrore del fagiano”. Abbreviato semplicemente “Terrore” e lui pure rispondeva, naturalmente scodinzolando e tentando di estorcergli qualcuna delle rare carezze che gli concedeva (perché ai cani non si devono fare smancerie, ma questo sarebbe un altro discorso).

Abbiamo optato per un Ferragosto “alternativo”: niente pranzi infiniti, a casa o ristorante, panini e via lungo il fiume Sestaione, certa che fosse una meta poco battuta. Nota: in queste zone (ovvero Val Sestaione appunto: Pian degli Ontani, Cutigliano, Abetone e via dicendo) ci sono quarantamila persone in questi giorni – non è un numero sparato a caso, è una stima che corrisponde alla effettive presenze. Perciò nel giorno di Ferragosto pensare di trovarsi un angolo di pace era impresa pressoché impossibile; questi luoghi, schivi e poco frequentati quasi per tutto l’anno, quest’agosto si sono trasformati in una specie di Rimini ad alta quota. Mi fa piacere per le tante attività che hanno sofferto moltissimo, prima per la mancanza di neve, poi, come tanti del resto, per il lockdown che ha inficiato anche tutto il resto della stagione invernale e sciistica.

Sono contenta per loro, dicevo, un po’ meno per me perché se c’è una cosa che non sopporto è la gente nel bosco. Mi urta, mi sembra una cosa insensata, passeggiare nel bosco e dover avere a che fare con altri esseri umani, lo so che è un discorso egoistico e anche un po’ poco sensato ma così è.

Agli amici venuti su per qualche giorno ho proposto dunque il lungo fiume, che dalla Diga va verso la Torre del Fattucchio. Certa appunto che lì non avremmo trovato le folle che hanno assaltato ogni angolo possibile e immaginabile della montagna.

E ho avuto ragione: nel percorso abbiamo incontrato solo una coppia, che silenziosa si era piazzata davanti a bella pozza sul fiume e prendeva il sole in costume. Siamo andati oltre, rispettosi degli spazi che certo non mancavano, e abbiamo trovato, un po’ più su, un altro bel punto in cui fermarci per consumare i nostri panini e infilare i piedi (quelli soltanto data la temperatura dell’acqua) nel fiume.

Cirano conosce bene questa strada che costeggia il Sestaione perché in questi giorni l’abbiamo percorsa tante volte, ideale appunto perché non ci troviamo mai nessuno, oltreché bellissima, soprattutto nelle prime ore del mattino. Un posto anche privo di irrinunciabili tentazioni dal punto di vista del bracco, fatta eccezione per una casa che si incontra alla base della strada dove Cirano ama moltissimo terrorizzare il povero gatto che la abita, quindi evito di passarci davanti. Il primo giorno ha fatto arrampicare il felino su un abete di cinque metri e non mi è parsa una bella cosa, per il gatto ovvio, lui si è divertito moltissimo.

Anche un’altra mattina, a onor del vero, mi è sparito dalla vista per quattro minuti infilandosi del bosco per uscirne trionfante con una roba strana in bocca che lì per lì sembrava un legno. Ma non poteva essere perché Cirano non è quel tipo di cane che raccatta legni e li porta in giro. Infatti non era un ramo, bensì una zampa di capriolo intera, ancora con lo zoccoletto e tutto, solo scarnificata, probabilmente dai lupi che nella notte se lo sono catturato.

Ecco, convincerlo a mollare la sua preda di cui andava tanto fiero non è stato semplicissimo e mi ha guardato ovviamente come se fossi un marziano: che cosa ci può essere di male se con il mio nasone ho scovato questa prelibatezza? Dal punto di vista del bracco, nulla per carità. Dal mio, che spendo patrimoni in crocchette superbioniche monoproteiche senza glutine, l’idea che ti mangi una carogna di animale selvatico un po’ meno.

Ma insomma, a parte questo episodio, il lungo fiume ci piace, ci piace tanto.

Troviamo un punto in cui scendere più o meno agevolmente e ci piazziamo sui sassi. Che goduria. Cirano meno contento. A lui l’acqua non piace, e con la sua mole muoversi sui sassi non è semplicissimo, piagnucola come suo solito per far presente a tutti la sua opinione, ma si adatta. Un po’ sta sui sassi con noi, assumendo posizioni ridicole che fanno ridere tutti, un po’ torna sul sentiero all’ombra annusando in qua e là. Che bravo cane. Impensabile qualche anno fa lasciarlo sciolto: sarebbe scappato in tre secondi, per inseguire chissà quale odore per i fatti suoi.

Che bello, invece, vederlo lì che non ci perde un attimo, che ci tiene sott’occhio e che sceglie addirittura la scomodità dei sassi, con il pericolo di mettere una zampa nell’acqua che è una cosa da restarci secchi in un baleno, nella sua visione bracchica del mondo. L’acqua è pericolo di morte. Punto.

A un certo punto, decidiamo che  è  l’ora di andare. Ci rimettiamo gli scarponcini, prendiamo tutte le cose e risaliamo sul sentiero. E Cirano? Era qui un attimo fa, no?

Lo chiamo, sento che risponde con quel suo abbaio disperato che significa: mamma mi sono cacciato in un guaio, vieni a prendermi.

Infatti scendiamo verso valle di cinquanta metri e lo individuiamo subito nel letto nel fiume, che pretendeva di risalire in un posto in cui era impossibile: pareti troppo scoscese. Il solito scemocane, appunto!!

Ci mettiamo tutti a chiamarlo nel senso opposto per riportarlo indietro al punto in cui eravamo a mangiare: da lì risalire sul sentiero era facile. Mentre tentiamo questa operazione, il naso del bracco si solleva annusando l’aria e punta verso l’altra sponda: come se improvvisamente fosse stato investito di superpoteri, balza da una pietra all’altra con agilità di stambecco, attraversa il fiume e si fionda su per il lato opposto, irto di rovi, rocce e sottobosco impenetrabile.

Un attimo e risuona nell’aria un richiamo fortissimo di un uccello, che il bracco travestito da capra di montagna ha scovato, fatto volare e rifugiare al sicuro sul ramo di un alto faggio.

Un bellissimo esemplare di fagiano, un maschio.

Io che conosco il mio pollo predatore dico: ecco adesso possiamo anche dimenticarci di recuperarlo; sarebbe capace di restare appostato sotto l’albero con il naso all’in su e la lingua penzoloni per tre giorni.

Non c’è altra soluzione se non andarlo a riprendere: in questi casi il richiamo è inutile, e anche il terrore dell’abbandono, che sempre funziona se me ne vado e lo mollo lì, stavolta entrerebbe in circolo dopo parecchio tempo.

Prima di tutto e sopra ogni cosa può il richiamo del fagiano. E in questo momento non c’è praticamente nulla e nessuno in grado di competere con una meraviglia del genere.

Le cose da fare sono due: o aspettare che si stufi, o, se si ha fretta, appunto andare ad acchiappare il bracco e trascinarlo via.

Abbiamo fretta, in effetti, e poi se sono sola è un conto, in compagnia di amici costringere tutti ad attendere che il furbo bracco si levi dal capo il pennuto amico potrebbe richiedere troppo tempo.

Così, per fortuna aiutata dal fidanzato della mia amica, ci avventuriamo nel fiume, lo attraversiamo, e cominciamo a risalire l’altra sponda: impresa non facilissima perché i rovi sono alti e le rocce scivolose e ricoperte di vegetazione.

Alla fine acchiappiamo il bracco, improvvisamente trasformato in indomito predatore e lo costringiamo ad abbandonare la sua ambita preda. A malincuore accetta il guinzaglio, guardandoci pure male: siamo esseri incomprensibili e senz’altro poco intelligenti, ma come si fa a lasciare andare un fagiano così bello, scovato grazie al suo ancestrale intuito bracchesco e infallibile fiuto, frutto di una sapienza antica tramandata di generazione in generazione?

Il povero bracco, avvilito e incompreso, viene trascinato via e riportato sullo stradello. Lasciato di nuovo libero tenta di riprendere al galoppo spedito la via appena abbandonata, ma il suo zelo viene stroncato sul nascere e stavolta lo blocco per tempo, poi, senza rilegarlo, gli impongo di seguirci e lasciar perdere la sua preda.

Non deve essere stato facile per lui, accettare questa incomprensibile richiesta e rinunciare al richiamo ancestrale del meraviglioso pennuto che intanto ne è uscito a testa alta, ed è rimasto sul ramo a cantare vittoria, facendosi beffe del povero cacciatore così platealmente svilito e umiliato.

Babbo Sem, se da lassù ha osservato la scena, deve aver riso parecchio sotto i baffi, con le braccia conserte e scuotendo la testa avrà detto, avevo ragione io, che lo chiamavo Cirano, il terrore del fagiano!

 

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