“I colori del libro”, e della vita, a Bagno Vignoni

Organizzare un evento non è mai facile. Organizzare un festival letterario è una fatica bestiale. Organizzare un festival letterario in periodo COVID è quasi follia

Quasi. Perché un quasi fa la differenza. Segna un confine.

L’undicesima edizione de “I colori del libro” si apre a Bagno Vignoni sabato 12 settembre alle tre. Le presentazioni saranno, per due giorni, “a ciclo continuo”.

Quando ho letto questo tipo di programma mi son detta: sarà un delirio, un susseguirsi incasinato di gente libri confusione. Pazienza, ci sono abituata!

Fa un caldo tremendo, settembre si era affacciato vestito di fresca aria autunnale, per poi spogliarsi e mettersi a sudare sotto a un sole che cuoce come fosse luglio.

A Bagno Vignoni non c’ero mai stata, solo passata nelle vicinanze: è un borgo meraviglioso, una piccola frazione di San Quirico d’Orcia, famosa per le sue acque termali, note e utilizzate fin dagli etruschi e dai romani.

Il festival si svolge proprio nel centro del paese, che si sviluppa intorno alla Piazza delle Sorgenti, caratterizzata da una grande vasca rettangolare, cinquecentesca, che contiene una sorgente di acqua termale calda e fumante che esce dalla falda sotterranea di origini vulcaniche.

Mi guardo intorno, cerco di orientarmi, incontro subito Michele e Simona, che fanno parte dell’organizzazione coordinata dal portale toscanalibri.it

Mi invitano a raggiungere una libreria, bellissima, per un’intervista che verrà pubblicata sulla pagina Facebook del portale, contemporaneamente all’inizio della mia presentazione. Come capacità organizzativa mi pare decisamente un ottimo buongiorno.

Non c’è molto tempo, alle quattro tocca a me. Mi invitano ad avvicinarmi al palco. Fortuna che la parte dedicata alle presentazioni è in una zona verde, in un bel parco, con diversi alberi. Sfortuna però che, a quell’ora, il relatore di turno si siede su un bel divanetto, ma al sole… pazienza! A dialogare con me Michele Taddei, che conosceva Testacoda perché lo aveva già presentato a Pisa. Gli passa il microfono – ovviamente sanificato, come le sedute e tutto il resto – Sofia Rossi, una bravissima conduttrice radiofonica che, scoprirò, riuscirà a gestire un incedibile numero di presentazioni nel breve spazio della rassegna che, cosa certo da sottolineare, è gratuita.

Parliamo del libro, Michele tocca nel breve tempo tutti i temi più importanti: non solo la zoomafia e il traffico di cuccioli, ma anche i tanti “testacoda” che compiono i personaggi del libro. Le persone seguono dalle zone più ombrose, o seduti nella platea, oppure ancora dai tavoli del bar posto proprio al limite dell’area.

Si riesce ad ascoltare perfino se si sceglie di seguire, girottolando fra gli stand che offrono una vasta scelta di libri usati e antichi.

La cosa che mi stupisce è il silenzio. Nonostante le tante presenze c’è silenzio. Il ritmo è veloce, ma fluido, mai frenetico, mai sincopato. E questa caratteristica, non saprei davvero dire come ci sono riusciti, ma è stata mantenuta per tutti gli incontri: dieci per ogni giornata, venti in totale. Sembrano tanti, troppi addirittura a una prima occhiata, ma vi assicuro che la sensazione è stata invece totalmente diversa. Mezzora per ogni autore, senza sgarri, come se si trattasse di pagine di uno stesso, grande, eterogeneo, libro: scorrono senza intoppi.

Altra piacevole sorpresa, a proposito di pagine, e che apprezzo particolarmente forse per deformazione professionale: sulle sedie è a disposizione degli ascoltatori, anch’esso gratuito, un piccolo ma elegante catalogo. A ciascun relatore è dedicata una pagina, che riporta la sua foto con biografia, la copertina e la sinossi del libro presentato: uno strumento bellissimo, per apprezzare e seguire ancor meglio i vari libri presentati.

Intanto gli autori si alternano sul divanetto, i diversi conduttori si passano la parola con naturalezza, senza sovrapporsi, nessuno trasmette la sensazione di voler prevaricare sull’altro.

Io di fiere del libro ne ho viste davvero tante, in ogni posto città e paese, ma raramente ho incontrato questa forma di rispetto e di collaborazione.

Di solito tra la fine di una presentazione e l’inizio di quella successiva c’è una specie di assalto al fortino (ovvero l’accaparrarsi tavolo e microfono, manco si tratti di piantare una bandierina su un appezzamento di terreno vergine del Far West) con tanto di gomitate, occhiatacce, mormorii e, talvolta, sgradevoli litigi. Tocca a me, te ne devi andare, no guarda che quello prima ha fatto dieci minuti di ritardo e io a spregio ne faccio venti. Roba così, all’ordine del minuto, ve lo garantisco.

E invece qui si passa con serenità da un tema all’altro, gli autori restano ad ascoltare chi li precede o li segue. Dopo di me tocca a Paolo Ciampi, ci presentiamo prima, facciamo due chiacchiere, lui si siede e ascolta le mie parole, così come, con interesse, io farò con le sue e con quelle di chi verrà dopo di noi. E così si spazia dagli animali, al vino, dal calcio al cammino di Santiago, si alternano autori sconosciuti, come me, a volti noti della televisione, come il giornalista sportivo Riccardo Cucchi o Valentina Bisti, che conduce Unomattina.

Tutti vengono invitati ad apporre la propria firma su un manifesto, che lascerà un segno dell’edizione 2020, e ad autografare una copia del proprio libro per la biblioteca: anche questo un gesto importante, che dà continuità e nutrimento.

Chiude la giornata Cristiano Godano, fondatore dei Marlene Kunts. Lo ascolto dal tavolino del bar, con un aperitivo davanti, a chiacchierare con Mauro Corona che nel mentre è arrivato: a lui toccherà il giorno dopo, anzi sarà l’ospite d’onore, ma con piacere e curiosità si gode anche gli interventi degli altri.

La sua idea era di farsi solo introdurre dai conduttori, ma poi si ricorda della bella chiacchierata che facemmo, davanti a 400 persone, a Firenze Libro Aperto e così mi chiede di dialogare con lui, la sera dopo. Io resto un po’ smarrita, il primo pensiero è che non sia corretto nei confronti degli organizzatori, magari pensavano di fare diversamente… ne parliamo subito con Michele che è ben contento di passarmi la palla. Ci sto!

Andiamo a cena e chiudiamo la serata stanchi, ma con una bella sensazione di benessere addosso. Mi ci voleva, penso chiudendo gli occhi e cominciando a pensare a che cosa potrei chiedere a Mauro la sera dopo.

Per la domenica mattina è prevista una passeggiata fotografica “alla scoperta delle magiche acque di Bagno Vignoni”, insieme ai fotografi Fabio Muzzi e Massino Sestini, con una guida ambientale. A quella rinuncio optando per un giro a San Quirico, per visitare la Collegiata e gli Horti Leonini, nonché per comprare un vestito… La solita scusa per fare shopping, eh no! Stavolta mi serviva davvero: mi ero portata un solo abito per fare la mia presentazione, che risultava inutilizzabile, lo avevo anche impataccato con il gelato. Sedersi su uno sgabello a intervistare uno degli scrittori più famosi del nostro paese in pantaloncini corti e maglietta non mi pareva adeguato!

Nel primo pomeriggio ripartono gli incontri. Fa quasi più caldo del giorno precedente, ma non importa. Mi sento felice. Mi sento parte di quelle persone, di questo clima, ne avevo bisogno. A volte me lo perdo, il motivo per cui scrivo, o meglio pubblico, perché di scrivere non smetterei comunque. A volte mi dico ma chi te lo fa fare. Ecco, trovare una risposta così persuasiva in un caldo fine settimana in un paesino sperduto del senese non me lo aspettavo.

Ascolto Alessandro Agostinelli raccontare del suo viaggio “Da Vinci su tre ruote”, poi le parole drammatiche di Ilaria Bonuccelli sui femminicidi, e a seguire Sacha Naspini, poi Paola Perego, che parla della sua esperienza con gli attacchi di panico. Tocca a Osvaldo Bevilacqua, chi non conosce “Sereno variabile”? e Infine Claudio Martelli e Fabio Martini ricostruiscono la figura di Craxi.

La folla, sempre attenta alle distanze, per fortuna lo spazio è molto ampio, aumenta. Aumenta il fermento perché senz’altro Mauro Corona è un ospite molto atteso, lo cercano tutti per un autografo, una fotografia che lui accetta volentieri, purché non “rubata”, detesta, e giustamente, essere fotografato senza chiedere, gentilmente, il suo permesso.

Io cerco di fargli presente che dobbiamo avvicinarci, ho in mano qualche appunto, preso su una tovaglietta di carta gialla del bar.

Iniziamo quasi puntuali, ormai il sole è calato, e cala anche un rigoroso silenzio.

Parliamo per più di un’ora, gli chiedo prima di tutte delle grandi ESSE della sua vita: scalare, scolpire e scrivere. Aggiunge subito, con una battuta che ne manca una: sbronzarsi! Si passa così dalla leggerezza, alla profondità di temi come la morte, la memoria, l’obbligo morale verso chi ci ha preceduto e ha creato le bellezze di cui siamo circondati: “La riconoscenza non deve essere un sentimento di neve, che appena arriva il sole si scioglie”. L’invito è al rispetto, della natura, e di noi stessi: a non perdere tempo, che quello non va sprecato. “Non ci è dato il tempo per scrivere la nostra vita in bella, e neppure per una seconda edizione” ricorda Mauro, catturando l’attenzione di un pubblico numerosissimo, ma che resta fermo e attento.

E così, spaziamo dai grandi della letteratura a chi si avventura cercando di districarsi nel difficile panorama editoriale italiano: anche per gli scrittori meno esperti non mancano i buoni consigli, che Mauro rivolge con affetto a me, ma che certamente sono utili per tutti. “Usate poche parole”, come nella scultura, anche scrivendo si deve togliere. Ci parla dei vecchi saggi della sua montagna, dell’importanza della fatica, del sudore. Tanti i fili che legano le sue “esse”: la fatica appunto, l’uso delle mani, e la capacità di guardare, come quando si scala, il metro che si ha davanti, non la vetta. Un pezzo per volta, senza avere fretta.

Avremmo continuato per ore, ma il buio ormai è calato, e la “bolla” magica in cui ci sentiamo racchiusi ha quasi finito il suo tempo: è l’ora che si disciolga e dobbiamo chiudere la nostra conversazione, anche per lasciare lo spazio per le tante dediche che Mauro firmerà al suo pubblico che si mette rigorosamente in fila.

Sono stanca morta, è tardissimo, per tornare a Pisa ci vogliono due ore, e domani è lunedì. Mi sono detta.

Ma non mi importa né della stanchezza né della fatica, come ci ha appena detto Mauro, la cosa importante è… non sprecare il proprio tempo. E io sono convinta di aver utilizzato al meglio le mie ultime quarantotto ore: a Bagno Vignoni, seguendo i colori del libro. E della vita.

GRAZIE.

 

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