La festa della mamma è un’ottima occasione per pubblicare foto con i propri figli sui social, o foto delle proprie madri, insomma se non posti non festeggi. E questo si sa. Personalmente includo sempre anche i cani, perché, sebbene sia ben consapevole che non sono figli, sono certamente creature con le quali si instaura un rapporto molto simile a quello della genitorialità, e credo anche che siano dei grandi maestri di vita, sempre, anche nell’essere genitori. Ed è su questo che poi vale la pena riflettere, dopo aver postato la foto di rito, si intenda.
Che cosa vuol dire essere madri? E “buone” madri? Si va nel difficile. Penso che sia più semplice partire da che cosa vuol dire essere “cattive madri”, almeno si procede per esclusione.
Mi chiedo: qual è il torto peggiore che si può fare a un figlio? Quali gli sbagli assolutamente da evitare? Il bello è che, come cantava Lucio, “lo scopriremo solo vivendo” perché un figliolo quando lo metti al mondo non è come una scarpiera dell’IKEA, che ti danno insieme anche le istruzioni. Ti arriva senza, e non solo: qualsiasi sia l’età in cui decidi o ti trovi ad avere un figlio non si è mai preparati adeguatamente. Puoi leggere, documentarti, fare corsi, consultarti con pedagogisti, psicologi, educatori, consuellor, niente…nessuno ti dice cosa devi o non devi fare e se trovi chi invece appare sicuro della ricetta è bene diffidare. Ma allora che si fa? Del nostro meglio, mi viene da dire, e può darsi che non basti.
Può darsi che tu ce la metta tutta a essere una “buona madre”, a far sì che tuo figlio o tua figlia cresca sereno, felice, capace, sano e tutto quello che può venire in mente di augurare. I figli però diventano altri, e altro, da noi, dal nostro volere, dal nostro indirizzare e dalle nostre vite. Ecco, io penso che questo sia un principio sano da tenere presente. Altrimenti si rischia di diventare un genitore che riversa sui figli le proprie aspettative, e quindi frustrazioni, che rovescia addosso a loro tutto, aspettandosi che siano “stampelle” delle nostre mancanze, o – rovescio della stessa medaglia – affannarsi per poter risolvere tutte le difficoltà, rimuovere ostacoli, sciogliere nodi. I figli sono altri, altro, da noi. Me lo ripeto. A noi fornire loro gli strumenti, a noi educare con l’esempio. Fare, più che dire, nelle nostre stesse vite quello che vorremmo che un giorno loro, in autonomia e indipendenza, siano in grado di fare nella loro. Tanto se non vedono non credono, come piccoli San Tommaso che il ditino lo devono mettere nella piaga per verificare che sia vera, che faccia male e anche poi che guarisca. Perché una mamma non è una creatura perfetta, è un essere umano, è una donna, e credo che un altro sbaglio sia quello di annullarsi, e identificarsi totalmente e in modo esclusivo nel ruolo di “madre”. Dimenticandosi di essere anche una donna, una persona con interessi propri, lavoro, passioni, amicizie, e tante altre cose belle o meno belle, ma che vorremmo che un giorno anche i nostri figli avessero nella loro vita.
L’importante non è essere infallibili, l’importante è essere coraggiosi. E il primo coraggio è quello di essere se stessi. In un mondo in cui dobbiamo essere tutti “qualcuno o qualcosa” essere se stessi può essere rivoluzionario, e richiedere una bella dose di coraggio. Il coraggio va insegnato ai figli, e quello si insegna in un modo soltanto: avendolo, non c’è altra maniera.
Mi capita spesso, in momenti di confusione e sconforto – quelli in cui non sai che pesci prendere, soprattutto se la creatura che hai avuto l’ardire di mettere al mondo sta passando quella specie di montagna russa senza biglietto che si chiama adolescenza – di guardare alla natura, e agli animali, per cercare delle risposte. Se fossi una mamma orso, o una cavalla, mi dico, che farei? Già, che fanno le mamme in natura? Che cosa insegnano ai loro figli? È facile: insegnano a sopravvivere, perché sanno che arriverà il momento in cui dovranno cavarsela da soli, e allora conterà se hanno imparato a cacciare, o a fuggire, a predare o nascondersi, a cercare acqua nella siccità o riparo in tempo prima di un temporale, e sanno che un giorno a loro volta insegneranno tutto questo ai loro piccoli. Per capire che cosa fa una buona madre, mi dico, basta immaginare di essere una lupa, o una volpe, un’elefantessa o una leonessa. Non è poi così difficile, allora, capire che cosa conta davvero dell’esseri madri. Eppure si vacilla, a volte, e ci si interroga, sempre. Starò facendo la cosa giusta? Avrei dovuto essere più severa, rigida, oppure più comprensiva e malleabile? Brava chi lo sa! Perché esiste anche la categoria delle mamme che sanno tutto loro, e fanno bene tutto loro, che “vivono per i figli” e dispensano consigli e ricette manco la Clerici su raiuno al tocco, ecco da quelle direi che occorre tenersi lontano, e diffidare, più che da chiunque altro. Perché la verità è che la ricetta non esiste, e come fanno le mamme in natura a volte bisogna fidarsi del proprio istinto, e sperare che vada bene e basti quello. Perché i figlioli poi sono individui che agiscono e fanno di testa loro, uh se fanno di testa loro! e anche questo non può essere evitato o rimosso. I figli non sono nostri, non sono né una proprietà né un’estensione del proprio io, sui quali appunto rovesciare tutto come se fossimo vasi comunicanti, non lo siamo, e credo sia cosa sana e giusta. Una sana e giusta distanza, anche la simbiosi, il dirsi tutto e restare connessi tutto il giorno non credo aiuti i figli a imparare a cacciare una gazzella da soli. Che poi se sei gazzella devi saper scappare, ma insomma il concetto è lo stesso. Quando arriva il momento le zampe sono le tue, non quelle di tua madre. E devono saper fare il loro dovere, che sia quello di rincorrere o quello di scappare non ha importanza. Ha importanza se hai visto tante volte tua madre farlo e se hai provato a fare come lei. Quello ha importanza.
Tornando quindi alla domanda iniziale, non essendo – e dico, per fortuna! – in grado di dare alcuna risposta né a me stessa né tantomeno ad altri –, mi chiedo: qual è il torto peggiore che si può fare a un figlio? Quali sbagli assolutamente da evitare?
Io credo che si debba evitare di credere che i nostri figli siano “noi”, siano “nostri” e sperare invece che diventino qualcosa, e qualcuno che, grazie a quello che siamo stati e siamo, hanno capito di voler essere. Sarebbe un gran traguardo, sarebbe bellissimo. E sarebbero figli felici, di essere esattamente quello che sono. C’è qualcosa di più importante?