La luna oltre lo schermo

Sempre più connessi, sempre meno presenti

Parliamo spesso di dipendenza digitale, da cellulare, o dispositivi simili, nei bambini e nei ragazzi, accusando i nostri figli di stare sempre appiccicati a quei “maledetti aggeggi elettronici”, perdendo così insieme al senso della realtà la capacità di creare e mantenere relazioni e connessioni sociali sane.

“Ci sta” – per usare un’espressione tipica della loro generazione. Ma noi? Diciamocelo onestamente: da qualcuno avranno imparato, e non certo dai nonni, o dal cane di casa. Hanno imparato da noi adulti, che con tanta facilità alziamo il dito e lo puntiamo senza tener conto della trave che abbiamo nel nostro occhio. Anche se non è una trave quella che abbiamo davanti agli occhi: molto più spesso di quello che crediamo, o vogliamo far credere, si tratta dello schermo di un cellulare. Se è vero dunque che “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, possiamo dire che oggi non vediamo più nemmeno il dito. Di certo non guardiamo la luna, perché siamo intenti a fotografarla per instagrammarla, postarla, mandarla in qualche chat, invece di abbassare lo smartphone, insieme al dito, alzare gli occhi al cielo e semplicemente ammirarne la bellezza e l’immenso mistero. In silenzio.

Parliamo continuamente di tecnologia, social media, videogiochi, algoritmi, notifiche, intelligenza artificiale, addossando a quest’ultima la colpa di tutti i mali presenti e soprattutto futuri del genere umano. Siamo sicuri che sia proprio così? E se le cose stessero diversamente e fossero più complesse? Certo la tentazione di trovare il responsabile di tutti i mali dell’uomo moderno è forte, ma un tantino semplicistica, la “narrazione” (parola che va tanto di moda) torna bene, calza a pennello, ma forse non basta. Forse è distorta, parziale, di comodo.

La vera sfida a cui siamo chiamati non è la tecnologia, che regola, facilita anche, le nostre vite ogni giorno sempre di più. E non è nemmeno l’intelligenza artificiale, alla quale ormai si chiede anche se si deve lasciare il fidanzato o di che colore comprare un paio di scarpe, convinti che ci fornisca, moderna Pizia, indiscussa Sibilla cumana, la verità e la migliore soluzione.

La vera sfida siamo noi.

Perché nessuna tecnologia potrà mai essere più potente della nostra capacità – o incapacità – di essere presenti, di “stare” nel tempo presente, qui e ora, di vivere il momento in ascolto, di se stessi, degli altri, della persona, o animale, che ci sta davanti e richiede, spesso non ascoltata, la nostra presenza.

Nessun algoritmo sarà mai più invasivo – e deleterio – di una persona che stacca questa connessione per innescarne un’altra, connettendosi attraverso un dispositivo ad altri mondi, rendendo di fatto inaccessibile l’unico che davvero abbiamo a disposizione e che dovrebbe avere valore: quello reale, quello che ci circonda, la persona che ci sta di fronte in quel momento e che ci chiede: ci sei? Sei connesso? Con me, si intenda, non con lo smartphone. E non importa che cosa si cerchi, si condivida, si scriva, quello che conta è che qualsiasi operazione, anche semplicemente quella di “scrollare” un social, la posta, le notizie, le foto, ci porta “fuori”, come un gancio che ci afferra catapultandoci irrimediabilmente altrove. Ed ecco che la connessione è persa, ma non quella con internet appunto, ci mancherebbe! ormai chiediamo la password del wi-fi perfino in un bar dove prendiamo al volo un caffè, si perde quella con le persone che abbiamo dintorno, e quella con noi stessi, e non ascoltiamo più.

Ecco che il cellulare diventa un anestetico, un modo per non pensare, per non stare, soprattutto se si è “scomodi”, ma non solo. Lo smartphone assume la funzione di un regolatore di emozioni a cui si ricorre, anche inconsapevolmente, in ogni momento di vuoto, per riempirlo, innescando un meccanismo che diventa presto automatico e per questo pericoloso. Finisce per essere un modo di vivere, quasi come se fosse un prolungamento della mano, e del cervello: un’estensione, cui si delega quella che dovrebbe invece essere una funzione interna, che via via andiamo perdendo. Così, quasi senza accorgercene, nasce la dipendenza: per gestire un’emozione, spesso la frustrazione, per riempire il silenzio, evitando magari una sensazione scomoda.

Lo smartphone sarebbe, di per sé, uno strumento straordinario, che ci permette di comunicare, lavorare, prendere informazioni, imparare cose nuove in modo veloce, completo; il problema nasce quando non lo utilizziamo più come uno strumento, ma come un regolatore emotivo appunto, perfetto per una società che non educa alla gestione delle emozioni, non soltanto i bambini e gli adolescenti, ma anche gli adulti, che dovrebbero invece dare il buon esempio, perché è ormai assodato che l’educazione passa attraverso l’osservazione, e la riproduzione dei comportamenti osservati e assimilati come “normali”. Diventa quindi “normale” controllare il cellulare decine di volte al giorno; prenderlo in mano automaticamente appena c’è un momento vuoto; sentirsi a disagio quando per qualche motivo non è disponibile (magari si è scaricato, o lo abbiamo dimenticato a casa); afferrarlo come prima cosa che si fa appena svegli e l’ultima prima di dormire, quasi che possa essere successo chissà mai cosa nel mentre e che risieda tutto lì dentro; controllare notifiche o rispondere a un messaggio in tempo reale mentre stiamo parlando con qualcuno di fatto interrompendo la comunicazione. Tutte cose che facciamo abitualmente, se ci pensiamo, quindi non è poi così difficile “scivolare” in questa direzione, dato che il cellulare è, e vogliamo che sia, sempre disponibile (lo teniamo sempre a portata di mano, spesso sul tavolo mentre siamo a cena, per esempio), sempre acceso (anche di notte…e se qualcuno ha bisogno?), ci fornisce in qualsiasi momento stimoli accessibili e immediati, distrazioni da quello che stiamo facendo, pensando, vivendo e, soprattutto, non richiede una presenza, simulando un contatto sociale che con il reale ha ben poco a che fare.

Sempre più connessi, sempre meno presenti. Un bel risultato…e non è che la colpa sia della tecnologia, è nostra.

Se la relazione con la tecnologia negli adulti è compulsiva, distratta e distrattiva, non ha molto senso pensare di chiedere ai nostri figli un comportamento diverso.

Per questo il tema della dipendenza tecnologica riguarda prima di tutto il mondo degli adulti e poi, certamente e con maggiori rischi e danni, quello dei bambini e degli adolescenti.

Siamo tutti terrorizzati e preoccupati da che cosa accadrà con l’intelligenza artificiale, chiedendoci a che punto arriveremo, e se stiamo perdendo il controllo. Dimenticandoci però che nessuna intelligenza artificiale potrà mai essere più pericolosa di una mente disconnessa da sé stessa.

Non è difficile, seguendo questo filo, rendersi conto allora che la tecnologia non crea il problema, è soltanto il modo più efficace che abbiamo generato per non stare più con ciò che sentiamo, con ciò che siamo e vogliamo essere rispetto ai noi stessi e in relazione al contesto sociale che ci circonda dal quale ci sottraiamo rifugiandoci dentro a uno schermo.

Ecco quindi che non siamo più capaci di guardare la luna senza che il cellulare faccia da tramite.

La dipendenza tecnologica non può essere vista come un problema che riguarda solo i più giovani, anzi. Riguarda tutti noi, perché è una questione umana, che andrebbe gestita e – quella sì – ripresa in mano con parecchia urgenza, posando lo smartphone e imparando a stare più disconnessi da internet ma connessi con noi stessi e con gli altri, perché la luna sorge e tramonta tutte le notti, mentre la nostra capacità di osservarla di questo passo davvero potrebbe eclissarsi definitivamente.

ps. l’immagine l’ho generata con l’intelligenza artificiale ma l’ho pensata con la creatività umana.

Giornata Mondiale del Cane (ma chi te lo fa fare!)

«Non si cura di chiedersi se abbiate torto o ragione; non gli interessa se abbiate fortuna o no, se siete ricco o povero, istruito o ignorante, santo o peccatore. Siete il suo compagno e ciò gli basta. Egli sarà accanto a voi per confortarvi, proteggervi e dare, se occorre, per voi, la sua vita. Egli vi sarà fedele nella fortuna come nella miseria. È il cane!» J.K. Jerome

Oggi 26 agosto si celebra la “giornata mondiale del cane”, curiosando leggo che è nata negli Stati Uniti nel 2004 per poi diventate un appuntamento internazionale.

Fu una certa Colleen Paige a “inventare” questa ricorrenza, scegliendo il 26 agosto perché fu il giorno in cui la sua famiglia, quando lei era bambina, scelse di adottare un cane. Così da una ricorrenza personale, da un ricordo, piano piano ha preso piede una riflessione più ampia che ha portato a “fissare” una data per porre l’attenzione sul legame tra uomo e cane, e non solo.

Sono oltre 9 milioni (NOVE!) i cani che vivono nelle nostre case secondo il Rapporto Assalco-Zoomark 2026, a fronte di tanti, troppi ancora purtroppo, che vengono abbandonati ogni anno (e in particolare nel mese di agosto) o che vivono nel randagismo.

Sempre secondo questo rapporto, di cui parla La Stampa, il 28,7% delle famiglie, quasi una su tre, ha scelto di includere nel proprio nucleo anche un cane. Se poi prendiamo in considerazione altri animali domestici i numeri salgono. Ma non c’è solo il dato numerico, a cambiare nel corso del tempo è stato anche il modo con cui si vive questa relazione, un tempo maggiormente “relegata” a una presenza in giardino o poco più.

Oggi, per fortuna, la relazione uomo-cane è diventata più stretta: il cane vive con il suo “branco umano” in maniera più diretta, sono moltissime le famiglie che per esempio scelgono di condividere con il proprio cane le vacanze, prediligendo, talvolta non senza incontrare serie difficoltà o rinunce, mete e strutture “pet-friendly”.

Questo significa che il rapporto con il cane ha raggiunto una dimensione affettiva, e che le persone percepiscono gli amici a quattro zampe come membri della famiglia a tutti gli effetti. Eppure un cane è un grande sacrificio e, soprattutto, comporta anche spese non indifferenti, sia per la sua gestione ordinaria che per le spese mediche. Per non considerare come e quanto si soffre quando (sempre troppo presto) i nostri amici ci lasciano. Perché allora così tante persone fanno la scelta di accogliere un cane nella propria vita? Come rispondere alla domanda, che spesso viene posta a chi decide di riempirsi casa, macchina, vestiti di peli, “ma chi te lo fa fare”? già, perché. È scomodo, è costoso, è impegnativo, è una grande responsabilità, e poi soffri (come un cane) pure quando muore. Chi te lo fa fare. Io me lo sono chiesta diverse volte. Dandomi, mi rendo conto, non sempre risposte soddisfacenti o rispondenti al rigor di logica che chi ti pone questa domanda segue ineccepibilmente. Su quella non si può vincere.

Partirò quindi dalla mia esperienza personale perché credo che ciascuno abbia delle motivazioni proprie che possono essere anche diverse e derivanti da molti fattori, anche opposti.

Ci sarà senz’altro chi dirà, per esempio, di aver sempre tanto desiderato un cane, il sogno di ogni bambino che spesso le famiglie non realizzano per svariati, e anche validi, motivi. Così appena raggiunta la giusta età e, si spera ma non è detto, le giuste condizioni, si pone finalmente rimedio alla frustrazione di aver atteso tanto a lungo coronando il proprio sogno.

Non è il mio caso. Io semplicemente non ho memoria di vita senza (almeno) un cane. Ci sono nata, cresciuta, sempre vissuta e cresciuto mio figlio, con i cani. Io la vita senza cani semplicemente non me la so immaginare. Non so pensare di rientrare a casa e non trovare una coda e un tartufone che mi chiedono dove sei stata tutto questo tempo perché non mi hai portato con te; non riesco a visualizzare la mia casa senza cucce ciotole guinzagli, e peli naturalmente. Ovunque. In macchina, sul pavimento anche se lo hai pulito perfettamente cinque minuti prima, sui vestiti, dappertutto. E bava, soprattutto di bracco, anche quella la ritrovi un po’ ovunque. È una cosa bella? Direte voi, alcuni perfino schifati all’idea che tenere in casa un cane sia poco igienico. La risposta è sì, lo è. Non meno però di quanto lo sia tenerci un adolescente, per dire. Ah no, non si può dire, sennò poi noi siamo quelli che un cane è come un figlio. Eh no, non è “un figlio” un cane, su questo sono d’accordo, è molto diverso il rapporto, spesso, non posso negarlo, assai più soddisfacente. Un cane non cresce, non prende la sua strada, un cane nella sua vita, al contrario di quello che è sano e sacrosanto per un figlio, non avrà mai niente e nessuno più importante di te. Un cane vive per poter fare esperienze insieme, per osservarti, per godere del tempo trascorso insieme, con infinita e incondizionata pazienza. Un cane è un maestro di vita, è un promemoria vivente della parte migliore di te, che lui riesce sempre a restituirti, perché vede solo il bello, la cattiveria l’egoismo la trascuratezza non fanno parte del suo modo di vedere il mondo. Il mondo per un cane, sereno e che sta bene ovvio, è sempre a colori, anche se i colori non li vede. È un posto meraviglioso in cui si è felici anche solo per una carezza, per una passeggiata, per una serata vicini, per un biscotto condiviso. Il cane ci insegna la meraviglia per le piccole cose, e la gratitudine. Il cane ci insegna la presenza, ci fa capire che conta il qui e ora e conta esserci, occhi mani cuore cervello, ci spinge a levare il naso dal cellulare che ci porta costantemente “fuori” dalla realtà che ci circonda in quel momento, il cane è un’ancora, che ti aggancia al fondale del vero e ti costringe al contatto, alla presa in carico, alla responsabilità emotiva. Reale, non virtuale.

E come spiegare tutto questo a chi ti chiede ma scusa chi te lo fa fare, rinunciare a una vacanza, a una serata fuori perché sai che lui ti aspetta e sta male se non ci sei, o che ti ha atteso tutto il giorno per una passeggiata? E la fai anche se piove, anche se non ne hai voglia e ti fa fatica, ti ritrovi a vagare per campi boschi o monti e sganci quel benedetto guinzaglio con mano tremante e ti chiedi: tornerà? Ed è qui che il cane ci dona un altro prezioso quanto raro insegnamento di cui fare veramente tesoro. L’amore è libertà, è scelta, è legame che c’è anche se non passa attraverso il laccio del guinzaglio. La relazione è la chiave di tutto, e non ci sono richiami costrizioni collari bocconcini che tengano. C’è solo quello che ti dice voltandosi mentre parte alla caccia di un fagiano o di un capriolo e sceglie. Sceglie te. E ogni volta ti commuovi, ti metteresti a piangere perché sai bene che tu non sei alla sua altezza, che tante volte hai scelto per comodità, per velocità, per convenienza, e lui no. E non è uguale. Lasciami libero e tornerò da te, non perché sono costretto ma perché lo voglio, perché tu sei la mia base sicura, sei la mia casa, sei dove ripongo con fiducia la mia vita. E un cane lo farà sempre questo, di porre nelle tue mani la sua vita, di fidarsi e affidarsi. Non perché sia stupido, come molti credono, ma perché sa che può fidarsi di te, anche se non capisce. Altro grande insegnamento. La fiducia, anche quando non siamo in grado di capire, di vedere, di controllare: fidarsi. Ed è questa la cosa che strazia più il cuore, vedere i loro occhi che non capiscono, ma che sanno che tu fai la scelta più giusta e la accettano. Con umiltà, non è rassegnazione, con quella saggezza che hanno gli animali di comprendere che la vita, come la morte, è qualcosa di più grande di loro: va celebrata, rispettata, vissuta più e meglio che si può, ma poi va lasciata andare. Lasciare andare. È il momento più difficile, che chi sceglie di condividere la propria esistenza con un cane conosce molto bene. E allora sta a noi accettare, accogliere, essere grati, per tutto quello che si è vissuto insieme, il dolore – immenso – è un atto d’amore, l’ultimo, il più bello, il più forte, il più coraggioso, che un cane sa donarci.

Non credo di aver convinto chi chiede “ma chi te lo fa fare” di avere un cane, ma di certo so che la mia risposta resta la stessa: perché la vita non sarebbe la stessa senza. E tutto quello che ho ricevuto da loro, dai tanti cani che ho avuto o anche incontrato, non è minimamente paragonabile con i sacrifici spesi, con il dolore, con le rinunce, perché semplicemente non ha prezzo.

L’insondabile teoria del DOPO

“Dopo”. Una parolina innocente, un “bisillabo come un altro, dentale-labiale, una cosa facile da pronunciare, veloce, apparentemente innocua. E invece no. E invece c’è un mondo intero dietro a quel DO-PO, una vera e propria filosofia di vita che sottende all’esistenza dell’adolescente e caratterizza il suo modo di relazionarsi con il genitore e, nello specifico, con qualsiasi cosa che gli venga, inutilmente, richiesta e che comporti il sollevare le chiappe dal divano-letto-poltrona e fare qualcosa SU-BI-TO, che invece a suo parere può (deve) essere fatta DO-PO.

Recita la Treccani se cercate la parola DOPO: “Avverbio con valore temporale, indica tempo successivo, in modo indeterminato o precisando la distanza nel tempo da un altro fatto”.

Indeterminato, la chiave è tutta lì. Cioè non è che puoi chiedere una cosa a tuo figlio e pensare che la faccia non dico immediatamente, ma in un lasso temporale che abbia una scadenza precisa, e quindi determinata. Facciamo degli esempi pratici: se torni stanca morta e con sette buste della spesa da scaricare di cui due piene di roba che va in surgelatore e ti viene in mente entrando in casa di chiedere aiuto alla prole per scaricare il resto e la prole sta facendo una cosa a caso, tipo giocare alla play-station, che cosa ti viene risposto? DOPO. Già, peccato che “dopo” significa buttare tutto quello che va in congelatore SUBITO e, se è estate e sono 33 gradi, anche quello che va in frigo.

Ancora: fai partire la lavatrice e vai in ufficio raccomandandoti che appena finita la centrifuga la stenda che cosa ti dirà? Lo faccio DOPO. Ma dopo quando? Che se lasci i panni rinchiusi nell’oblò per mezza giornata quando arrivi ad aprirlo l’unica cosa che puoi fare e riprogrammare un altro ciclo di lavaggio? E poi: quando hai finito di mangiare metti i piatti in lavastoviglie. E quando lo farà secondo voi? DOPO, aggiungendo: scusa ma che fretta hai? A te cosa ti cambia? Figurati, niente mi cambia, tanto li ritrovo esattamente lì, con avanzi di cibo ormai cristallizzati che per scrostarli ci vuole l’idraulico liquido esattamente la mattina seguente, quando vorrei poter bere il caffè senza avere sotto al naso la puzza di hamburger con incrostazioni artistiche di cheddar e maionese della sera prima.

Non ce la puoi fare, almeno io di fronte a quel “DOPO” mi sono resa conto di non possedere armi, a meno di non voler utilizzare degli oggetti contundenti tipo lancio della ciabatta o sequestro dell’oggetto play-station con restituzione solo su cauzione, ma anche questi metodi funzionano poco. Al DOPO non c’è rimedio insomma, cura, possibilità di conversione, è un credo, un dogma religioso su cui si fonda una fede incrollabile nel fatto che il fattore temporale possa avere una qualche minima influenza sullo scandire delle loro giornate e improrogabili attività. Ma. C’è un ma, tutto questo vale solo quando sei tu a chiedere a loro. Perché se sono loro a chiedere a te salta il tavolo, anzi si rovescia. Il DOPO sparisce improvvisamente dal vocabolario sostituito da un QUI ORA E SUBITO di oraziana memoria che il carpe diem in confronto è un monito da fanciulli. Nemmeno se ti vedono che stai per stramazzare al suolo è rimandabile quanto viene richiesto perché è URGENTE. E se ti azzardi a chiedere “scusa ma allora perché quando ti chiedo le cose io la risposta è sempre DOPO?” si offendono. “Ah vabbè allora lascia perdere, mi arrangio da solo, tanto a te non si può chiedere mai niente”. Ecco. Io ci provo a rispondere, se non altro per provocazione, “DOPO”, ma appunto la cosa non è reciproca, non funziona la proprietà transitiva. E ti chiedi: ma perché? Come è possibile? Io una risposta non l’ho trovata e se qualcuno di voi invece ce l’ha lo prego vivamente di farmelo sapere, di illuminarmi la via perché gliene sarei davvero grata. E ti fanno pure sentire in colpa, perché magari non sei disponibile immediatamente per accompagnarlo da qualche parte, o riprenderlo, per andare a fare una cosa o altro, SUBITO.

Io questo fatto che quando chiedi tu è DOPO e quando chiedono loro deve essere SUBITO non lo capisco, non mi torna, eppure ho la sensazione che facciano parte della stessa teoria e che un senso, come canta Vasco, tutto questo ce l’abbia eccome. Solo che a me sfugge.

Viva la mamma!

La festa della mamma è un’ottima occasione per pubblicare foto con i propri figli sui social, o foto delle proprie madri, insomma se non posti non festeggi. E questo si sa. Personalmente includo sempre anche i cani, perché, sebbene sia ben consapevole che non sono figli, sono certamente creature con le quali si instaura un rapporto molto simile a quello della genitorialità, e credo anche che siano dei grandi maestri di vita, sempre, anche nell’essere genitori. Ed è su questo che poi vale la pena riflettere, dopo aver postato la foto di rito, si intenda.

Che cosa vuol dire essere madri? E “buone” madri? Si va nel difficile. Penso che sia più semplice partire da che cosa vuol dire essere “cattive madri”, almeno si procede per esclusione.

Mi chiedo: qual è il torto peggiore che si può fare a un figlio? Quali gli sbagli assolutamente da evitare? Il bello è che, come cantava Lucio, “lo scopriremo solo vivendo” perché un figliolo quando lo metti al mondo non è come una scarpiera dell’IKEA, che ti danno insieme anche le istruzioni. Ti arriva senza, e non solo: qualsiasi sia l’età in cui decidi o ti trovi ad avere un figlio non si è mai preparati adeguatamente. Puoi leggere, documentarti, fare corsi, consultarti con pedagogisti, psicologi, educatori, consuellor, niente…nessuno ti dice cosa devi o non devi fare e se trovi chi invece appare sicuro della ricetta è bene diffidare. Ma allora che si fa? Del nostro meglio, mi viene da dire, e può darsi che non basti.

Può darsi che tu ce la metta tutta a essere una “buona madre”, a far sì che tuo figlio o tua figlia cresca sereno, felice, capace, sano e tutto quello che può venire in mente di augurare. I figli però diventano altri, e altro, da noi, dal nostro volere, dal nostro indirizzare e dalle nostre vite. Ecco, io penso che questo sia un principio sano da tenere presente. Altrimenti si rischia di diventare un genitore che riversa sui figli le proprie aspettative, e quindi frustrazioni, che rovescia addosso a loro tutto, aspettandosi che siano “stampelle” delle nostre mancanze, o – rovescio della stessa medaglia – affannarsi per poter risolvere tutte le difficoltà, rimuovere ostacoli, sciogliere nodi. I figli sono altri, altro, da noi. Me lo ripeto. A noi fornire loro gli strumenti, a noi educare con l’esempio. Fare, più che dire, nelle nostre stesse vite quello che vorremmo che un giorno loro, in autonomia e indipendenza, siano in grado di fare nella loro. Tanto se non vedono non credono, come piccoli San Tommaso che il ditino lo devono mettere nella piaga per verificare che sia vera, che faccia male e anche poi che guarisca. Perché una mamma non è una creatura perfetta, è un essere umano, è una donna, e credo che un altro sbaglio sia quello di annullarsi, e identificarsi totalmente e in modo esclusivo nel ruolo di “madre”. Dimenticandosi di essere anche una donna, una persona con interessi propri, lavoro, passioni, amicizie, e tante altre cose belle o meno belle, ma che vorremmo che un giorno anche i nostri figli avessero nella loro vita.

L’importante non è essere infallibili, l’importante è essere coraggiosi. E il primo coraggio è quello di essere se stessi. In un mondo in cui dobbiamo essere tutti “qualcuno o qualcosa” essere se stessi può essere rivoluzionario, e richiedere una bella dose di coraggio. Il coraggio va insegnato ai figli, e quello si insegna in un modo soltanto: avendolo, non c’è altra maniera.

Mi capita spesso, in momenti di confusione e sconforto – quelli in cui non sai che pesci prendere, soprattutto se la creatura che hai avuto l’ardire di mettere al mondo sta passando quella specie di montagna russa senza biglietto che si chiama adolescenza – di guardare alla natura, e agli animali, per cercare delle risposte. Se fossi una mamma orso, o una cavalla, mi dico, che farei? Già, che fanno le mamme in natura? Che cosa insegnano ai loro figli? È facile: insegnano a sopravvivere, perché sanno che arriverà il momento in cui dovranno cavarsela da soli, e allora conterà se hanno imparato a cacciare, o a fuggire, a predare o nascondersi, a cercare acqua nella siccità o riparo in tempo prima di un temporale, e sanno che un giorno a loro volta insegneranno tutto questo ai loro piccoli. Per capire che cosa fa una buona madre, mi dico, basta immaginare di essere una lupa, o una volpe, un’elefantessa o una leonessa. Non è poi così difficile, allora, capire che cosa conta davvero dell’esseri madri. Eppure si vacilla, a volte, e ci si interroga, sempre. Starò facendo la cosa giusta? Avrei dovuto essere più severa, rigida, oppure più comprensiva e malleabile? Brava chi lo sa! Perché esiste anche la categoria delle mamme che sanno tutto loro, e fanno bene tutto loro, che “vivono per i figli” e dispensano consigli e ricette manco la Clerici su raiuno al tocco, ecco da quelle direi che occorre tenersi lontano, e diffidare, più che da chiunque altro. Perché la verità è che la ricetta non esiste, e come fanno le mamme in natura a volte bisogna fidarsi del proprio istinto, e sperare che vada bene e basti quello. Perché i figlioli poi sono individui che agiscono e fanno di testa loro, uh se fanno di testa loro! e anche questo non può essere evitato o rimosso. I figli non sono nostri, non sono né una proprietà né un’estensione del proprio io, sui quali appunto rovesciare tutto come se fossimo vasi comunicanti, non lo siamo, e credo sia cosa sana e giusta. Una sana e giusta distanza, anche la simbiosi, il dirsi tutto e restare connessi tutto il giorno non credo aiuti i figli a imparare a cacciare una gazzella da soli. Che poi se sei gazzella devi saper scappare, ma insomma il concetto è lo stesso. Quando arriva il momento le zampe sono le tue, non quelle di tua madre. E devono saper fare il loro dovere, che sia quello di rincorrere o quello di scappare non ha importanza. Ha importanza se hai visto tante volte tua madre farlo e se hai provato a fare come lei. Quello ha importanza.

Tornando quindi alla domanda iniziale, non essendo – e dico, per fortuna! – in grado di dare alcuna risposta né a me stessa né tantomeno ad altri –, mi chiedo: qual è il torto peggiore che si può fare a un figlio? Quali sbagli assolutamente da evitare?

Io credo che si debba evitare di credere che i nostri figli siano “noi”, siano “nostri” e sperare invece che diventino qualcosa, e qualcuno che, grazie a quello che siamo stati e siamo, hanno capito di voler essere. Sarebbe un gran traguardo, sarebbe bellissimo. E sarebbero figli felici, di essere esattamente quello che sono. C’è qualcosa di più importante?

PER BALLARE IL TANGO SERVE CORAGGIO, PAROLA DI NORMA GOMEZ TOMASI

In una intervista si chiede a Norma Gomez Tomasi di definire che cosa significa il tango, la sua risposta mi ha colpito molto: “Qué significa el tango? La mejior definición es bailarlo”.

Credo che in queste poche parole possa racchiudersi l’essenza dello spirito del tango e del suo metodo di insegnamento, di cui ci ha dato un ottimo assaggio in uno stage suddiviso in due moduli, di tre ore ciascuno, presso il Centro Nagual il 15 e 16 novembre, organizzato dai nostri maestri Selene e Luca.

Io non conoscevo Norma – ballerina, coreografa e insegnante di tango con oltre 45 anni di esperienza – per molti del nostro gruppo invece è stato un ritrovarsi con lei, pieno di affetto, di memoria viva, seppure trascorsi alcuni anni dal suo ultimo viaggio, e ciclo di incontri, in Italia ha abbracciato tutti, chiamandoli per nome e dedicando a ciascuno un’attenzione, una cura particolare nel saluto. Connessione. Primo passo verso il tango.

Norma vive a Buenos Aires dove ha fondato con Ernesto Carmona la prima scuola di tango di Buenos Aires “Bohemia, Rincón de Arte”, in cui formano con il loro metodo unico per l’insegnamento del tango, registrato presso il Registro della Proprietà Intellettuale, ballerini professionisti e insegnanti di tango, ma insegnano anche a coloro che vogliono semplicemente comprendere che cosa “significa” ballare il tango.

Era questo, per me, lo scopo della partecipazione alle sue lezioni, che proponevano lo studio e l’approfondimento di alcuni aspetti fondamentali: “Abbraccio ed equilibrio. Musicalità e creatività”.

Ci siamo abbracciati, abbiamo cercato nuovi equilibri, ascoltando la musica, cercandola dentro di noi, per arrivare a interpretarla con creatività condivisa.

È stata un’esperienza molto formativa, un’occasione di riflessione e arricchimento non soltanto per ballare il tango, ma per cogliere le molte similitudini che ci offre con la vita, e con il modo con cui scegliamo di affrontarla.

“Il tango richiede coraggio – ci dice Norma – e fiducia, prima di tutto in se stessi e poi nell’altro”.

Senza coraggio non si balla, senza coraggio non si vive. Il coraggio della presenza, del volersi mettere in gioco, esporsi, offrirsi, magari sbagliare, ma nel tango l’errore non esiste: si tratta solo di un’occasione per creare qualcosa di nuovo, di inaspettato che sarà, perché no, forse, anche migliore. Di sicuro diverso, che cosa c’è di male? Chi decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? che cosa posso fare e che cosa è vietato? Tutte domande che la maestra ci pone perché cambiamo punto di vista, e proviamo ad aprirci a un nuovo modo di ballare: se lo sento, lo faccio.

Norma ci ha spinto così a uscire dagli schemi, a non ballare, e quindi porsi verso l’altro, con un pre-concetto, aspettandosi qualcosa di preciso e preconfezionato, ma a provare ad ascoltare, prima di tutto, la musica che nasce da dentro.

“Ognuno di noi ha una sua musica – suggerisce – provate quando camminate per strada a cantare o fischiare, forse chi vi vede vi prenderà per matto, ma vi accorgerete che anche i vostri passi sono una danza, si accordano a un ritmo, e sarà più facile ballarlo”.

È bello pensare che ciascuno abbia la sua musica, anche se il difficile è sentirla in due e riuscire a ballare la stessa! Riflettiamo sul valore dell’ascolto, dell’apertura verso l’altro: può trattarsi di una persona che non abbiamo mai visto, che forse non rivedremo mai più, che magari non parla la nostra lingua e non sappiamo neppure come si chiama. In che modo possiamo comunicare allora?

Con il linguaggio universale del corpo.

“El cuerpo – spiega ancora Norma nell’intervista – non sabe mentir y que quando queremos mentir con el cuerpo se hace mas evidente la mentira”.

Un concetto davvero interessante. Il corpo dunque non può che esprimere qualcosa di vero, se lasciamo che fluiscano le emozioni, passandole all’altro, si crea così un cerchio che si autoalimenta, senza strappi, angoli o spigoli. È quello che accadeva all’origine di questo ballo, ci racconta in un momento di pausa Norma, ci sediamo a terra e ascoltiamo.

Immaginiamo l’epoca e i luoghi in cui le persone si ritrovavano, provenienti da parti lontanissime del mondo: Africa, Italia, Polonia, Spagna, Russia. Lingue diverse, storie diverse, abitudini, usanze, tradizioni, cibi diversi. Eppure c’era qualcosa che univa tutte queste persone così differenti. La solitudine, il senso di smarrimento, il bisogno umano di contatto. È così che nasce, nei barrios e negli spazi comuni delle abitazioni povere, il tango: toccarsi, abbracciarsi un’esigenza umana, prima di tutto. Si mischiano i suoni, i ritmi, c’è molto delle danze tribali africane, per esempio, ed ecco spiegato il motivo: su tre persone una era di colore.

Norma ci invita a pensare a questo quando balliamo: sentire l’abbraccio come un punto di contatto, di connessione e provare a “scrivere” con i piedi, con il corpo, un linguaggio nuovo, forte, vero. E da qui un altro concetto: “El tango es MUGRE”. Sporco. Non c’è perfezione, affettazione, si improvvisa e quindi quello che si fa può essere irripetibile, unico, non pulito.

È la danza del “qui e ora”, richiede presenza, partecipazione, saper dire: Eccomi, sono io, intero, unico, imperfetto.

Balliamo, ascoltiamo la musica, le parole di Norma, proviamo a farle nostre, le tre ore di lezione volano e si esce più leggeri, con qualcosa che ciascuno porta a casa per metterlo in condivisione di nuovo la mattina seguente, per altre tre ore di lezione.

Partiamo assonnati, ma ritroviamo subito lo spirito del giorno precedente: pensieri profondi – va bene portare nel ballo anche la rabbia, la tristezza, la nostalgia o la preoccupazione – ma vanno sempre tradotti in leggerezza. Come si fa a essere tristi o arrabbiati “in modo leggero”? una bella sfida, da cogliere, da provare a mettere in pratica. Un punto di vista diverso: profondo non vuol dire pesante.

Quanto della vita c’è nel tango e quanto ballare il tango può essere utile anche nella vita?

Molto, moltissimo, se lo si intende in questo modo. Che poi credo che sia quello più vero, come testimonia chi lo pratica e lo insegna da una vita intera.

Salutarci non è triste, c’è la promessa di rivedersi, magari a Buenos Aires, Norma ci assicura che troveremo una porta aperta e una bella tazza di mate sempre pronta.

Il saluto in realtà è più breve del previsto: ci rivediamo la sera stessa alla prima milonga organizzata dalla neo costituita associazione “Tango Spring”, che abbiamo voluto creare proprio per promuovere occasioni nelle quali esprimere questo concetto di tango.

Accoglienza, gioia, voglia di stare insieme, questi i principi della “Otra Milonga” che abbiamo organizzato con cura e attenzione a ogni minimo dettaglio, al Jazz Road in via Bovio a Pisa: la risposta è stata positiva: tante le persone che hanno partecipato, apprezzando la musica, l’ambiente caldo, il buffet semplice ma accurato. Il clima è di accoglienza, di voglia di ballare e stare bene.

Sarà una bellissima serata, in cui aleggerà, leggero ma profondo, lo spirito che Norma ci ha trasmesso nello stage. Lei ci osserva, seduta, annuendo: sono sicura che avrà pensato di aver fatto un ottimo lavoro con noi. Non possiamo che confermarlo.

Alla prossima milonga allora (il 13 dicembre per la “Otra”, sempre al Jazz Road) per rivedere Norma invece toccherà andare in Argentina…

Il peso delle parole

Le parole sono pietre, sono mattoni, sono armi, ali, frecce, imbuti; sono ponti, sono bombe, sono coltelli, sono fili, che cuciono, uniscono, sono fobici che lacerano, separano. Le parole sono potenti.

Non a caso in greco antico “parola” è indicata dalla stessa espressione che significa “ragione” e che contraddistingue l’uomo, assumendo anche una valenza filosofica articolata e complessa: λόγος (lógos). Stessa radice del verbo λέγω (légο), che significa “scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare”.

Quindi il legame tra la parola e il pensiero è strettissimo, anzi, si identifica e si sovrappone ad esso.

Per quali affascinanti e talvolta incomprensibili meccanismi linguistici in italiano sia passata la derivazione dal greco παραβολή, parabolè, attraverso il latino parabŏla, e poi paràula nel volgare non stiamo qui ad indagare.

Resta il fatto che la parola rappresenta l’elemento basilare della comunicazione verbale, l’unità minima di trasmissione ed espressione dei concetti. La parola è, al tempo stesso, instabile, fragile, frutto di continua manipolazione, soggettivizzazione, distorsione e incomprensione. La parola è di per sé fraintendibile, interpretabile, oggetto di continua metamorfosi.

Nonostante questa sua fragilità, rimane lo strumento di comunicazione più potente che esiste al mondo. È questo è un fatto.

Non ci credete? Pensate che siano solo gargarismi intellettuali di gente che passa la giornata a arzigogolare sul nulla? Roba da linguisti e glottologi e nulla più? Errato. Basta fare qualche prova pratica, velocissima, e tutto appare chiaro.

Mettiamo che due persone si incontrano e una dice all’altra, che ne so: “ti amo”. Cambia qualcosa? Oppure: “ti lascio”. Che accade? Ti licenzio, sei assunta, hai un cancro, sono tuo padre, o mille e mille altre piccolissime parole che hanno il potere di cambiare la vita delle persone. Stravolgerla anche. Con così poco: due o tre paroline, che muovono un mondo e innescano dei cambiamenti, accendono azioni.

Le parole sono micce.

È una cosa incredibile e ogni volta che ci penso mi si riempie il cuore di meraviglia, quello stesso cuore che una parola può far brillare di felicità oppure svuotare, spegnere, strizzare fino a fare male. Per così poco, per una parola: ci pensate? È una cosa straordinaria, secondo me.

Ma non esistono solo le parole dette, quelle è vero assumono il peso maggiore, più importante, quelle sono piccole guerriere operose, opliti che armano l’esercito della vita.

Ultimamente mi capita molto spesso di riflettere anche sulle parole meno fortunate, quelle NON DETTE, quelle OMESSE, TACIUTE, DIMENTICATE, che restano a vagare senza trovare un fiato coraggioso che le esprima, che le faccia esistere strappandole al loro limbo di incompiutezza. Per distrazione, negligenza, trascuratezza, per orgoglio.

Quante – e quali – sono le parole che non diciamo? Molto spesso sono quelle che riteniamo semplicemente “scontate”, pensando che non serva pronunciarle, o ripeterle. Perché?

Le parole non sono un UNA TANTUM, qualcosa che detto una volta basta per sempre.

Ecco un’altra caratteristica della parola: è importante coltivarla, ripeterla, rinnovarla, arricchirla, inserirla in diversi contesti, momenti. Si rischia altrimenti che resti al buio, che si opacizzi, si spenga, perda forza, che come tante cose della vita “sia scaduta”. Ma le parole scadono? Un’altra bella domanda. Temo di sì. E quanto dura una parola? Questa forse è più facile: una parola dura il tempo in cui si rende necessario ripeterla. Ecco quanto dura. Questo tempo però è soggettivo, non è uguale per tutti. E qui nascono le difficoltà, nei rapporti, tra le persone.

E dove finiscono le parole non dette? A volte le immagino, galleggiare nell’aria senza meta, inquiete, irrisolte perché non dette, come fantasmi senza posa in un limbo senza tempo. Una parola non detta, non scritta, esiste ugualmente? Una parola non espressa, che resta muta, vale? E quanto? Lo stesso? No. Purtroppo non può valere lo stesso. Eppure esiste, da qualche parte, anche lei. E aspetta, perché può sempre capitare che un giorno succeda anche a lei il miracolo di essere scelta, e pronunciata, di abbandonare il limbo e prendere forma.

Se è vero che tacere è un’arte, una pratica che dovremmo perseguire più spesso, è altrettanto importante capire che le parole vanno dette. Quelle necessarie almeno, quelle che servono a nutrire un rapporto, di qualsiasi genere esso sia: d’amore, d’amicizia, di parentela, di lavoro o di collaborazione. A volte anche una parola detta a uno sconosciuto può assumere un grande valore. Inaspettato. Altra caratteristica meravigliosa della parola: la capacità di creare stupore. Di accendere una fiamma, che resta, anche dopo che si è spento il fiato che le ha dato vita. Che sembra breve, un attimo, i pochi secondi che servono per pronunciarla, eppure il suo effetto continua a risuonare, lavora, scava, crea, demolisce, nella mente di chi la riceve.

Le parole non sono tutte uguali, alcune sono malefiche, portano dolore, distruzione, altre illuminano, danno speranza, accendono i cuori. Bisogna fare molta attenzione, nella scelta delle parole, perché una volta detta, una parola non torna indietro, come una freccia arriva dritto al suo bersaglio, e non la puoi fermare, non le puoi impedire di fare il suo centro.

La parola è λόγος, per tornare ai greci, è pensiero, è ragione, è VITA.

La parola fa la differenza. Ecco il suo peso, il vero valore; è diverso, dirla una cosa o non dirla.

Con buona pace dell’universo, perché sono tante, delle parole non dette, ogni volta che una di loro viene “scelta” e abbandona il limbo per prendere vita, si accende una fiamma. Che continua a brillare.

Aggressione fa rima con disinformazione

Troppo spesso si sente e si legge di “cani assassini”, in seguito ad aggressioni da parte di cani, spesso di famiglia, verso bambini che in alcuni casi sono rimasti gravemente feriti o purtroppo non sono sopravvissuti.

Sono notizie terribili, che non vorremmo mai leggere, ma forse, dico forse, per non leggerle più occorrerebbe fare intanto la nostra parte, magari piccola ma importante, e qui parlo da appartenente alla categoria (quella dei giornalisti), cominciando a utilizzare un linguaggio corretto, e anche a promuovere occasioni di corretta informazione. Perché in fondo questo è il nostro, primo, dovere: raccontare la verità dei fatti, fare informazione ad essa pertinente, e continente. Ecco, non sempre accade, soprattutto – e troppo spesso – nell’ambito di queste tragiche circostanze, a maggior ragione delicate proprio per questo.

I cani non sono degli “assassini” poiché non uccidono né feriscono un essere umano agendo per una volontà premeditata o intenzionale, sembra un concetto banale, ma credo sia importante partire da qui.

Partiamo anche dall’assunto che ci sono, oggettivamente, razze più complesse da gestire di altre, non “pericolose” in sé e per sé, ma che presentano caratteristiche motivazionali peculiari, per le quali senza dubbio alcuno è fondamentale la consapevolezza del proprietario.

Scegliere come compagno di vita un barboncino toy oppure un pitbull, un maltese o un rottweiler, per fare esempi grossolani ma significativi, è ovvio che non è la stessa cosa, fermo restando che l’adozione – o acquisto – di un cane deve sempre essere, qualsiasi cane si scelga, accompagnato da un percorso di consapevolezza volto a tenere in considerazione tre fattori principali, che ricorda ed elenca sempre in maniera molto chiara l’etologo Roberto Marchesini, ma evidentemente non è mai abbastanza: dunque vale la pena ripeterli questi fattori.

Occorre prima di tutto conoscere e informarsi molto bene sulle doti innate e sugli aspetti genetici di quella data razza, leggendo il più possibile, prendendo contatto con altri proprietari che hanno avuto quel tipo di cane, e anche con gli allevatori, educatori, veterinari, insomma cercare di raccogliere più esperienze possibili di persone che conoscono bene quella razza.

Questo ovviamente non basta: ogni cane è un individuo e avrà quindi anche delle peculiarità proprie, legate alla sua storia, e anche al suo carattere che con qualche aiuto si può capire anche se si tratta di un cucciolo.

Infine, terzo elemento ma certamente fondamentale, occorre sapere che assume un aspetto di enorme rilevanza la relazione che il cane ha con il suo proprietario.

Senza avere questi tre elementi è impossibile fare una valutazione corretta e sensata di qualsiasi cane, di qualsiasi razza.

Se è vero che niente, o poco, si può fare sulle caratteristiche genetiche o sulle esperienze pregresse, altrettanto vero è che la relazione può fare, e farà, la differenza. Ecco perché occorre una grande consapevolezza, e una forte capacità di cognizione e controllo del proprio cane per poter costruire una relazione solida ed equilibrata che sarà alla base di una vita felice, sia per il cane che per tutti gli esseri umani con cui verrà in contatto, a partire dal suo proprietario.

Leggiamo ancora termini come “capobranco”, “dominante”, “soggetto alfa” e altre amenità di questo tipo che l’etologia e l’educazione cinofila “moderna” hanno relegato nell’armadio (dei vecchi scheletri) eppure appunto non è infrequente imbattersi in pareri, anche di esperti, che utilizzano questa terminologia. Ancora una volta il linguaggio è importante.

Il proprietario di un cane non deve essere il capobranco, ma deve essere una persona consapevole, che sia in grado di accompagnare il cane in un percorso in cui le sue caratteristiche possano trovare un’espressione adeguata. E questo non è possibile se non conoscendo in maniera approfondita proprio le motivazioni del cane stesso.

Ormai si sente parlare sempre più spesso di “test di valutazione”, benissimo, importante che non siano pensati solo per il cane, ma volti a sondare se il proprietario possiede le capacità per una conduzione corretta del cane stesso. Perché poi non si debba leggere che il cane è “un assassino”, tanto per intenderci.

Ma che cosa significa è un “cane impegnativo”? senz’altro si tratta di un cane che presenta delle caratteristiche motivazionali, sostanzialmente predatorie, che necessitano di essere bene incanalate per non sfociare in comportamenti scorretti e in aggressioni, che possono risultare anche letali per i più fragili, come bambini o anziani. Nessuno vorrebbe più leggere di bambini azzannati da cani, magari di casa appunto. Non è accettabile eppure accade e anche con una certa frequenza. Perché?

Prima cosa: sfatiamo il mito che un cane per forza e di default debba o possa essere “il migliore amico di un bambino”. Senza ombra di dubbio quello che un bambino può ricevere dalla relazione con un cane è scientificamente provato, soprattutto per i primi sei anni di vita, rappresentando una “base sicura” rafforza l’autostima, e costituisce un enorme stimolo per nuove avventure conoscitive che un essere umano non è in grado di offrire. Il discorso sarebbe lunghissimo – e non ci addentriamo qui – se ci mettessimo a parlare di tutti gli aspetti positivi che una relazione con un cane può apportare nel processo educativo ed evolutivo di un bambino. Preme però sottolineare che tutto questo non può accadere senza l’attenta supervisione dell’adulto e senza che appunto a monte ci sia un percorso condiviso e consapevole che renda quel cane “di famiglia” un soggetto competente ed equilibrato nel suo ruolo all’interno della famiglia stessa. Non può stare in piedi il concetto secondo il quale il bambino dovrebbe essere “gerarchicamente” superiore al cane, perché non è così che funzionano le relazioni sane. Ma fermiamoci qui, dato che io non sono certo né un’educatrice, né una veterinaria comportamentalista, né un’etologa, sono soltanto una persona che nel suo piccolo ha sempre cercato di divulgare informazioni corrette e questo continuerò a fare, nella speranza che possa diffondersi una vera cultura di “informazione”, solo questa parola può far rima infatti con “protezione”.

Chiamata senza risposta

Oggi voglio parlare di un tema diverso, niente cani, niente cavalli, libri, bozze, autori, niente del genere.

Oggi voglio parlare di un vero e proprio mistero che, sono certa, non avvolge solo la mia esperienza, ma credo riguardi quella di molte madri di adolescenti.

Sì adolescenti, presente quelle creature che fino a ieri l’altro erano deliziosi bambini con la finestrella nei denti che ti facevano disegni con su scritto “ti voglio bene mamma” e oggi fanno finta di non conoscerti se ti incontrano per caso in strada imbrancati con gli amici, o peggio ancora, in compagnia di un’amica o di un amico speciale del quale tu devi ignorare l’esistenza perché se ti azzardi poi a chiedere “chi era quello/a?” vieni azzannata alla giugulare da un affilato “sono affari miei”? Quelli.

Quelle personcine che all’improvviso sono diventati più alti di te di venti centimetri ai quali non puoi più comprare simpatiche magliette o tutine nel reparto “bimbi” perché quando ti viene in mente di prendergli qualcosa, che tanto comunque non gli piacerà, ti rendi conto che gli ci vuole la M da uomo. Quei soggetti indecifrabili, imperscrutabili e impraticabili che si aggirano per casa o si spiaggiano in posizioni improbabili sul divano, sempre ovunque e comunque con il cellulare in mano. Gli si modificheranno le dita, a questi qui, perché praticamente non gliele vedi mai senza cellulare dentro, ci vivono in simbiosi, ci scrivono, ci leggono, ci fanno perfino i compiti con il telefonino, o così almeno ci vogliono far credere. Eppure… eppure… eppure, cosa succede quando provate a telefonare a vostro figlio o mandargli un messaggio? NIENTE. Esatto: non succede niente perché NON RISPONDE. E se poi ti ci incavoli e protesti ti dice: “eh ma non avevo sentito/visto!”. Come cavolo fai a non aver sentito (per carità forse ci sta anche, lo tengono sempre silenziato il telefono altro mistero dei misteri) oppure visto il cellulare dato che non te ne separi nemmeno per guardare dove metti i piedi quando cammini?

Eppure te la dicono questa cosa qui, come se fosse poi normale, si risentono anzi: “non posso mica stare sempre a guardare il telefono stavo facendo altro”. Ecco una cosa che mi fa saltare i nervi: “stavo facendo ALTRO”. Ma altro cosa? E poi a un certo punto, mettiamo anche se tu stessi facendo altro e che tu sia stato – quanto? sette minuti? – senza guardare il cellulare a un certo punto, dico, lo avrai notato che c’hai una chiamata persa, un messaggio, di tua madre, no? Oppure c’hai il telefono con la selezione all’ingresso, che le chiamate di tua madre e pure i suoi messaggi li dirotta sulla luna? Perché è da lì che sembrano provenire quando il povero genitore risentito cerca di mostrare le proprie istanze. E puoi anche chiamarli a ripetizione eh, così per gusto: non rispondono comunque. E quando trovano otto chiamate senza risposta della madre non è che un minino si preoccupano, pensando oh cielo mentre “stavo facendo altro” magari è andata a fuoco la casa, ci hanno rapinato, mia madre ha bisogno di me e mi devo precipitare come fossi Batman. Macché. Non richiamano.

Lo stesso però, ovviamente, non vale quando sono loro a scrivere alla madre, magari perché hanno bisogno di qualcosa: di essere accompagnati, ripresi, di ospitare tizia o tizio o giù di lì. Ecco, in quel caso devi rispondere subito, e di sì ci mancherebbe, perché se la prendono a male se non dai risposta – affermativa – entro due minuti. Ma come? Non lo hai visto che ti ho scritto? E lì la tentazione arriva, direttamente proprio sulla punta delle dita, di rispondere: “No, abbi pazienza ma stavo facendo altro”. Tipo lavorare, o comunque qualsiasi altra cosa che non mi ha permesso di visualizzare (altro tema: moltissimi la spunta blu dei messaggi l’hanno tolta perché sennò “si stressano”) le tue richieste. Eh no, questo a una madre non è concesso, ovvio. Questa cosa di non rispondere non è transitiva insomma, ma credo ve ne siate accorte anche voi, non dico nulla di nuovo. E ogni tanto penso, ma non era più facile la vita senza i telefonini? Per comunicare ci si doveva vedere, sì c’era il telefono di casa, ma era proprio tutt’altra roba, al limite serviva per quello che dovrebbe servire un telefono: per darsi un appuntamento, ci vediamo alla tale ora in tale posto, oppure no oggi non ce la faccio devo studiare e poi andare agli allenamenti e allora ti restava il magone fino al giorno dopo, o alla volta successiva in cui ti potevi rivedere e ti batteva forte il cuore. Ma a loro quando gli batte forte il cuore, mi domando? Mentre chattano, mentre guardano reel su Instagram, quando di preciso? Non è che voglio fare la nostalgica, sarebbe ridicolo, il mondo va avanti e se dio vuole ci mancherebbe però… però… però…

Siamo sicuri che questi benedetti aggeggi l’abbiano migliorato la comunicazione? Che servono davvero a fare “rete”, a “stare connessi”? O talvolta sortiscono invece proprio l’effetto contrario, di estraniamento, allontanamento dalla vita reale, dalle persone reali? Perché la funzione principale che dovrebbe avere una comunicazione telefonica è proprio un’altra: qualcosa da dirsi, tipo ci vediamo in un certo posto, ti va di uscire, che fai stasera, insomma cose così. Un telefono dovrebbe essere un ponte, comodissimo, su cui salire, da attraversare per trovare dall’altro lato la realtà, la vita vera, un’altra persona, non un altro cellulare.

Ecco credo che il primo passo verso questa nuova consapevolezza, rivoluzionaria, stupefacente, cari ragazzi, sarebbe quello di rispondere alle vostre mamme quando vi chiamano. Perché di sicuro è per dirvi qualcosa di importante, e i telefoni dovrebbero servire proprio a questo: a dirsi qualcosa di importante. Non vi pare?

Un Sanremo che cura poco (e che poco si cura delle donne)

Eh sì quest’anno l’ho guardato anche io Sanremo, forse è stata la prima volta in cui l’ho seguito davvero e con più attenzione, ovvio che non sarei credibile spacciandomi per esperta critica musicale profonda conoscitrice della kermesse più attesa dell’anno. Tuttavia, avendoci fatto le due di notte per vedere la conclusione, sento di potermi arrogare il diritto di dire qualcosa anche io – visto tra l’altro che al tempo dei social lo fanno tutti.

Tanto per cominciare è stata una bella serata, perché ci ha offerto l’occasione di riunirci a casa di amici per guardare (sentire si sentiva poco) e più che altro commentare cantanti, look, presentatori e presentatrici, ospiti e via dicendo. Quando un evento funziona da aggregatore sociale, unendo trasversalmente generazioni diverse, è sempre una bella cosa, a mio parere. E questo il primo punto. Da lì a fare “un prodotto”, come dicono quelli che ci capiscono, di qualità e di livello, che veicoli messaggi importanti, che ri-porti al centro la valenza professionale e la potenza evocativa dell’arte di fare musica in un’epoca in cui tutti sanno dicono scrivono – e ovviamente cantano – ce ne corre.

Ecco dunque il bastone, dopo la carota: un po’ sono occasioni perse, queste in cui c’è la possibilità di arrivare nelle case, e nelle menti, di così tante persone – stiamo parlando di 13,4 milioni di spettatori mica bruscolini – diretti come missili se non le si sfruttano e colgono per “fare la differenza”. E io la differenza non l’ho vista, son sincera, ho visto piuttosto una rassicurante e confortante conferma, specchio di una società che certe cose le vuole dire, le vuole vedere, un pochino, il giusto dai, solo per poter dire che le ha dette e viste ecco (e ce le hanno messe proprio tutte eh). Perché “si deve”. Nulla più.

Ma andiamo per ordine, prima i cantanti, dato che dovrebbe essere la musica protagonista di questo festival no? Questo temo a tratti sia un po’ sfuggito, ma insomma forse anche no. Perché se nella cinquina di finalisti abbiamo Cristicchi, Brunori, Lucio Corsi che è stato forse la vera “rivelazione” di questa edizione mi sta bene. Peccato che c’è Fedez, per dirne uno, sul quale mi taccio che è meglio, peccato che Giorgia, signora indiscussa per classe e per voce, è stata esclusa dalla cinquina dei finalisti anche se consolata dal premio “TIM” e più che altro dal pubblico, che forse alla fine è anche il riconoscimento più bello che un’artista può ricevere. Forse è anche giusto che a vincere sia un ragazzo di 23 anni con un nome e un look improbabili che parla di un tema improbabile (la nostalgia che poi anche in italiano è un’altra cosa da quello che canta lui, ma insomma non stiamo a scendere nella semantica che mi pare eccessivo sennò) ma decisamente “fresco”, largo ai giovani in questo caso ha funzionato, anche se questo risultato credo abbia fatto storcere la bocca a molti.

Dicevo contenta per Lucio Corsi, invece, un ragazzo che sa cantare, e sa suonare, intanto, e non mi pare cosa scontata in quel circo lì, che ha saputo porre con leggerezza e originalità un tema, questo sì, di grande impatto anche sociale, non solo per i più giovani: un elogio della fragilità e dell’imperfezione, posto con la cifra vincente dell’umiltà e dell’ironia. Tanto di cappello. Andarsi bene per come si è, anche senza essere “duri”, eroi, tatuati, muscolati, vestiti di pelle nera, con catenazzi, piercing e occhiali scuri, quelli con “troppo sole” per dirla proprio con Lucio. Insomma quasi tutti gli altri partecipanti, almeno maschili, mentre la componente femminile faceva a chi ce l’ha più grosse, più pompate e più scoperte (scegliete voi se le tette, le labbra o anche gli zigomi). Ops, scusate sto divagando, scivolando pericolosamente su un altro terreno. Mi fermo che è meglio.

Di musica me ne intendo poco, la ascolto molto, questo sì, ma quello che mi sento di dire è non più di quanto detto, felice per questi personaggi che ho citato – bellissimo il testo della canzone di Cristicchi che ha avuto il merito, anche se non originale, ci aveva già provato Ruggeri (escluso da Amadeus) con la bellissima canzone “Dimentico” qualche anno fa, di parlare di un tema drammatico quanto attuale, quello della “cura” verso i genitori e gli anziani che tornando “piccoli” ci costringono a fare i conti con la nostra di piccolezza.

Due parole le voglio dire invece sulle conduzioni, e qui mi sento di essere meno lusinghiera. Non mi ha convinto Carlo Conti, non l’ho proprio trovato all’altezza, ancora meno soddisfatta delle conduttrici femminili, a parte ammirare il coraggio e la classe di Bianca Balti, anche questo un messaggio importante, non ho visto professioniste, non ho visto nessuna fare la differenza, per tornare su questo tema. Ho visto una serie di vestiti strabilianti – alcuni molto belli altri meno – portati a spasso su un palco, talvolta anche goffamente, da manichini poco disinvolti perfino nella lettura del testo che scorre sul monitor, nessuna padronanza di quel palco, né tantomeno, della comunicazione, che a mio avviso ne esce svilita e perdente. Come la figura e il ruolo professionale della donna del resto, ecco alla fine lo voglio dire, che non mi è piaciuto come è stato portato su quel palco (ah tra l’altro i cinque finalisti tutti uomini, anche questo un caso?), questa sì che è stata una grande occasione persa, quella di poter mostrare che le donne, ma come gli uomini del resto, nel mondo della musica, dell’arte, della comunicazione devono avere talento, che spicca, che spacca, che buca, che fa la differenza, che illumina, che dice ai giovani e non solo eccomi, io ce l’ho fatta, anche se sono un fragile, come dice Lucio, ma ci ho creduto, mi sono impegnato, con fatica, con dedizione, con coraggio, con ironia e lucidità, perché credo in quel che sono e che valgo, seppur diverso da quello che ci impone questa società rimpolpata di silicone.

Per tornare alla carota, perché solo bastone fa davvero troppo radical-chic che non mi appartiene per nulla, l’ho guardato volentieri questo Festival, devo confessare in realtà che ho visto solo tre serate su cinque, ma le canzoni le ho ascoltate tutte e attentamente. Mi piace il fatto che unisca, divida, che faccia discutere, appassionare, che sia l’occasione – anche se non sfruttata a pieno e al meglio s’è detto – di parlare (anche) di tumore, di malattia mentale, di demenza senile e vecchiaia, di depressione, ma anche d’amore, ovvio, di cuoricini, di figli, della vita, in tutte le sue sfumature, vissuta, immaginata, cantata, condivisa.

Io intanto rimango dell’idea che un bravo artista, che si occupi di musica, di scrittura, di pittura, deve fare la differenza, per me la differenza a questo giro l’ha fatta avere una voce, una classe, una presenza e una professionalità come quella di Giorgia, o un talento ironico potente nella sua iconica fragilità di Lucio. Tutto il resto è noia…(incluso e soprattutto l’insopportabile spiegone dell’Albertone Angela, ecco l’ho voluto dire).

Il ciabattino va in giro con le scarpe bucate (e gli editor con i siti da aggiornare)

I detti popolari hanno sempre un fondo di verità, è innegabile. È così che il ciabattino va in giro scalzo, o meglio con le scarpe da sistemare, il perché si capisce facilmente: perché il suo tempo lo impiega ad aggiustare le scarpe degli altri, lasciando sempre indietro le proprie. Poi magari quando smette di lavorare, dopo ore e ore passate chino a sistemare tacchi, risuolare, incollare e inchiodare di tutto ha voglia tranne che di mettersi a fare un paio di scarpe in più che, per l’appunto, sarebbero le sue!

Non è troppo diversa la situazione di chi trascorre la giornata a leggere, editare, sistemare, riscrivere i testi degli altri e finisce per dedicare poco (o quasi punto) tempo ai propri. Non è una cosa bella, è vero, e neppure fatta bene, ma se l’immagine del povero ciabattino stanco di spaccarsi le mani e gli occhi sommerso da scarpe da sistemare suscita una certa forma di pietas mi dico che posso essere indulgente anche con me stessa, per non aver aggiornato per diverso (troppo, va detto) tempo il mio sito, al punto che non avevo neppure inserito le ultime cinque pubblicazioni. Mica bruscolini! E anche questo blog ho trascurato, verissimo, per quei pochi che hanno il piacere di leggere le (dis)avventure editoriali o bracchesche una mancanza considerevole che conto e spero di poter riparare.

E voi penserete: bravo ciabattino che finalmente ha messo da parte le scarpe di qualcuno per mettere sul bancone le proprie e darci dentro con il lavoro… macché! Inutile non dire la verità e prendersi meriti che non ho per nulla. Alla fine è andata che il ciabattino si è deciso e ha fatto una cosa saggia: ha chiesto una mano a un altro ciabattino, più bravo di lui in queste cose, sennò col cavolo che le aggiustava da solo le sue scarpe!

Eleonora, oltreché un’amica con cui è sempre piacevole conversare e trascorrere il tempo, è colei che il mio sito lo ha fatto di sana pianta, dando a me “soltanto” il compito di fare il copy – attività nella quale lei eccelle peraltro – in parole più semplici: io ho dovuto solo riempire gli spazi che lei aveva creato. E avrei anche dovuto aggiornarli, e invece… che dire chi è un bravo ciabattino scagli la prima suola! Io me ne guardo bene.

Abbiamo deciso per un pranzo, certe cose è bene farle a pancia piena, e per riempirla abbiamo optato per un quarto di pizza alla pisana e schiacciatina con cecina. Con le dita belle unte poi ci siamo messe al lavoro. Io come una scolaretta consapevole di non aver fatto i compiti e quindi di non poter certo aspirare a una pagella decente, lei con la consueta professionalità e competenza. Insomma, a ognuno il suo. O quasi…

Il risultato è che adesso almeno il sito è aggiornato! E sono comparse magicamente le ultime cinque “fatiche editoriali”, come le chiamano quelli che si danno una certa aria; nella home abbiamo inserito l’ultimo libro uscito (Sono solo bestie. Maltrattamento e benessere animale. Domande e risposte, Primamedia editore, 2024) che meritava davvero uno spazio adeguato, così come i festival letterari che da qualche anno occupano non poco del mio tempo e sono diventate creature a cui sono particolarmente affezionata.

Che lavorone che hanno fatto queste ciabattine! Per premiarlo e darci un minimo di soddisfazione vi chiederei di farci una giratina su questo sito aggiornato, e se vi va anche di dare dei suggerimenti perché c’abbiamo messo dell’impegno, è vero, ma poi le scarpe ammucchiate da sistemare hanno avuto la meglio e terminato lo spazio che ci eravamo ritagliate – pizza e cecina comprese – ciascuna è tornata a incollare tacchi e suole e buonanotte suonatori!

Quindi, contiamo sul vostro aiuto!