La magia de La Serrata

Ho dovuto guardare la data sul calendario. Non avevo idea nemmeno di che giorno della settimana fosse, avevo perso completamente la cognizione del tempo. So solo che oggi sarà l’ultima giornata da trascorrere qui, domani mattina si torna a casa. E si lascia questo posto, con tutta la sua magia. E Velluto. Velluto per adesso resta alla Serrata. Continua a leggere

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Chiedi agli alberi

Ieri siamo passati davanti alla stradina, dotata di sbarra, che portava, e che porta ancora, alla Collacchia. È un posto nel bosco sotto all’Abetone dove, quando eravamo bambini, andavamo a passare le giornate d’estate, per esempio il ferragosto, con un gruppo di amici. Continua a leggere

Il “Terrore”

Abbiamo sempre avuto cani da caccia, a parte un pastore tedesco. Poi io e il mio ex marito prendemmo – o meglio “ci capitò” – uno scarto di una cucciolata di boxer: la Nina. Che io chiamavo Cocca e babbo Sem, con quel suo modo di dare soprannomi a tutti, perfino agli animali, la “Franca”. Continua a leggere

La cima

È già passata una settimana. Eppure sembra soltanto poche ore fa che sono passata da casa alle 7,30 e sono entrata in camera: tu dormivi e Diego pure, sul materasso a terra infondo al letto per non lasciare soli te e la mamma la notte. Mamma mi ha detto che la notte era stata tranquilla, io ero tornata a casa la sera tardi; e così ho deciso di andare qualche ora a lavoro, la breve distanza dall’ufficio permette di ritornare in pochi minuti. Continua a leggere

Né di vene né di marte

…ci si sposa né si parte. E babbo è sempre stato superstizioso, quindi oggi non si va da nessuna parte. Si aspetta. Che cosa lo sappiamo, ma non lo vogliamo pronunciare, perché la Morte resta pur sempre una misteriosa signora che non ama la prevedibilità, e quando entrare in scena lo decide lei, perfino quando è ufficialmente un ospite preannunciato. Sappiamo che è nell’aria, che passerà dalla nostra casa, per portare con sé babbo Sem; aleggia tra le stanze, gli accarezza le lunghe dita ossute, la fronte pallida, il volto scavato. Gli entra negli occhi velati, tra le poche parole pronunciate con fatica. Lui la sente, la desidera e al tempo stesso la scaccia. È un dialogo fra loro, che noi non possiamo udire. Come i gatti sentono voci e suoni che l’orecchio umano non può percepire. Che cosa si dicano, che accordi abbiano preso durante questo lungo periodo, nessuno lo sa. Forse hanno fatto un patto, o si sono dati un appuntamento; forse anche a lei ha detto brusco vedi di non rompere le palle e non farti tanto desiderare, ché ho finito la pazienza.

Sono giorni senza tempo. I minuti, le ore, scorrono lenti come le gocce che scendono dal boccione della flebo: una alla volta, scivolano nel tubicino e raggiungono le sue vene secche come rami di un albero morto, che eppure continua a stare in piedi. Perché gli alberi lo fanno: stanno su, sembrano in tutto e per tutto uguali agli altri, dritti, maestosi, con le braccia al cielo come solo un albero può essere. E invece dentro sono morti, un giorno crollano e tutti dicono guarda quell’albero, deve averlo abbattuto un fulmine, peccato era così rigoglioso. Ma non lo sanno, da quanto tempo la vita lo aveva abbandonato, lasciando che le foglie restassero verdi, i rami forti, il tronco dritto, le radici piantate nel terreno. Eppure era stava morendo.

In pochi sapevano della malattia del mio babbo, lui se l’è portata dentro come un segreto, sapendo che si sarebbe impossessata del suo corpo di quercia ogni giorno sempre di più, un poco alla volta, una goccia alla volta, come la flebo che adesso scorre lenta a fianco al suo letto. Ha lottato per quasi sette anni, accettando le cure, sempre più pesanti, sempre più frequenti. Ha difeso la sua quotidianità come un leone stringe la preda fra gli artigli saldi: nessuno oserebbe tentare di strappargliela. E così è andato a cavallo, anzi abbiamo comprato un nuovo cavallo, Velluto, selezionato fra i tanti visti in giro per la Toscana. Babbo non prendiamo un puledro, sarà impegnativo, gli dissi quando decise di prendere proprio lui. Aveva gli occhi buoni, ma era magro, lui disse si farà, verrà un bel cavallo, a finirlo di domare ci penso io. Velluto adesso è un bellissimo maremmano di dieci anni, che presto regalerà le sue potenti galoppate a qualcun altro. Noi però ce le siamo godute, per i boschi di San Rossore.

Non lo voleva far sapere a nessuno, che gli avevano diagnosticato un cancro al fegato e al pancreas, figuriamoci se ho voglia di stare a sentire la gente che ti chiede con aria compatita come stai. Io il malato non lo farò mai. Sto benissimo e finché posso faccio la vita che mi pare. Vado a cavallo, vado in barca, mangio e bevo il cazzo che mi pare, fumo il sigaro e prendo il caffè corretto con la sambuca. Meglio un giorno da leone che cento da pecore, quando poi non sarò più buono a nulla vi saluto.

Le chemio andava a farle con lo scooter, le TAC con il contrasto pure. Con il culo ridotto a colabrodo dalla puntura di un ago grosso come un mignolo montava sulla sua bardella e andava in giro per San Rossore con Velluto. Poi al bar con gli amici a bere un bicchiere di vino bianco e sentire i racconti dei fantini sardi.

Il tumore si è mangiato le cose belle che si era messo in dispensa per la vecchiaia anche se era ancora lontana: le aveva scelte con cura, le passioni di una vita che aveva tutta l’intenzione di godersi fino in fondo. Una bella casa, i figli sistemati, un cavallo, una barca, una bella macchina, tanti amici, la politica vissuta attraverso le esperienze di Diego. Quando si dice non farsi mancare nulla. Tornava tutto. Non ci si fossero messe di mezzo quelle maledette macchie che l’ecografia aveva svelato senza possibilità di dubbio.

I primi anni sono stati più facili, un po’ di dimagrimento che la gente quando lo vedeva gli diceva Sem ti sei messo a dieta, bravo! Guarda come stai bene con qualche chilo in meno! Lui sorrideva tirando indietro la testa con il sigaro fra le dita e il bicchiere di vino davanti. La quercia, dritta, forte, con le fronde ampie, aveva iniziato il suo lento percorso verso la morte, ma gli altri non se ne accorgevano.

Che poi verso la morte ci andiamo tutti, non è che è diverso. Dal momento in cui nasciamo mettiamo un piede dietro l’altro sullo stesso filo, all’altro capo il finale è uguale per tutti. C’è chi lo trova prima, chi troppo presto, chi ci inciampa e nemmeno se ne accorge. Lui lo vedeva, quanto si fosse accorciato il suo filo, e lo sapeva che ogni giorno in più era uno in meno verso la fine. Ma tutti noi dovremmo saperlo questo, e forse tenerlo presente più spesso.

Vorrei dirgli tante cose, ma quando ci ho provato mi è venuto da piangere e io non piango mai o quasi. Gli ho detto babbo lo so che te non ne hai più voglia e che ti rompiamo tutti le palle ma noi lo facciamo perché ti vogliamo bene e vorremmo tenerti anche così. Sì ma io no, mi ha risposto. Aggiungendo senti se devi stare qui a piangere puoi anche andare giù. Ecco. Il solito Sem, che si spezza ma non si piega, chi nasce tondo non muore quadrato. E va bene, non piangiamo, che tanto non serve a nulla. Aspettiamo questa dama che sia in comodo, che si sia fatta bella, che indossi il suo abito più ricco; lo immagino di taftà nero, con lunghi veli e uno strascico, il volto bianco come la neve di Pian degli Ontani quando da bambini ci svegliavamo e il giardino si era sollevato, coperto di un manto candido che portava il silenzio e copriva la terra e metteva il cappello agli alberi secchi come stecchi che parevano morti. La immagino bella, e misericordiosa, che lo prenda per mano e con dolcezza lo porti con sé dove noi non possiamo andare, dove forse di nuovo potrà essere forte, e libero e ribelle come sempre è stato, prendendosi beffe di quelle macchioline che gli hanno mangiato la vita, a poco a poco, fino a divoralo da dentro, mentre le sue foglie da verdi si facevano gialle, molte cadendo, e i rami sempre più ossuti e il tronco, da fuori non si poteva vedere, cavo. Finché non è rimasto solo la corteccia, che fino all’ultimo tiene e lascia fuori tutto e tutti, nascondendo il vuoto che gli si è scavato dentro.

Non sappiamo quando arriverai, signora Morte, perché tanto farai quello che ti pare, e su questo almeno andrete d’accordo.

Una raccomandazione però te la voglio fare, spero solo che tu abbia il buon gusto di presentarti a cavallo, questo sì. Un bel cavallo morello, come piace a lui, con la criniera lunga e selvaggia, guai a pettinargliela; e la coda che sfiora la terra, che lui non gliela voleva mai tagliare la coda ai cavalli nemmeno quando gli si impigliava nei ferri. Arriva al passo, un passo lungo, che è l’andatura migliore per mettersi in viaggio, prendilo per mano e tiralo su in sella, e non ti scordare il bastone uncinato e il coltello, che lui senza non usciva mai: con quelli si aprono tutte le porte e i cancelli, perfino quelli del tuo regno, scommetto.

Poi, se proprio posso avanzare un’ulteriore richiesta, portalo in un bel posto, alla fine non è che gli occorra molto: bastano un cavallo, qualche buon libro, dei sigari e un bicchiere di vino, nero se possibile.

La signora si è presentata stamani, di buon’ora. E di mercoledì. Se sia arrivata a cavallo noi non lo possiamo sapere, ma certo trova babbo pronto, con il suo bel vestito da buttero, gli stivaletti e le ghette, il cappello, il coltello, il bastone e l’immancabile nappa rossa che porta sempre il cavallo, per tenere lontano il malocchio. Buon viaggio babbo.

ZOOMAFIA, chi è costei? Spieghiamolo con un convegno!

L’idea di partenza era quella di una presentazione del mio romanzo Bianconero, parlare semplicemente della mia scrittura però, per quanto sempre piacevole per l’autore, mi pareva riduttivo. In fondo i miei romanzi gialli non li scrivo solo per il gusto narrativo, seppur fortemente motivante, il mio scopo è quello di sensibilizzare sul tema della tutela animale, dei diritti e del benessere degli animali. Continua a leggere

Acqua gym, una scelta non del tutto consapevole

Quella di iscriversi a un corso di acqua gym è stata una decisione un po’ avventata, diciamolo. Dettata forse più dal senso di colpa per aver trascurato la mia schiena per tanto tempo che per una reale convinzione. Qualcosa dovevo fare, di questo ero consapevole, come dello sforzo preteso dalla mia schiena per aver sopportato, con grande dignità devo dire, ben due traslochi e quasi due anni di totale trascuratezza, fatta salva qualche camminata con il cane, pur sempre benefica ma non certo sufficiente. Continua a leggere

Mia e il leone bianco

Io non sono in grado di fare la “critica” di un film, di quelle con i paroloni, i raffronti, le citazioni colte da laurea in storia del cinema. Io sono una di quelle che va a vedere un film, si prende i pop-corn e si lascia trasportare dalla magia del grande schermo, che ci fa sempre tornare un po’ bambini. e del resto questo week end ci sono andati in parecchi a vedere questo film, al suo debutto, risultato in vetta agli incassi nelle sale italiane  con 1.929.892 euro. Continua a leggere