Per favore non chiamateli “sacrifici necessari”

In questo anno si è detto e scritto di tutto. Troppo. Siamo tutti diventati virologi, politici, economisti, esperti di ogni settore, senza, di fatto, poter far nulla se non adeguarci alle varie misure che sono state indicate, ingoiando e baciando rospi, sperando che si sarebbero trasformati, mese dopo mese, se non proprio in prìncipi in qualcosa che potesse assomigliare alla “normalità”.  Numerosi Dpcm si sono susseguiti, imponendo alle nostre vite rinunce e nuove abitudini, a partire dall’uso di mascherine e disinfettanti; abbiamo imparato nuovi concetti, facendo entrare nel nostro vocabolario quotidiano parole prima relegate a rare e inusuali occasioni: distanziamento, assembramento, contagio. Via le occasioni “sociali”, via i pranzi, le cene, gli apertivi, le feste con i nostri cari, le sagre, le fiere, via il cinema, il teatro, via i concerti, gli spettacoli, le presentazioni di libri. Via le attenzioni alla salute e al benessere: chiusi palestre, piscine, centri termali, centri estetici. Togliere, ogni giorno, qualcosa delle nostre abitudini “sociali”, che prima davamo per scontate, senza neppure renderci conto di quanto fossero importanti e quanto ci sarebbe costato rinunciarci.

Ma sono stati “sacrifici necessari”, quante volte ci è stato detto, quante volte ce lo ripetiamo: per cercare di arginare questa epidemia, per non far collassare gli ospedali e intasare le terapie intensive, per non morire o non far morire i più fragili.

Perché c’è chi ha dovuto rinunciare a ben di più: c’è chi c’ha lasciato la vita, propria o di qualcuno caro, c’è chi è morto lavorando, come medico o come infermiere, c’è chi s’è fatto la terapia intensiva, c’è chi non l’ha potuta fare morendo in fila davanti all’ospedale. C’è chi ha perso il lavoro, chi ha chiuso il proprio locale, c’è chi non sa più come pagare l’affitto di fondi che non usa, chi non sa a chi vendere merce che ha prodotto, chi non sa come produrre merce che poi teme di non vendere. E poi ci sono loro.

I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. Un esercito muto che ha assistito, inerme, a tutto questo, subendone conseguenze che resteranno indelebili e che avranno un peso, ad oggi ancora non ponderabile, sulla crescita e lo sviluppo delle nuove generazioni.

Silenziosi, si sono adeguati all’uso delle mascherine, a non poter abbracciare i propri compagni di classe, a non conoscerli quasi, per chi ha frequentato la prima superiore, a cercare di imparare qualcosa stando davanti a uno schermo dalla mattina alla sera.

Svegliarsi, far colazione e sedersi davanti a un computer, se ti va di lusso, altrimenti allo schermo di un telefonino perché magari in casa un computer per ciascuno non c’è. Passarci tutta la mattina, cercando di seguire anche se non ne hai voglia; il tempo non passa, la testa ti scoppia e non puoi girarti e incrociare lo sguardo della tua compagna che con un gesto o un’espressione buffa ti regala un sorriso. Non ha senso aspettare la ricreazione, per giocare prendendo una boccata d’aria in giardino, oppure per vedere quel ragazzo o quella ragazza che ti piace che magari oggi ricambia la tua occhiata, o forse lo becchi che fa il furbo con qualcun altro, ma almeno hai le tue amiche del cuore accanto, e sapranno consolarti e, sgomitando, ti faranno scoppiare a ridere. Non ha senso neppure attendere la fine della mattinata, perché al massimo dovrai fare quattro passi dalla scrivania alla cucina, e invece vorresti fare casino per il corridoio mentre suona la campanella e dici “evvai un altro giorno di scuola è andato, menomale che non mi ha interrogato”. Non ti puoi fermare all’uscita di scuola per metterti d’accordo con qualcuno con cui studiare il pomeriggio o fare un giro in bici finiti i compiti.

A pranzo non hai fame, perché non può venirti fame a stare buttato su una sedia, o sul divano, o sul letto tutta la mattina. Ma pranzi lo stesso. E dopo che fai? Guardi un po’ di tele, o chatti, o fai una partita alla play, prima di rimetterti a fare i compiti guardando i video caricati su classroom. A danza, a calcio, a pallavolo, a basket, a lezione di teatro, di circo, di chitarra o di cosa facevi prima non ci vai più. Finiti i compiti riparte il ciclo di vita virtuale che come la ruota di un criceto gira tra cellulare e televisione.

Sì, c’è tua madre che si sgola per farti uscire almeno dieci minuti, anche se con la mascherina, per farti prendere un raggio di sole che sei bianco come un lenzuolo steso. Ma non ne hai voglia.

Tutto quello che vorresti è stare in pigiama tutto il giorno, mangiarti biscotti e giocare alla play, o chattare con i tuoi amici, perché tanto nessun altro alla fine lo può capire che per te questi non sono sacrifici. Sono un furto.

Un furto di un momento che non tornerà mai più.

Un furto di una crescita che non ha a che fare solo con la formazione scolastica e l’istruzione, che peraltro sarebbero già più che sufficienti, si tratta di una crescita psicologica, emotiva, che non può essere fatta in DAD. Non può passare attraverso uno schermo, la vita. Non è vita. Non è reale. Non accade davvero. E spaventa. Spaventa quello che diventeranno, questi ragazzi, privati del sole che scotta la pelle, dell’acqua che ti senti affogare e devi imparare a nuotare, del fango che ci scivoli ma poi il tuo amico del cuore ti afferra e ti tira su. Perché il mondo, questo mondo oggi malato di coronavirus, è a loro che lo lasceremo. Ma senza istruzioni, e senza gli strumenti per potersele scrivere da soli, le loro istruzioni.

È difficile riportare tutto questo sotto all’egida del “sacrificio necessario”, e non perché sia facile trovare una soluzione, altrimenti voglio pensare che sarebbe stato fatto.

Io non ce l’ho la ricetta pronta, al contrario di tanti leoni da tastiera: io non lo so dire che cosa si potrebbe o dovrebbe fare, non è il mio mestiere, non sono formata per risolvere questo tipo di situazioni, e certo non invidio chi ha la responsabilità di farlo. Non lo so in che modo sarebbe possibile restituire a questi bambini e ragazzi un terreno sotto ai piedi sul quale camminare la loro vita. Ma so che occorre metterci ogni sforzo, considerando la scuola, e la loro vita, un’assoluta priorità, un bene prezioso da tutelare, da difendere, da scaldare, in ogni modo, a scapito di altro, se necessario. Considerare la scuola “sacrificabile” è troppo facile, e non sempre la scelta più semplice è quella più giusta. Anzi, quasi mai.

Nella vita ho imparato che prima di rinunciare a qualcosa di importante devo pormi una domanda: sono sicura di aver fatto tutto, davvero tutto, e tutto il meglio di quello che potevo? Soltanto allora ci si può arrendere. E forse neppure…

Ecco, io vorrei che ci si ponesse questa domanda anche per la scuola, e non credo che la risposta del nostro Paese possa essere: sì, siamo certi che rinunciamo perché abbiamo fatto tutto il meglio e tutto il possibile.

Io sono loro

Spesso, durante le presentazioni, mi è stata rivolta questa domanda: “Scrivi testi autobiografici?”.

E a ruota, in genere, arriva la seconda domanda: “Ma allora quanto c’è di te, del tuo vissuto, in quello che scrivi?”.

Alla prima rispondo con un secco e deciso NO. Alla seconda con un ampio “moltissimo”. Però occorre spiegarsi, e capirsi, meglio.

Ecco, sono due domande profondamente diverse, che solo all’apparenza possono sembrare simili.

Una premessa, prima di tutto, per non incorrere in spiacevoli fraintendimenti.

Non ho nulla contro l’autobiografia, che è un genere letterario di tutto rispetto, con esempi di altissimo livello e che, non a caso, è frutto di continuo studio, sperimentazione, al punto che ad esso è stata intitolato perfino un percorso universitario: mi riferisco alla LUA, ovvero la “Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari” (lua.it), una scuola che offre appunto progetti, seminari, laboratori. Una roba seria insomma, negli anni si è costituito attorno a questo centro una comunità di ricerca, di formazione, di diffusione della cultura della memoria in ogni ambito, a cui partecipano centinaia di persone. Si parla dell’arte della “scrittura di sé”, che include l’apprendimento di principi, metodi, sviluppi della “pedagogia della memoria”. Lungi da me, dunque, sminuire chi sceglie questa via. Mi permetto, però, questo sì, di far presente che chi intende seriamente scrivere autobiografia dovrebbe quanto meno prendere in considerazione il fatto che non significa sono bello, sono ganzo, c’ho un ego che ci vuole uno scuolabus per portarlo in giro quindi scrivo di me perché niente al mondo c’è di più interessante. Ecco, non è questo che intendono esattamente con “pedagogia della memoria”, quelli che ci bazzicano sul serio.

Ma, tralasciando quelli che vanno in giro con l’autobus dell’ego da scaricare poi sulle pagine dell’ennesimo libro sedicente “autobiografico”, e tornando alla domanda iniziale, dunque, la mia risposta è NO, perché quando scrivo non sono io la protagonista, non si tratta di un percorso interiore, da rovesciare sulla carta, quello che intraprendo, ma, al contrario, l’operazione è esattamente opposta. Ovvero quella di uscire da sé, dal proprio sentire, dal vissuto, dall’ordinario, per diventare altro e, soprattutto, altri. Calarsi completamente nella vita di qualcun altro. Che da me è diverso: perché è un uomo, per esempio, o perché è un bambino, o un anziano, un cane, un cavallo, un delinquente, uno o una straniera.

E io non esisto più. Io sono lui, lei, loro, io sono una, cinque, dieci, cento persone, e personaggi, diversi.

È un’operazione faticosa, quella di uscire dal proprio corpo e dalla propria mente, pensare, parlare, decidere, scegliere vivere come qualcuno di cui dobbiamo arrivare a conoscere tutto, a passarci le giornate, arrivando a essere quella persona. O quelle persone.

I personaggi di un libro possono diventare molto invadenti, se li scrivi, e li vivi, così. Non ti danno più tregua, te li trovi a colazione, a pranzo, a cena, in bagno, avanzano pretese, scelte, ruoli che non dovrebbero competergli. Mica semplice tenerli al posto loro. A me non sempre riesce, devo essere sincera.

Una volta ho intervistato, presentando un suo libro, un famoso scrittore e rimasi colpita dalla sua affermazione: “I miei personaggi fanno quello che dico io, su questo non c’è dubbio né discussione”.

Buon per te, pensai, i miei tendono a fare il cazzo che gli pare, però forse è perché gli do troppo spago io, ci mancherebbe.

E qui arriviamo alla seconda domanda, che appunto, è profondamente diversa e forse adesso si capisce meglio il perché.

Qualcuno disse “si finisce sempre a scrivere di sé”, e questa è una verità. Perché non è facile capire, uscendo da se stessi per entrare nei panni di qualcun altro, quanto di sé ci si porti dietro. Senz’altro molto, anche se non pare. Non solo vissuto, ma anche sogni, proiezioni, fallimenti, inganni, frustrazioni, desideri, verità e bugie. Chi è quel personaggio, quanto di lui c’è in me e viceversa?

E qui, almeno nel mio caso, credo possa venirmi incontro la vasta gamma di patologie psichiatriche di cui può soffrire chi ha il vezzo, o il vizio, di scrivere.

La prima che mi viene a mente, così, su due piedi, è il disturbo di personalità.

Non si è mai una persona sola, in fondo, e non perché si abbia la classica “doppia faccia” nel senso negativo del termine, no, non è una cosa che ha a che fare con la mancanza di trasparenza o di sincerità. È proprio uno sdoppiamento, o striplicamento o squadruplicamento e via così, di personalità.

Quindi sì, alla seconda domanda rispondo che c’è sempre qualcosa di me in quello che scrivo, nei personaggi che invento: è solo che poi dovrei spiegare, e talvolta non è certo la cosa migliore da dire in pubblico, che non saprei di quale delle sei o sette Petrucci potrebbe trattarsi. Che poi ciascuna di loro, a sua volta, ha degli alter ego, e la cosa si complica assai.

Però a voi, che siete persone intelligenti e soprattutto comprensive e riservate, lo posso dire: io sono loro, tutti loro, e loro, in fondo, sono me.

È questo, forse, il motivo per cui si scrive. Perché siamo troppi, e nessuno.

«Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori». Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

Una mano lava l’altra, e tutte e due lavano il viso

Un anno è passato, da quando non ci sei più, nonna Rina cara.

Sono successe diverse cose, in questo anno, tu hai chiuso gli occhi l’8 gennaio del 2020, proprio pochi giorni prima che scoppiasse questa pandemia, che da un anno tiene in pugno il mondo intero; uccide, affama, ferisce, divide, spariglia.

Sono felice che tu non l’abbia vissuta, per quanto, nella tua incoscienza di bambina quasi centenaria, non te ne saresti accorta. Ma saresti stata un bersaglio facile, per la tua fragilità, e l’idea che ti portassero via, in ospedale, da sola, per non rivederti e finire il tuo tempo in una corsia senza poterti dare neppure un ultimo saluto mi ha spesso sfiorata. Non è andata così, per fortuna, a volte le cose hanno un disegno, se hai la fede lo chiami così, oppure è solo il caso, o forse un destino lo abbiamo tutti, sia che sia il frutto del progetto di un dio che tutto vede e provvede, oppure appunto soltanto un giro di giostra che si ferma dove capita, e a chi tocca scende.

Fino al giorno di Natale sei stata bene, senza mai chiedere neppure una volta di mio padre, tuo figlio: perché non fosse più a casa. Abbiamo pensato, sperandolo, che tu non ti fossi resa conto di nulla: una madre non dovrebbe mai vivere la morte del proprio figlio. Abbiamo pensato così, ma forse, chissà, ci siamo sbagliati.

Quel giorno di Natale ti sei seduta a tavola e ti guardavi intorno, ci guardavi, e non dicevi niente. A metà pranzo hai detto che non avevi più fame e volevi andare a riposarti, una cosa insolita, perché la compagnia ti è sempre piaciuta, sgranocchiare qualche dolce, bere il tuo bicchiere di vino.

E invece sei voluta salire prima in camera tua. E non sei mai più scesa.

Hai smesso di mangiare, di bere. Lo hai fatto con serenità, con equilibrio, in silenzio, con l’eleganza che sempre ti ha caratterizzato.

Abbiamo cercato di nutrirti, prima con frullati a piccoli cucchiaini.

– Scimmia – ti ho sempre chiamato così, e ormai era il nostro codice.

– Dimmi cocca.

– Ma ti ricordi quanto mi hai imboccata da bambina? – e intanto ti infilavo il cucchiaino in bocca che, ubbidiente, accettavi.

– Eh cocca….quanto ti ho imboccato, non mangiavi niente…

– E adesso tocca a me imboccarti, vedi com’è buffa la vita? – e intanto ti rifilavo un altro cucchiaino, proprio come facevi tu raccontandomi le storie.

Stavi nel tuo letto tranquilla, senza lamentarti, senza chiedere niente. Ti lasciavi pulire, cambiare, come una bambina appunto.

Il problema erano le piaghe, che rapidamente si stavano ampliando, sulla tua pelle sottile come il vetro, quasi trasparente.

Il problema, soprattutto per mia madre, era anche un altro: la badante.

Come spesso accade nelle situazioni tragiche, c’è stata una nota comica.

La badante “ufficiale” era in Polonia per le feste, avevamo dunque trovato una sostituta momentanea, “raccomandata” da un’amica di un’altra…insomma le classiche vicende che chi ha a che fare con le badanti conosce molto bene.

La sostituta era silenziosa, ma essendo come sempre in casa nostra bene accolta e trattata come membro della famiglia sembrava a suo agio, e si dava molto da fare. Solo lo sguardo era “strano”, da bestia che si è persa e non sa dove trovare riparo per la notte.

Il 2 gennaio, di prima mattina, mi chiama mia madre e mi dice:

– Vieni, non riesco a svegliare A.

– Come non riesci a svegliarla… in che senso?

Nel senso che era tornata la mattina presto (il primo dell’anno era stato giorno festivo ovviamente) e si era messa a letto senza alzarsi.

Siamo messi bene.

Mi precipito a casa e salgo in camera: la chiamo, la scuoto leggermente, nulla.

Telefono al nostro amico medico, lui e la compagna due angeli che sempre ci sono stati accanto anche nella vicenda di mio padre: con la consueta disponibilità si impegnano a passare subito.

Mi siedo in cucina, nonna cara non te ne avere a male, e ci mettiamo a ridere: io, mia madre, il mio compagno. Che situazione assurda: la nonna immobilizzata a letto, la donna pure, nella stanza di fronte. E ora che si fa?

L’amico medico ci dice subito che va chiamata un’ambulanza, A. non risponde e non reagisce, c’è poco da fare.

Arrivano quelli della Misericordia, salgono le scale e si trovano di fronte due stanze con due donne a letto. Ci guardano un po’ smarriti: – Ma quale dobbiamo prendere? – fa una ragazza.

– Quella giovane, qui a sinistra, la nonna lasciatela stare che sta bene così.

Siamo venuti a sapere poi il motivo di questo strano malessere di A.: coma etilico, con un rinforzo di psicofarmaci. Non posso negare che alla fine abbiamo provato pena per questa donna, e abbiamo cercato, senza però riaccoglierla in casa, di darle un aiuto. Tu avresti voluto e fatto così nonna, non ho alcun dubbio.

Di certo, però, ci ha lasciato nei guai, in un brutto momento: siamo rimasti senza badante, e senza aiuto, con te allettata, da cambiare, da lavare, da cercare di nutrire, con le flebo, con piccoli cucchiaini di te ben zuccherato, che rifiutavi con cortesia e educazione.

Ecco, posso dire con certezza perché ho avuto la fortuna di esserti accanto, che fino all’ultimo tuo respiro hai trattato gli altri con garbo e gentilezza.

Era un mercoledì mattina, come l’ultimo giorno di babbo, nel quale però avevo fatto l’errore di passare a casa, ma poi andare in ufficio. Quella mattina invece dissi a mia madre che restavo, che non sarei andata a lavoro, anche per aiutarla a cambiarti e lavarti.

Sei sempre stata una donna molto magra, e molto bella, ma alta, anche se longilinea, quindi comunque una persona da sola non riusciva a sistemarti.

Così quella mattina, prima delle nove ti abbiamo lavata, cambiata tutta, incremata e improfumata, ti chiedevo di aggrapparti alla mia spalla e poi di girarti, su un fianco, sull’altro, e tu sempre dicevi “grazie”, “scusate tutto questo disturbo”.

Finalmente abbiamo finito, e possiamo lasciarti in pace, fai un bel sospiro, mi chino per baciarti e abbracciarti e chiederti se stai bene messa così.

Fai di sì con la testa, ancora ringrazi, e poi uno strano gesto: afferri con le dita affusolate la mia collana, e cominci a girarla, e mi guardi.

– Nonna, vuoi il tuo rosario? Vuoi dire le preghiere?

– Sì cocca.

Te lo prendo, lo stringi e sospiri in pace. Mi siedo accanto a te, mi porgi la mano.

Fai un sospiro più lungo e chiudi gli occhi.

Serena, nel tuo letto, con la mano nella mia mano, saluti questo mondo dove sei stata per quasi cento anni, novantotto per la precisione.

Nonna Rina è stata per me come una seconda madre, dato che ha sempre vissuto con noi, fin da quando mio fratello e io siamo nati. Si è sempre occupata di noi, dedicando la sua vita al marito, alla famiglia, al figlio Sem, e poi ai nipoti.

Non era una donna fragile, affatto. Nonostante l’apparenza elegante e leggiadra, i modi di una educazione rara, non ho mai sentito alzare il tono della voce o dire una cosa sgradita di qualcuno, era una donna austera, autoritaria e poco incline a sentirsi dire di no. In poche parole, comandava lei. Almeno in casa.

Erano donne, quelle come lei, che hanno fatto la guerra, poco più che ventenni, sulla Linea Gotica (la nonna era nata e cresciuta a Lamberti, sotto l’Abetone) con bimbetti piccoli in casa e i tedeschi fuori dalla porta.

Erano donne, quelle come lei, che non si scomponevano di fronte a niente, che con “mi scusi, per favore e grazie” attraversavano a testa alta un plotone di soldati, così come le difficoltà della vita.

Erano donne come forse oggi non ce ne sono più, ma il loro sangue, il suo sangue, scorre nelle nostre vene, nelle mie vene. I suoi insegnamenti, la sua curiosità e innata eleganza, l’amore per le cose belle, per gli animali, la capacità di aiutare gli altri, sempre, sono eredità che mi ha lasciato, e che mi accompagnano ogni giorno e di cui cerco di fare tesoro prezioso. Non sempre riesco.

“A chi ti porge la mano, cocca – mi dicevi – non dire mai di no. Perché una mano lava l’altra, e tutte e due lavano il viso”.

Le tue mani mi hanno lavato, nutrito, accarezzato, accudito, sculacciato, non di rado, nonna adorata, per mano mi hai accompagnato tante volte, e io sono felice che tu abbia lasciato questo mondo stringendo la mia, di mano.

Scrivere ai tempi del lockdown, e non solo (non tutte le pandemie vengono per nuocere)

Lo so, detta così pare una bestemmia. Ma non è che sono contenta che ci sia stata una pandemia, con tutte le vittime, le tragedie, personali, sociali, economiche, non sono contenta affatto di questo. Volevo dire un’altra cosa. O almeno provarci.

Volevo dire che in questo lungo periodo, ormai quasi un anno, caratterizzato da due lockdown, con una lieve parentesi estiva nel mezzo, in cui un minuscolo virus ha cambiato le vite di tutti noi, qualche lato positivo mi sento di evidenziarlo.

E parto, non a caso, dalla scrittura. Per trovare qualcosa di bello, per testimoniare un segno che questi improvvisi e drastici cambiamenti hanno lasciato, almeno nella mia vita. Non è un voler vedere per forza un bicchiere mezzo pieno quando è, inconfutabilmente, quasi vuoto. Ma trovarci costretti a lasciare quasi tutte le consuete abitudini, per rintanarci nelle nostre case, a fare i conti con le quattro mura che ci siamo trovati per scenario su cui proiettare presente e futuro mi ha insegnato a cambiare prospettiva. Si può, e a volte non è affatto male. Io, rigida, programmatrice, che non ama deviare dalla strada tracciata, ancora una volta ho detto ma sì, proviamo, e vediamo come va.

Prima di tutto senza il primo stop non avrei avuto tempo, modo, e forse neppure coraggio, di finire il mio romanzo, Testacoda, terzo della trilogia della “zoomafia” iniziata con Purosangue. Come si dice in Toscana non trovavo il verso di finirlo. M’ero incartata, ottima la motivazione di non avere mai “tempo”, sempre di corsa tra ufficio, casa, figlio, cane… le scuse non mancavano certo.

E invece il tempo all’improvviso si è fermato, si è dilatato, rallentando e cambiando il ritmo alle giornate. E così è arrivato lo spazio per scrivere, correggere, rileggere. Ho finito il romanzo, che è uscito quando le restrizioni hanno allentato un po’ la morsa, e questa estate mi sono potuta godere anche diverse presentazioni – festival, book at home, convegni – sempre con le presenze contingentate e le mascherine, ma è stata una bella boccata di ossigeno. Per poi richiudere i battenti e tornare allo smartworking, alle giornate in tuta-pigiama-tuta-pigiama, a destreggiarsi tra DAD da una parte e meet, zoom, skype e jitsi dall’altra.

Ed è arrivata l’occasione per scrivere un secondo, piccolo, libro, proprio sull’utilizzo della mascherina per i bambini, soprattutto per quelli più fragili: Il cuore non indossa la mascherina. Guardavo mio figlio, tredicenne, vagare per casa in vestaglia, passando da un dispositivo all’altro, dal computer al cellulare, dalla playstation alla televisione: una deriva innaturale, preoccupante. L’unico davvero felice è sempre stato Cirano, #scemocane, che passa le sue giornate al caldo tra poltrona e divano, mai da solo, che è la cosa che odia di più, godendosi lunghe passeggiate quotidiane che fanno bene a me e a lui.

In questo periodo così difficile ho riscoperto il valore della calma, della pazienza, i ritmi meno frenetici, le strade mezze vuote le poche volte che esco, i film in tv, le letture, il caldo di un ambiente domestico che, tra l’altro, ha accolto una nuova presenza che è diventata fissa: il mio compagno che si è aggiunto al nostro nucleo familiare che ha assunto così un nuovo assetto. Abbiamo avuto modo di scoprirci, di capire come funzionare, di provare incastri, frizioni, nuovi equilibri.

Non ho cucinato ecco, a questo non ho ceduto, perché proprio non fa parte delle mie inclinazioni… niente pane torte biscotti lasagne, anche se qualche chilo sono riuscita a prenderlo lo stesso, e non mi dispiace troppo.

Nel mentre le notizie quotidiane sui decessi e i contagi, i nuovi dpcm con continui cambiamenti di divieti sono entrati in casa senza scalfire quasi mai la serena certezza che fosse la cosa giusta da fare: rispettare le regole, attendere, godere di quel che si ha con la certezza che potrebbe sfuggire in ogni momento.

Un anno per sedimentare le tempeste affrontate negli anni precedenti: incidenti, interventi, poi separazione e divorzio, vendita casa, ristrutturazione, trasloco (due traslochi)… quanta bufera, quanta neve, quanti terremoti trambusti e scossoni negli ultimi quattro anni. La mia vita, incessantemente battuta dal vento, ha trovato uno spazio di pace, proprio nel 2020. Che cosa bizzarra. Lo so, magari ricorrere a una pandemia non era proprio indispensabile, ma lo stop che ha imposto a tutti e a tutto a me è servito. E ne voglio fare tesoro.

Perciò, anno vecchio che ci hai appena lasciato, non ti maledico affatto. Che poi è solo una convenzione, lo sappiamo, gli amati romani fissavano altrove il cambio dell’anno e tutto sommato credo avessero ragione loro, come al solito, attribuendo al solstizio d’inverno il passaggio, il “sol invictus”. Ma fare bilanci è una cosa umana, normale, quindi un momento va pur trovato.

Mi sono mancate le cene con gli amici, le serate a teatro, al cinema, le mostre, gli aperitivi, le presentazioni di libri, i viaggi, mi sono mancati molto quelli. Girare per città o paesi, mai viste o luoghi del cuore, arrivarci in treno, un week-end a Roma o Milano, un aereo, un traghetto. Gli aspetti positivi che riesco a vedere, e che apprezzo, non cancellano comunque le limitazioni che ho percepito anche io, fortemente, seppur ho avuto la fortuna di poter sempre lavorare e di avere con me le persone che amo.

Un anno iniziato con la morte della mia nonna adorata, a soli sei mesi da quella di mio padre; mesi di assenze che hanno pesato più che mai, che si sono fatte però presenze quotidiane, e notturne: sogno il mio babbo e la mia nonna quasi ogni notte, dono gradito che mi permette di avere sempre nel cuore le loro voci, i loro gesti, come se non si fossero mai spenti.

Un anno di coronavirus è quasi passato, spero adesso che arrivi il tempo di tornare alla “normalità”: quella che tante volte detestiamo, quella che ci pesa, quella che non ho mai un attimo di tempo, quella che magari poter stare un po’ a casa tranquilli… a scrivere, a leggere, a seguire i figli, pulire casa e guardare la tv.

Ecco, adesso le abbiamo fatte queste cose, spero che arrivi il tempo di tornare ad assembrarci, ovvero a vivere da animali sociali quali siamo. Ne abbiamo tutti bisogno: per lavorare, per divertirci, per vivere.

Senza esagerare però, che io a casa con le persone che amo e con il mio cane ci sto bene. Parecchio.

Ritorno al passato (con il pilates)

Non sempre provare qualcosa di nuovo è la cosa migliore. O meglio, a volte è semplicemente la migliore occasione… per tornare a quel che si è lasciato.

Nel mio caso specifico parlo della decisione di fare per un anno e mezzo acqua gym. Ho già spiegato il perché di questa scellerata scelta (qui: https://francescapetrucci.it/2019/04/05/acqua-gym-una-scelta-non-del-tutto-consapevole/), anche se devo ammettere che in quel momento, uscita da due interventi neurochirurgici a seguito di duplice frattura delle vertebre lombari non è che avessi poi tutta questa gamma di possibili attività fisiche, esclusa la fisioterapia di cui ne avevamo abbastanza sia io che il fisioterapista.

L’unica salvezza, mentre tentavo di eseguire gli esercizi nell’acqua ghiaccia marmata  della piscina comunale, si tratta di atti eroici, ne converrete, è stato il gruppo di donne che componevano il corso. Raramente ho trovato tanta accoglienza, armonia, offerta di amicizia e solidarietà totalmente gratuite e generose verso una perfetta sconosciuta. Ecco, non veder loro mi dispiace davvero perché compagne di corso così non se ne ritrovano facilmente. Ma tutto, si sa, non si può avere e, mentre loro posso continuare a vederle o sentirle, io di rimettere piede (gambe, pancia, schiena e tutto il resto) nella vasca, dove potrebbe tranquillamente sguazzare un’orca senza percepire differenza di temperatura alcuna con il mare del Nord, proprio non me la sentivo.

Senza fare nulla non ci posso stare, questo è sicuro: ne ho pagate care le conseguenze a fine estate, dopo aver oziato, fatto chilometri in macchina e soprattutto con un bracco di 40 chili al guinzaglio che tira come un mulo mi sono ridotta agli antinfiammatori se la mattina volevo scendere dal letto senza l’aiuto di un sollevatore.

Da tempo sentivo nostalgia, oltre naturalmente che per l’equitazione, anche per la danza: un’attività che ho praticato per dodici anni e che mi ha lasciato, a parte i famosi piedi a papera e collo del piede ricurvo, bellissimi ricordi. Per anni, dopo avere lasciato le scarpette da punta ho praticato il pilates, con enormi benefici fisici e mentali. Dopo gli interventi ci avevo riprovato una volta, rendendomi conto però di non essere in grado di eseguire gli esercizi, con delusione e amarezza avevo abbandonato l’idea.

Durante il lock-down però, ho seguito qualche lezione che mi inviava un’insegnante di danza con cui ho fatto pilates per due anni e che, strane coincidenze della vita, è titolare della scuola dove mio figlio fa break dance.

Sai che c’è, mi sono detta a settembre, io provo, al massimo vedo che non ce la faccio a seguire un corso intermedio, e ciao. Ho parlato con l’insegnante Martina, e, come sempre ottimista e sorridente, mi ha detto te prova, poi si vede.

Le prime lezioni sono state faticose: in effetti la mia schiena, priva di curva lombare e con la flessibilità di un piano di marmo, non si è mostrata troppo collaborativa. Ma chi la dura la vince e aver avuto a che fare per tanti anni con cavalli maremmani e bracchi una qualche capacità di perseverare te la conferisce. Sono molto contenta di questa scelta, rimettere piede in una scuola di danza e in una sala di danza è stato emozionante, e rigenerante.

La luce, le pareti di specchio, il parquet a terra, le sbarre: tutto mi ricordava un passato fatto di ore e ore trascorse a faticare a quella sbarra, certo, a fare un’altra attività che in vita mia non rifarò mai più, credo, ma la sensazione positiva e il benessere sono stati immediati.

Il pilates è un’attività diversissima dalla danza classica, questo è giusto precisarlo, ma si avvicina un po’ alla danza contemporanea, che pure ho amato molto, soprattutto se l’insegnante ha appunto una formazione classica, che io apprezzo moltissimo e peraltro a mio avviso si tratta senz’altro di una marcia in più. Non sono ancora in grado di eseguire tutti gli esercizi, e di alcuni faccio il livello base anziché quello intermedio o avanzato, ma non importa. Ci arriverò, piano piano, con la “duraggine” che sempre mi caratterizza in quello che faccio.

Forse alcuni non potrò mai più farli, tipo quello che ho scelto per la foto di copertina, giusto per ricordarmi di non prendere troppo gallo!, ma anche questo fa parte del gioco e va accettato: intanto mi godo la soddisfazione e la bellezza di essere tornata nell’atmosfera di un passato che ho amato molto. A volte riassaporare qualcosa del nostro passato è il miglior modo per guardare al futuro. Ero convinta che le emozioni legate al mondo della danza restassero confinate appunto nel cassetto dei ricordi, e invece si sono riaffacciate, seppur in veste diversa, nel presente.

L’irresistibile richiamo del fagiano

Ieri non ho potuto fare a meno di pensare a mio padre, come se già non lo facessi abbastanza, quando chiamava scemocane “Cirano, il terrore del fagiano”. Abbreviato semplicemente “Terrore” e lui pure rispondeva, naturalmente scodinzolando e tentando di estorcergli qualcuna delle rare carezze che gli concedeva (perché ai cani non si devono fare smancerie, ma questo sarebbe un altro discorso). Continua a leggere