La cosa giusta

Parliamoci chiaro: io i cavalli non li avrei mai cambiati. Quello che scegli, o che in qualche modo ti capita, te lo tieni finché campa. Come il cane. Babbo no, lui la pensava, e ovviamente faceva, diversamente.

I primi due a malapena li ho conosciuti: Sorbo, e poi Ruvido. Che il nome era proprio il suo, un cinghiale sarebbe stato senz’altro più garbato nei modi e più accondiscendente nella relazione. Del resto io ero occupata a far piroette e demiplié, e i cavalli, sebbene sapessi montare fin da bambina e avessi fatto corsi di monta inglese e salto, per il momento erano passati in secondo piano rispetto alla danza classica.

Poi arrivò Corto Maltese, e mi fregò. E mi fregò anche Sem, con quel suo modo sornione di chiedermi aiuto sulle cose che lui non sapeva fare e che a me invece garbavano tanto e poi, come diceva lui, “te c’hai il verso”. Ha la criniera tutta intricata e io non son bono a sistemargliela… la coda pure… e poi guarda come è bello e poi è anche bravo. E perché non ci monti, tanto montare sai montare no? Fregata. Per dieci anni di fila Corto è stato la mia grande passione, e il mio gran daffare. Quando particolarmente scoraggiata mi rivolgevo al nostro Vildo, lui con la dolcezza che gli è congeniale mi diceva: “Franci, non te la prendere, quello non è un cavallo per te”. E con questo intendeva che era un cavallo troppo “impegnativo” per una come me. Eppure in qualche modo ci siamo sempre “messi d’accordo” e per i boschi di San Rossore con lui ho passato le mie ore più belle.

Quando sono rimasta incinta, a malincuore, ma ho smesso. Poi è nato il bimbo, e insomma, di montare non avevo più tempo. Corto aveva quindici anni e il mio babbo decise, con mio grande dolore, di cambiare cavallo. Assicurando a Corto naturalmente un proseguimento di vita, e quindi poi una pensione, perfetta: in una bella tenuta in Maremma. Arrivò Tombolo, che durò quanto un ombrello fuori da un negozio quando diluvia, e dopo Quinemonte. Li ho montati entrambi, ma senza instaurarci mai una grande sintonia. E checché ne dicesse, nemmeno babbo. Tant’è che poi, con la smania che sempre lo ha caratterizzato in tutto, decise di cercare di nuovo un altro cavallo. Stavolta però diverso. Bene dissi io. Diverso come babbo? Basta puledri da finire di domare, basta cavalli impegnativi, e grossi. Ne voglio uno tranquillo, più contentuo anche nella mole, così rimonti anche te bella tranquilla. Io poi non sono più un ragazzino, e anche se ovviamente non ne parlava né lo ammetteva, la mano grifagna della malattia si era già protesa verso di lui.

Lo sapeva a cosa sarebbe andato incontro nel tempo avvenire, che aveva assunto per lui, una dimensione del tutto nuova e diversa. Più corta. Quanto non poteva saperlo, ma di certo quando ti diagnosticano una neoplasia al pancreas il tuo modo di vedere l’avvenire cambia. Perfetto, dissi io. Cerchiamo questo cavallino tranquillo, possibilmente già di una età in cui i grilli nel campo tipici dei maremmani li abbia già passati. Perché ovviamente su questo non si discuteva: sempre di maremmano si sarebbe trattato. E così cominciammo a girare, quando e dove potevo andavo anche io, e mi utilizzava da cavia: monta te dai, che così lo vedi subito se il cavallo ti garba. A dire il vero uno che mi garbò parecchio lo trovammo, e andava bene anche a lui quel bel morellino, di dimensioni più contenute, svelto e simpatico. Ma il nostro veterinario alla visita di compravendita lo bocciò. Niente Rambo (si chiamava così).

Babbo proseguì le ricerche, io non sempre potevo accompagnarlo o seguirlo, anche perché facevo quella cosa che lui aveva smesso per sua fortuna di fare: lavorare. Quindi quando scelse Velluto non c’ero. Però naturalmente ci discussi. Un puledro. Di quattro anni. Ma non s’era detto cavallo più adulto, niente grilli per il capo, niente puledri da finire di domare e aspettare cinque anni prima che comincino a pensare a mettere la testa a posto? Lui si giustificò dicendo che era diverso, era davvero un bravo cavallo, e problemi non ne avrebbe dati. E poi era bruttino, almeno questo andava detto. Babbo di cavalli se ne intendeva e tanto, possibile avesse scelto questo ragazzino dal petto stretto, tutto gambe e magro magro? Si farà, sentenziò Sem, viene un bel cavallo. E se lo diceva lui…

Gli mancavano in effetti settanta, ottanta chili addosso, facciamo un quintale. Però aveva gli occhi buoni. La prima cosa che colpisce di Velluto è lo sguardo. Che ha un animo gentile si vede lontano un chilometro. Si vedeva meno, appunto, che sarebbe diventato così bello, e anche così grosso: da un pezzo ha superato i 600 chili. Grilli per il capo non ne ha mai avuti, nemmeno nella sua giovane età. Ovvio che un maremmano è sempre un maremmano, e qualche discussione di tanto in tanto va messa in conto. Ma babbo aveva scelto bene. Velluto sarebbe stato il cavallo giusto per la sua vecchiaia, e per la mia “maturità”.

Quando la sua malattia ha iniziato a peggiorare e a permettergli sempre meno di montare, ho intensificato io. Finché non sono capitati gli incidenti: prima il piede, che per fortuna non mi ha fermato, poi la schiena, e lì invece è arrivato lo stop.

Velluto lo abbiamo tenuto lo stesso, per babbo era importante, andava comunque in scuderia ogni giorno, a trovarlo, a guardare Soggia che lo portava in paddock e lo accudiva, a ridere e scherzare con Maurizio e gli altri. La scuderia è un luogo sociale, un piccolo paese con il suo microclima che diventa come una seconda casa. E per lui lo era. Finché ha avuto modo, e voglia, di andare. Poi neanche quello è stato più possibile.

Che fare con Velluto, me lo sono chiesta a giornate, a nottate, ho studiato, pensato mille soluzioni , da sola e con gli amici “di cavallo” più fidati, Vildo e la sua famiglia per primi che hanno accolto Velluto alla Serrata, nel loro bellissimo centro all’Alberese, accudendolo e coccolandolo.

E così nel corso di questi mesi ho maturato la mia decisione, sofferta, molto. Ma l’ho presa. Si dice che una volta compiuta una scelta il più è fatto. Non è mica vero. È fatta solo la parte “razionale”, con quella emotiva c’è sempre da farci i conti.

Vorrei che tu ci fossi babbo, per dirmi falla poco lunga con questo cavallo. Come avresti fatto te, come hai fatto in sogno. Perché le cose sono facili, se le guardi per bene, e spesso le soluzioni sono lì che aspettano soltanto di essere prese dal tavolo, una volta sgombrato di tutti gli altri inutili ammennicoli.

Ecco, speriamo di aver preso la decisione giusta, di aver fatto la scelta giusta, come tu la facesti scegliendo Velluto, oggi tocca a me decidere a chi affidarlo perché si goda i tanti anni che ha ancora davanti, consapevole che io non posso più dargli quello di cui ha bisogno.

A volte la scelta, d’amore, più giusta è quella di saper affidare a qualcun altro chi ami, passare la mano, sapersi mettere da parte.

Fare la cosa giusta non significa quasi mai fare la cosa più facile. Fare la cosa giusta significa, talvolta, fare la cosa che ci costa più fatica.

Buona vita amico mio, sei stato un grande compagno, per me, per babbo Sem. Chissà quante cose ti ha detto che non ha mai confessato a nessun altro. Portale con te. Io mi tengo nel cuore il tuo sguardo dolce e le nostre chiacchierate per i boschi di San Rossore.

Spero che sia la cosa giusta. E comunque vada, GRAZIE.

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