Ma quanto scrivete? Una riflessione sul mondo dell’editoria, e sulla libertà di scelta

C’è troppa gente che scrive, troppa poca che legge. Lo sento dire spesso.

In effetti i dati sulla lettura non sono molto confortanti: solo il 40,6% della popolazione “legge” (è un dato relativo al 2018, pubblicato da «Il Sole 24 ore»), quanto legge ce lo dice l’ISTAT: sempre nel 2018 solo 4 persone su 10 hanno letto almeno un libro, per motivi non professionali. Un po’ pochino no?

Ma i famigerati “scrittori” di cui tanto si parla, quanti sono?

Sempre nel 2018, e sempre la stessa fonte, ci dice che nel nostro paese gli editori attivi sono stati 1564, e hanno “prodotto”, ovvero pubblicato e poi messo sul mercato 75.758 titoli, ovvero libri, così ripartiti: i piccoli editori (che rappresentato il 51,1% sfornano meno di 10 titoli all’anno, quelli medi (33,8%) fra 11 e 50, la fanno da padrone i grandi editori (attenzione si tratta soltanto del 15,2% del numero totale) che producono invece oltre 50 titoli.

Cosa significa? Facile: significa che l’80% della produzione di titoli e il 90% della tiratura è appannaggio dei “colossi” dell’editoria, che appunto, per contro, rappresentano una piccolissima fetta del numero totale degli editori.

Un dato su cui riflettere, non vi pare?

Un altro fatto da tenere in considerazione è la “vita media” dei libri, che si accorcia sempre di più, poiché il mercato, affamato di novità, richiede sempre “prime edizioni” (che coprono il 61,7% della produzione totale, mentre le ristampe sono il 32,7% e le edizioni successive il 5,6%). Anche questo è un dato da interpretare: significa che un libro “invecchia” prestissimo e resta in auge, se gli va di lusso, un paio di mesi, tre, poi comincia inesorabilmente il suo declino, dal quale difficilmente si risolleverà.

Ma torniamo agli “scrittori” e all’eccessiva produzione di titoli, che abbiamo visto sono quasi 76.000 all’anno. Sono troppi? E, soprattutto, di quali titoli si tratta? Se a pubblicarli è una “grande casa editrice” (non faccio nomi ma tanto ci si intende) è una garanzia di qualità? Se invece a scegliere di investire su un autore e su un suo libro il poco che possono sono piccoli o addirittura piccolissimi editori (e abbiamo visto che si tratta di un numero esiguo del totale) sarà per forza una schifezza?

Fatemi capire, vogliamo farci fagocitare, e ingannare, anche nell’unico settore in cui invece occorrerebbe mantenere un vero spirito critico, e un atteggiamento di totale lucidità e apertura, ovvero quello dei libri? Proprio in questo? Non ci basta essere bombardati e indottrinati per quello che indossiamo, che mangiamo, per le auto che scegliamo, per come arrediamo le nostre case, dobbiamo subire questo stesso tipo di pressione – dettata ovvio da un marketing feroce – anche per quello che leggiamo, soltanto perché sulla copertina c’è scritto Mondadori, vabbe’ un nome facciamolo, e non Pinco Pallino da Canicattì?

Non mi fraintendete, pieno rispetto per Mondadori, ma era un esempio per dire: io non ci sto.

Io voglio scegliere. Voglio scegliere se un libro è buono o no. Se un autore vale o no. Che a pubblicarlo sia un colosso (e si vede che l’autore in questione ha avuto la spinta giusta o una gran botta di fortuna per farlo) o un minuscolo editore che non ha risorse per riempire gli scaffali delle librerie o i supermercati o gli autogrill. Che ormai sono diventati i luoghi in cui, purtroppo, si comprano maggiormente i libri. E si comprano, ovvio, quelli che ci sono: quelli che trovi impilati vicino alle casse, quelli di cui poi escono le serie tv e le fiction, quelli che altri ti impongono e scelgono per te. Scusate, ma anche sui libri NO.

Non mi fraintendete, io leggo di tutto e volentieri, inclusi i libri dai quali si traggono le fiction o che hanno successo negli Autogrill e non ho assolutamente nulla contro di loro, anzi. Dico solo che io VOGLIO POTER SCEGLIERE. Almeno sui libri. Non voglio leggere quello che altri mi impongono, soltanto perché hanno la forza – e quasi il monopolio, ricordo che abbiamo visto che si tratta dell’80-90% della produzione totale – di poterlo fare, schiacciando o quasi tutti i “medi” e “piccoli” editori che, non sempre ovvio, ma talvolta pubblicano libri bellissimi di autori sconosciuti, che resteranno tali e che, purtroppo per loro, di scrittura non ci camperanno mai. [Parliamo di editori indipendenti, non di editoria a pagamento che escludo da questo ragionamento e che meriterebbe un discorso ben articolato a parte].

Perché questo mestiere, davvero, nel nostro paese se lo possono permettere solo in pochi: quelli ricchi, per i quali quindi percepire uno stipendio a fine mese con cui pagare le bollette è irrilevante, e quelli che invece per un motivo o per un altro sono riusciti ad arrivare a quei colossi che possono poi garantire loro tirature da capogiro e, magari, fiction in televisione.

Gli altri fanno un altro lavoro, per guadagnarsi da vivere, ricavando per la scrittura spazi e tempi inimmaginabili, sottraendo spesso ore di sonno, di svago o di tutto quello che riescono a racimolare per poter scrivere un’ora, forse due.

E io nutro profondo rispetto per costoro, per questa schiera silenziosa che nonostante sappiano che di scrittura non vivranno mai e che i loro titoli non saranno mai esposti in nessuna vetrina di nessuna libreria – se va di lusso venderanno mille copie dei loro libri – continuano. Le motivazioni di questa caparbia resistenza ognuno le cerca e le trova nel proprio vissuto, e sono diverse per ciascuno, anche se spesso hanno a che fare con un “bisogno” più che con una semplice passione. E con i bisogni non si scherza. Ma non divaghiamo.

Non voglio dire che fra questi non vi siano anche autori mediocri, o peggio, che farebbero assai meglio a dedicare quel tempo ad altro: faccio l’editor e sono nel mondo dell’editoria da vent’anni e non avete idea quante volte, leggendo manoscritti che mi rifilano a decine, mi sono morsa le mani per non scrivere e la lingua per non dire a qualcuno “perché non ti dai all’ippica”? (peraltro nel mio caso chi mi conosce sa quale valido consiglio possa essere).

Insomma, di scrittori che fanno voglia di utilizzare la loro produzione libraria per accendere il fuoco (uso questo esempio perché l’altro, più tipico e forse più efficace mi pare troppo volgare perfino per un blog scritto da cani) ce ne sono tanti. Però devo confessare una cosa: siccome i libri brutti che non avrebbero dovuto mai vedere la luce sono in realtà equamente distribuiti, tra la piccola, media e, ebbene sì, grande editoria, anche per un semplice dato numerico in realtà sono proprio questi ultimi alla fine i più numerosi e sono questi ultimi, in assoluto, quelli che mi fanno più rabbia.

Voglio dire, per farla breve e corta, che mi fa girare più le palle leggere una schifezza di libro pubblicato da Mondadori che da Pinco Pallino di Canicattì.

Perché, vedete, e di questa cosa bisogna prenderne consapevolezza, c’è una differenza tra l’operazione che in questo caso sta dietro a questo libro brutto: Mondadori, tanto ormai abbiamo preso questo come esempio e mi si perdonerà, vi ha rifilato un libro brutto spacciandolo per capolavoro o comunque per valido semplicemente perché ha i mezzi per pubblicizzarlo, Pinco Pallino di Canicattì magari ci ha creduto davvero, che potesse essere un buon libro, e ci ha impiegato le sue risorse, pur poche che siano, con la consapevolezza che un bestseller non lo sarebbe mai diventato ma con l’idea che fosse importante dargli una possibilità di vita. La differenza tra queste due operazioni sta proprio nell’onestà intellettuale: che nel primo caso manca totalmente, mentre nel secondo invece c’è.

Ecco, almeno sui libri, per piacere, non privateci dell’onestà intellettuale, sennò è finita.

Con questo voglio dire che se un libro fa schifo fa schifo, sia che lo abbia pubblicato la più grossa casa editrice che la più minuscola del paese. E io voglio poterlo dire liberamente, e, di più: con altrettanta libertà voglio poter scegliere, e non certo in base a chi ce l’ha più grossa (la pila di libri davanti alle casse).

Quindi, per concludere, quello che mi spaventa non è il numero di scrittori o di titoli che possano essere pubblicati, quello che mi spaventa di più è pensare di non poter più avere la più ampia possibilità di scelta LIBERA su che cosa voglio leggere. E io voglio poter leggere quello che mi pare. E vorrei anzi poterlo fare sempre di più: nelle librerie, che amo frequentare perché i libri li compro in libreria e non online, vorrei poter trovare di tutto: perfino Pinco Pallino di Canicattì. Perché magari ha pubblicato un gran bel libro e la fila davanti alla cassa non riesce a farsela fare da nessuno.

Essendo questo il primo articolo dell’anno, voglio concludere con gli auguri.

Buon anno a tutti: a chi scrive, che continui a farlo, comunque; a chi legge, che sappia scegliere con consapevolezza; a chi pubblica, che creda negli autori che ritiene validi; a chi vende libri, che non abbia paura di mettere in vetrina, qualche volta, un bel libro di Pinco Pallino di Canicattì e con sorpresa si accorgerà che se è un buon libro gli avrà dato una possibilità, anche se non è di “marca”.

Buon anno a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, lottano per poter tenere viva la nostra possibilità di SCELTA.

Non mollate. Io almeno, ma non credo di essere la sola, ve ne sarò grata.

 

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