La macchia nera

Ho deciso di ricordare la mia nonna, nonna Rina, mamma di babbo Sem, che ci ha lasciato l’8 gennaio, con un racconto che scrissi qualche anno fa, dieci per l’esattezza, ricordando una “brutta avventura” che abbiamo vissuto: quella che ne parve meno turbata fu proprio lei, nonostante fosse una persona anziana.

Scrissi allora questo testo, entrando nel suo modo di essere e nei suoi ricordi, risultò anche finalista al premio “Firenze Europa” cui lo inviai. Oggi l’ho riletto, e lo copio qui, per ricordare chi era nonna Rina, una donna “fiera e gentile”. E forte.

C’è rimasta una bella macchia, nel cortile. Un’ombra scura, sulla pietra grigia chiara, e ancora si vede bene. Certo lì per lì puoi non farci caso e poi, cosa volete, ormai io sono anziana, ed esco anche poco. Ma quella notte ce l’ho fissa nella mente, e quella macchia, la vedo anche se non ce l’ho qui davanti.

La vedo quando la sera poso la testa bianca sui due cuscini, quando mi dico “ecco è finita un’altra giornata”, mi faccio il segno della croce e prego il Signore di proteggere la mia famiglia, spengo la luce e parlo con Gianni, mio marito.

Gli racconto della nostra famiglia, di come vanno le cose qui a Pisa, ormai sono tanti anni che ci siamo trasferiti, chissà se a lui questa città con la torre che pende sarebbe piaciuta. Credo di sì, a Gianni sono sempre piaciute le cose belle. E poi parliamo degli anni della nostra gioventù, della casa di Pistoia, chissà chi ci vive adesso. Chissà se le case conservano memoria delle persone che le hanno abitate.

Poi gli racconto la mia paura, lo spavento di quella notte che ancora non me lo levo dagli occhi. Gianni mio hanno dato fuoco alla nostra automobile! Qui davanti casa, davanti al cancello di legno del cortile: roba da pazzi, gesti d’altri tempi verrebbe da dire… eppure è successo! Abbiamo lavorato tanto per pulire, appena i pompieri hanno portato via la macchina, c’era rimasta una grande macchia, tutta nera, liquefatta, densa, sporca e puzzolente, sulla pietra chiara del cortile. Con il passare dei giorni abbiamo continuato a strofinare, perché la macchia non voleva saperne di sparire; poi la pioggia, il sole, il vento e i passi delle persone hanno consumato quell’ombra, sbiadendone il profilo scuro, e forse, pian piano, anche il ricordo.

Ma per me è diverso.

Sapete, io sono vecchia, e quando si è vecchi tutto si assottiglia, tranne i ricordi. Quelli invece si ispessiscono, come una corteccia, ogni giorno sempre di più, impastandosi con altri ricordi, più vecchi forse, chi lo sa, e con il presente: un tutt’uno, un gomitolo spesso e ruvido come la lingua dei gatti, un gomitolo da srotolare ogni mattina, perché possa rivivere nel presente e poi riavvolgerlo ogni sera prima di dormire, ad accompagnare il sonno leggero e inquieto. Tutto il resto si assottiglia, dicevo, da vecchi, come quando si soffia in una bolla di vetro e le pareti si fanno fini e trasparenti. Prendere sonno è una cosa non da poco, quando appena si chiude gli occhi compare l’ombra scura di quella macchia.

Eppure, Gianni mio – che ci vede da Lassù – lo sa, non è stata mica la prima volta! Quante ne abbiamo passate, quanta paura, ma anche incoscienza, quanta voglia di andare avanti, nonostante tutto e tutti, quanta forza. E ora invece mi sento stanca, sì proprio stanca. Non è solo per lo spavento di quella notte, che pure è stato tanto: svegliarsi con uno schianto sordo e non capire, lì per lì, che è stato. Poi il sospetto, il dubbio e, in un attimo, l’urlo delle sirene; affacciarsi alla finestra e trovarsi davanti le fiamme alte fino al primo piano, sfacciate, a consumare la nostra tranquillità.

Bruciato tutto.

I pompieri, i carabinieri, la polizia, in piena notte, neanche il tempo di rendersi conto, di capire. Mi girava la testa, un gran ronzio nelle orecchie e ho anche pensato che sarei morta. Sì, c’ho pensato, non l’ho detto a nessuno per non sembrare una vecchia sciocca, ma c’ho pensato; anzi, ho creduto che saremmo morti tutti, le fiamme avrebbero avvolto anche la casa e noi intrappolati dentro dal fumo, ché al pian terreno ci sono le inferriate. Ho pensato che quella era la fine di tutto. Dei nostri sogni, dei nostri ideali, di tutti i sacrifici e le offese patite, del rispetto, negatoci dal mondo, ma che almeno noi abbiamo sempre avuto per noi stessi. Ma poi è passato.

Il respiro, certo, è rimasto a lungo affannato, lo sguardo torbo, come velato, ma a poco a poco è tornato a scorrere il sangue nelle mie membra ossute, a raggiungere le mani informicolite, le gambe malferme, la testa confusa. Una volta non ero così, non costo proprio più nulla, Gianni caro.

Una volta ero appena una ragazza e ho passato la guerra, con sette bocche di bimbetti da sfamare e due necci da spartirsi nei piatti sbreccati, con tanti pensieri per i nostri uomini al fronte e chissà se ritornano: davanti a casa una pattuglia di tedeschi col mitra spianato. Erano lì, a pochi passi dalla nostra porta, e ogni giorno procurare qualcosa da mangiare per noi donne e per quei poveri bimbi era un’impresa sempre più difficile. Eppure eravamo da sole – io, la mia mamma, la mia cugina e mia sorella più piccola – e in qualche modo si doveva fare. “Poveri diavoli” pensavo a volte guardando i soldati “anche voi la patirete la fame, e il freddo, siete poco più che ragazzi e vi mancheranno le vostre mamme, le fidanzate o i figlioli”. E così mi facevo coraggio, sono sempre stata la più coraggiosa: “vado io” dicevo alle altre, mi buttavo lo sciallino sulle spalle quasi che mi potesse proteggere o rendere invisibile, e uscivo di casa, per andare a cercare qualche pezzo di legna o due patate: ci passavo quasi davanti, alla camionetta dei tedeschi. Ho incrociato più volte lo sguardo con quello dei soldati, appena un cenno e chinavo il capo serrando le labbra, implorando in cuor mio che facessero finta di non avermi vista, mettevo un piede dietro l’altro pregando che la mia presenza non fosse che un’ombra per loro. E così è stato; forse hanno avuto pietà di noi, forse erano stanchi di uccidere e compiere violenze gratuite, forse ho solo avuto fortuna e la mano di Dio posata sulla spalla.

Poi sono stata la moglie di un uomo marchiato a fuoco per le sue scelte politiche e, di conseguenza, la madre di un bimbo nato con un timbro in fronte: figlio di suo padre. Ma io andavo ai comizi del mio Gianni a testa alta, con l’ombrello grande appeso al braccio, “può darsi che piova, non si sa mai, non vorrete negare a una signora la possibilità di ripararsi”, dicevo alle guardie che me ne chiedevano spiegazione fermandomi, l’ombrello mi serviva a pararmi la testa sì, ma non dalla pioggia! E poi un bel manico di legno è sempre meglio di niente, con un bimbo piccolo per mano in certi posti… Una volta, mentre parlava, mio marito ricevette in piena faccia perfino una scarpa, si fece anche male, ma lui non ci badava, a queste cose, andava dritto per la sua strada senza rispondere alle provocazioni.

E pensare, dopo tutti quegli anni in cui era impensabile perfino sussurrare la nostra presenza nei palazzi che contano, se non come un’infame bestemmia, adesso qualcuno c’è arrivato proprio dentro, a quei palazzi, bello comodo seduto in poltrona! Beh, le cose sono parecchie diverse ora, a dirla tutta, forse non ti piacerebbero poi tanto, anzi per nulla temo: siamo tutti cambiati, sai, anch’io che sono rimasta, i tempi cambiano. Tutto è cambiato, lo capisci? Non possiamo farci niente io e te. La gente non ci sputa più in faccia, è vero, ma chiama ‘onorevole’ o ‘ministro’ qualcuno che ti ricordi ragazzetto e che portavi via sottobraccio, pestato e ghettizzato dai compagni di scuola, “non è niente – gli dicevi – non ci fare caso” e lo portavi a casa nostra. Eppure, credimi, non so se ne saresti davvero orgoglioso di come sono andate le cose. Forse meglio gli sputi, Gianni mio, ma il cuore pulito. Son tempi annacquati, questi, e i valori più belli si confondono nel vento che un giorno soffia in un verso, il giorno dopo nell’altro: e tutti gli vanno dietro come foglie secche.

Ecco perché ci sembra davvero impossibile quello che è successo! Eppure ci siamo svegliati, una notte, con la macchina che bruciava, davanti a casa: mi pareva di essere stata catapultata indietro nel tempo… Poteva succedere una disgrazia, con tutte le abitazioni intorno, con il cancello e le persiane di legno a un tiro di schioppo. Potevo morire, ci credi? Ma è passata; sì, è passata anche questa, in qualche modo ho trovato le forze, forse sono stati i ricordi – i nostri ricordi –, l’unica cosa salda e sicura cui mi sono aggrappata con le poche energie rimaste. O forse no. O almeno non quelli soltanto: forse ancora una volta i ricordi si sono fusi con il presente, come la plastica sotto le fiamme, dandogli spessore, a questo presente che si è fatto sottile, avvolgendolo con uno strato sicuro, a fasciare quella bolla di vetro che quasi si sfaldava, tanto era diventata fine, con un soffio più forte. Un soffio più forte era quasi bastato.

Quasi, Gianni mio, quasi, ma non ancora.

Io servo qui, credi: loro non lo sanno, non lo possono capire, cosa abbiamo passato noi, sono giovani e io devo continuare a spiegarglielo e raccontarglielo, perché non se ne perda la memoria, senza stancarmi mai. Glielo devo dire, che questo è stato solo un soffio più forte, niente di più, che poi passa, e si ricomincia daccapo, si riparte, come le piante: se anche tagli loro i frutti, i rami e le foglie, ma le radici restano intatte, salde e sicure nel terreno, passato il gelo col primo sole germoglieranno di nuovo, più belle e più alte di prima.

Io ci spero Gianni caro, me lo hai insegnato tu, ricordi?

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