In media stat braccus

Raramente i latini avevano torto. Senz’altro non nei motti, e “in media stat virtus” lo trovo azzeccato in tanti campi, anche applicato al mondo del cane, che diventa appunto: “in media stat braccus”. E ora che c’entra? Sempre a infilare le bestie dappertutto (ovvio, sennò non scriverei da cani). C’entra eccome, invece.

Parte tutto dal fatto che io ho avuto in sorte, o meglio in dono, nella fattispecie da mio padre, un cane da caccia. Anzi “il” cane da caccia più antico del mondo o giù di lì. Il mitico bracco italiano, che vanta, nel mio caso, un pedigree di tutto rispetto e una bella genealogia di antenati vicini e lontani votati in tutto e per tutta alla sacra dea Diana. Lo vedo che ridete dietro allo schermo. Cosa credevate? Cirano, alias #scemocane, proviene da una famiglia di nobili esemplari assolutamente dediti all’attività venatoria. E poi c’è lui. Che a caccia non ci è mai andato. E qui nasce il dilemma. Come vive un cane da caccia senza andare a caccia? S’apre il dibattito, direbbe qualcuno.  È stato creato perfino un gruppo FaceBook che si chiede appunto “come (soprav)vivere con un bracco italiano senza andare a caccia”. E lui? Come vive lui senza andare a caccia? Ovviamente gli andrebbe chiesto…

cacciatori da una parte urlano a gran voce che è uno spreco! Di più e di peggio: è la rovina di questa antica e purissima razza cadere nelle vili e molli mani di proprietari che non imbracciano il fucile in cerca di beccacce, fagiani o coturnici da scovare fra i cespugli all’alba delle brumose domeniche autunnali.

Costringete queste povere bestie sui vostri divani, ne fate dei rincoglioniti snaturati! – rombano i cacciatori – Meglio per loro sarebbe non essere mai nati, che vivere costretti a rammollirsi sui vostri cuscini!

Ah sì? Ribattono i “divanisti”, e come la mettiamo con i cani che non sono adatti alla caccia? E come la mettiamo con il fatto che voi tenete quelle povere bestie rinchiuse al ghiaccio di una gabbia per farli uscire una volta alla settimana e patire freddo e solitudine tutto il resto del tempo senza conoscere mai il calore di una casa, la comodità di un morbido giaciglio?

Fermi tutti! Fermatevi un attimo, abbassate i fucili (almeno i cacciatori che hanno anche pure le cartucce…).

Io me lo sono chiesta spesso, osservando il mio cane correre fiero con il naso al vento per campi e boschi, se sia felice insieme a me. Mi sono chiesta se non gli manchi qualcosa, se in quel suo sollevare il naso a fiutare l’aria vi sia nascosta una richiesta che resta senza risposta, da parte mia. Cacciare insieme. So che lui lo vorrebbe, so che nei suoi geni c’è questo istinto: lo vedo, lo riconosco, dal suo modo di esplorare il territorio, dalla sua passione nella ricerca di una preda, e nel metterla in fuga, aspettandosi, probabilmente, che io partecipi insieme a lui.

È questo che vorrebbe da me? Mi domando quando lo richiamo bloccando un suo slancio verso un animale selvatico, vorrebbe che corressi dietro a lui per acchiappare quel capriolo, o cinghiale, airone, fagiano, volpe o qualsiasi cosa sia?

Probabilmente sì. Probabilmente mi reputa una strana creatura, e se lo domanda cosa ho di sbagliato, che non mi piace fiutare e scovare prede. Perché normale per lui non è di sicuro. L’ho letto più volte nei suoi occhi, quando gli ho intimato di mollare, chennesò, un povero pollo che con grande zelo aveva acchiappato. Mi guardava con uno sguardo che, ci scommetto cosa vi pare, si poteva tradurre con l’espressione stupita: “E allora? non sei contenta che ho preso un pollo? Che strani questi umani, gli porti una preda e ti ordinano di lasciarlo andare… chi li capisce è bravo!”. Già, a volte non ci capiamo, o meglio non siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Eppure lui sceglie me. Se io lo richiamo, se cambio direzione, perfino se lo attendo lasciando che segua il suo istinto in quel momento, che è più forte di tutto, lui torna da me in poco tempo. Il suo naso non perde mai il mio odore: è come un radar che, a distanza, segue sempre la mia traiettoria.

Che cosa ti spinge – mi chiedo guardandolo muoversi in libertà – a tornare da me, a stare con me, in un ambiente dove io non ti capisco, non ti raggiungo, non ti completo?

Perché, nonostante tutto, scegli me?

È su questa domanda che, alla fine, mi soffermo. E ci penso.

CHI HA RAGIONE? Il bracco deve stare sul divano o deve andare a caccia per boschi e valli?

Io credo che possa fare benissimo entrambe le cose. E lo dico sulla base di un’esperienza di vita concreta. Io Cirano non lo porto a caccia, e questo è vero, né mai ce lo porterò per motivi sui quali ora non mi sto a dilungare, ma mio padre i nostri cani ce li ha sempre portati, e tutti, dico tutti, hanno sempre vissuto dentro casa con noi. Ma perché vi pare tanto strana questa cosa? Forse che per noi, se amiamo, non so, sciare o giocare a tennis, significa che ci piace dormire sulla neve o su un campo all’aperto? Non preferiamo forse, rientrando da una corroborante passeggiata o attività svolta all’aperto, una bella doccia calda per poi svaccarci sul divano magari con una bella copertina sulle gambe? Insomma, quello che voglio dire è: perché dovrebbe essere diverso per il nostro cane, che da migliaia e migliaia di anni vive insieme all’uomo?

Proprio all’antichità pensavo, a quando cioè i cani, o meglio i loro antenati, si avvicinarono all’uomo, presumibilmente con uno “scambio di competenze”. I cani prestavano il loro aiuto nella caccia, nella guardia, mentre gli umani davano loro avanzi di cibo e un posto sicuro dove ripararsi. In altre parole è proprio dalla stretta convivenza e condivisione di spazi che nasce il rapporto uomo-cane. Pensate forse che i cani venissero tenuti fuori e ben lontani dalle abitazioni? Io non credo: anzi, proprio grazie a questa vicinanza si è rafforzata l’efficacia del legame. Come pensare, dunque, che se un cane si “rammollisce” su un divano o al calduccio in casa con noi possa “perdere” qualcosa della sua natura? Gli uomini delle caverne non lo pensavano… siamo forse meno evoluti di loro?

La verità è al nostro cane piace stare con noi. Ama sentirsi parte della famiglia, avere un ruolo, uno spazio, ama guardarci, annusarci, giocare e dormire vicino a noi. Questo lo renderà soltanto un cane più felice, più soddisfatto e sereno, perché gli darà una “motivazione”, che deriva proprio dalla certezza di avere un posto all’interno del suo branco. Ma questo non basterà a soddisfare le sue esigenze, ovviamente. Un cane, qualunque sia la sua taglia o razza, ha bisogno di uscire, e in realtà, purtroppo non ce ne rendiamo più conto, ne abbiamo bisogno anche noi.

Ecco che il nostro cane, addormentato pacificamente fino a un attimo prima, farà i salti di gioia non appena capirà che si fa a fare una passeggiata. E lo capirà dal nostro comportamento, prima ancora dal gesto di prendere il guinzaglio.

Cirano, per esempio, conosce perfettamente quale scarpe e giacca mi metto per portarlo fuori: impazzisce appena si accorge che sto per indossarle.

Uscire lo rende felice, così come lo appaga rientrare e riaccoccolarsi sulla sua poltrona. Negargli una delle due esperienze sarebbe privarlo di una parte importante. È questo che va capito. La ragione non sta da una parte sola, perché il cane necessita, proprio come noi, di poter godere di attività diverse e ben diversificate.

Di un fatto si può essere certi: qualsiasi cosa gli si proponga di fare, che sia un bel pisolino sul divano, una scorrazzata per campi o anche un giro in macchina, piuttosto che una cena a casa di amici, per lui la cosa fondamentale è poterla condividere con noi.

In pratica e in conclusione a mio avviso la questione è più semplice di quel che pare. Come quasi sempre accade. E la si potrebbe riassumere così: che sia sul divano o in mezzo al bosco, non c’è nulla che lo renda più felice, che stare insieme.

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