Mia e il leone bianco

Io non sono in grado di fare la “critica” di un film, di quelle con i paroloni, i raffronti, le citazioni colte da laurea in storia del cinema. Io sono una di quelle che va a vedere un film, si prende i pop-corn e si lascia trasportare dalla magia del grande schermo, che ci fa sempre tornare un po’ bambini. e del resto questo week end ci sono andati in parecchi a vedere questo film, al suo debutto, risultato in vetta agli incassi nelle sale italiane  con 1.929.892 euro.

Da questo film non mi aspettavo granché, se non una bella storia senz’altro strappa-lacrime, senz’altro a lieto fine, senz’altro con bellissimi leoni, senz’altro – pensavo – girata con animali presi in prestito da qualche circo e addestrati chissà come e chissà da chi per ludibrio dell’essere umano che, più idiota di un bradipo, crede autentica una scena in cui un animale fa una cosa semplicemente come frutto di coercizioni, forzature o, se va meglio, di trucchi e ricostruzioni al computer. Be’ sulla storia non mi sbagliavo: è la classica storia da cui non ci si deve aspettare sorprese o deviazioni dal classico copione. Sul resto invece mi sono sbagliata, e parecchio anche.

La storia dicevo. Location meravigliosa: il sud Africa dove Mia si trasferisce con la famiglia, genitori e fratello, per gestire un allevamento di felini. Adolescente ribelle troverà la sua strada nell’amicizia con Charlie, un cucciolo di leone bianco, che sceglierà di salvare, condividendo con lui un lungo viaggio fino alla riserva naturale di Timbavati. Parte come storia di formazione, dunque, o teen-movie, diventa poi un road-movie (vabbè queste non sono parolone, passatemele, le sapevo anche io!). Nessuna sorpresa dunque, si tratta di una trama davvero “elementare”, con tratti quasi disneyani, che si sviluppa su scenari stupendi, vicendo facile con i colori dell’Africa, e i suoi meravigliosi animali – a parte i leoni, gli elefanti, le zebre, le giraffe…

La sorpresa non sta quindi nella storia (e gli esperti direbbero neppure nella regia… e forse neppure nelle interpretazioni degli attori) ma nell’autenticità del rapporto tra la ragazzina e il leone che, nel corso del film, “crescono” insieme. Com’è possibile? Di solito nei film in cui sono protagonisti gli animali vengono impiegati “attori” diversi a seconda dell’età del soggetto: mi viene in mente “Io e Marley”, per dirne uno. Raccontando la vita del cane da quando è cucciolo fino alla morte sono stati “utilizzati” molti cani, di età diverse anche se tutti somiglianti.

In questo caso è andata diversamente. Mia, ovvero Daniah De Villiers, ha realmente vissuto per tre anni con un leone, che si chiama Thor e non Charlie, che da cucciolo è diventato un adulto di 190 chili.

E qui occorre svelare un trucco, anzi forse due. Il primo è che il regista, Gilles de Maistre (quelli che se ne intendono vi faranno subito presente che si tratta del nipote di René Clément, voi annuite con aria compita portandovi l’indice al mento e dite che però anche lui non è male, ricordando i suoi premi: l’Albert Londres Prize, International Emmy Awards, 7 d’or award, il Public Prize e il Junior Prize al Festival di Cannes e il Premio speciale della giuria al Festival de la Fiction de La Rochelle), questo regista, dicevamo, ha  girato numerosi documentari, quindi in alcuni passaggi il film appunto, debole dal punto di vista narrativo, diventa invece un buon documentario. Il secondo trucco, quello più forte, sta nella figura che ha affiancato il regista supervisionando il tutto, in primo luogo badando al fatto che i leoni non sbranassero nessuno, ovvero Kevin Richardson. E qui gli esperti di cinema resteranno un attimo basiti, cercando nella loro memoria che cosa abbia girato, quali film famosi, che accademia o scuola abbia seguito. Non troveranno nulla perché il nostro Kevin, anche se ha utilizzato molto la cinepresa, è noto come “l’uomo che sussurrava ai leoni” e non certo come vincitore di qualche premio Oscar o Golden Globe.

Lo zoologo sudafricano ha supervisionato l’intero processo di produzione e tutte le interazioni tra i leoni e i bambini, assicurandosi che entrambe le parti fossero trattate con rispetto e in totale sicurezza. A dire la verità l’idea iniziale del regista era stata quella di filmare Kevin, con un documentario quindi, mentre spostava il suo rifugio per leoni. Era il 2012 e valutarono che questa cosa non era fattibile. È nata allora l’idea di fare un vero e proprio film. “Ma filmare una relazione tra un bambino e un leone era impossibile. – ha dichiarato Richardson in un’intervista. – L’unico modo era lavorare con il leone da cucciolo facendogli “adottare” il bambino come se fosse suo”. Interessante questo concetto, per cui sarebbe stato appunto il felino ad “adottare” l’umano, anzi l’umana, e non il contrario. Non è neppure stato facile “trovare qualcuno abbastanza pazzo da affidarci il suo bambino per un periodo di tre anni, qualcuno che era aperto all’idea di far crescere il proprio figlio accanto ai leoni” sottolinea ancora Kevin.

Dietro un film “da famiglia” che offre una storia piena di commovente tenerezza, c’è dunque un forte intento animalista, che si svela molto chiaramente nel messaggio contro la caccia, che sia legale o bracconaggio, e di tutela e protezione verso questi meravigliosi animali che, ammonisce una scritta sul finale, di questo passo finiranno per sopravvivere solo nelle riserve o in cattività. Il numero dei leoni sta drammaticamente e drasticamente diminuendo.

Tre anni, tanto tempo sono durate le riprese, un tempo nel quale sia la protagonista umana che quello felino sono cresciuti, insieme, creando davvero la relazione di fiducia e di amicizia che si vede, con tanta autenticità nel film. Per questo il regista e lo zoologo erano contrari all’idea dell’utilizzo di diversi leoni: “Ero contrario a questa idea, – afferma ancora Kevin Richardson – perché il leone di tre anni sarebbe stato un estraneo. Se vuoi fare un film su una relazione stretta tra una ragazza e un leone, la relazione deve esistere veramente”.  Esiste dunque, e si vede.

Un familiy-movie (tanto per usare un altro termine anglofono appropriato al gergo) come ce ne sono tanti, ma almeno qui una differenza c’è. E non è una cosa da poco. La differenza sta nel fatto che uscendo dal cinema avrete moltissima voglia di almeno tre cose: uno, fare un viaggio in Sud Africa; due, avere al posto del vostro gatto un leone con cui potervi aggirare per centri commerciali; tre, spiegare ai vostri figli che vi stanno chiedendo se possono avere anche loro un cucciolo di leone che no, il cucciolo di leone non possono averlo ma se desiderano che anche i loro figli ne possano un giorno  vederne uno sarà bene prendere dei seri provvedimenti. Tipo non distruggere il pianeta che non è per nulla a nostro uso e consumo ed è abitato da tanti altri animali che sono, in molti casi come in quello dei leoni, straordinarie creature.

 

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