Il Castello di Casalappi

Che la Toscana sia una meraviglia, non è una grande scoperta. E ogni volta che penso di averla girata abbastanza, di aver visto i posti più suggestivi, antichi, pieni di fascino e di bellezza, ne scopro uno nuovo, rassegnandomi, con piacere e un certo gusto, al fatto che in realtà non è possibile pensare “di aver visto tutto”, in una regione come la nostra.

Così è andata per il Castello di Casalappi, trovato per caso cercando una struttura che accetti gli animali, per una breve parentesi a due passi da casa. La descrizione del posto mi ha subito colpito e ho fermato la prenotazione, perché non sembrava esserci molta disponibilità. Ho poi pensato subito di chiamare, perché talvolta anche se un posto accetta “ufficialmente” gli animali, c’è sempre qualche rischio, relativo per esempio alla dimensione del cane (si accettano cani, ma se sono “piccoli”, piccoli quanto? C’è un limite di peso, di altezza, larghezza???) o ad alcuni luoghi della struttura (si accettano cani ma non possono entrare al ristorante, o nella sala comune, o essere lasciati soli in camera… quindi li tieni in macchina mentre chennesò ceni o fai colazione???). Insomma volevo accertarmi che la mia bestiola di quasi quaranta chili potesse essere accettato senza troppe riserve.

Dopo essersi rincorsi un paio di volte con il numero indicato tra i contatti, mi ha risposto con voce cordiale e squillante il proprietario stesso della struttura, conte Ruggero Guidi. Non è che con un conte ci parli tutti i giorni al telefono, sicché lì per lì sono rimasta un attimo interdetta, ma la cordialità e la gentilezza del mio interlocutore mi hanno subito fatto capire che le buone maniere non sono semplice questione di sangue blu, ma di ottima educazione. La prima cosa di cui si rammarica l’ospite, e si scusa sentitamente, è quella di avere, per il giorno del nostro arrivo, un impegno inderogabile a Firenze e non poter essere presente di persona per accoglierci. Passo subito alla questione amico a quattro zampe…

“Che cane ha signora? – ho pensato: eccoci adesso mi dice che Cirano è troppo grosso e nel castello sono ammessi solo Cavalier King Charles spaniel o la massimo Corgie…

“Ho un bracco italiano conte, forse è un po’ troppo…”

“Ma che meraviglia, lo adoro già! Guardi farò in modo di rientrare prima possibile dal mio impegno per poterLO conoscere!”.

Lo giuro, ha detto POTERLO. Si riferiva al cane!

Ho pensato che senz’altro questo posto mi sarebbe piaciuto, certo non potevo immaginare quanto…

Perché io non sono un tipo da castelli. Per carità, meravigliosi, ma per il mio gusto e le mie corde, rischiano di essere troppo pretenziosi. Ricordo l’ultimo castello visitato: quello di Donna Fugata, in Sicilia. Bellissimo, però ecco in un posto così non sarei completamente a mio agio.

Il Castello di Casalappi, che trae la sua denominazione, pare, dal latino “Castrum Appii” dei tempi della guerra fra Cesare e Pompeo, tanto antichi sono i primi segni di insediamento, ti accoglie in silenziosa compostezza. Non si slancia con rufianieria per conquistare il visitatore, al contrario ti osserva, sicuro del suo fascino che saprà presto arrivare al cuore di chi avrà la pazienza di soffermarsi e lasciarsi avvolgere a poco a poco nella sua atmosfera.

Dai romani, ai longobardi, ai pirati saraceni, fino a diventare addirittura un piccolo stato indipendente nel pieno Medioevo, posto tra il principato di Piombino, la Repubblica di Firenze e la mensa dei Vescovi di Massa Marittima. Avvolto tra storie di ogni tipo che si perdono fra il mito e la leggenda, il castello mantiene fino al 1500 addirittura il potere di amministrare autonomamente la giustizia, ad eccezione dei reati di omicidio e di lesa maestà.

Tutto questo il conte Ruggero ce lo racconta invitandoci a salire nei suoi salotti per un aperitivo di benvenuto e di “scuse” per la sua assenza, a suo dire quasi imperdonabile, al nostro arrivo.

– E il cane? – domando io molto perplessa nel far entrare nei suoi alloggi il mio braccone.

– Non si offenda, ma il cane è di granlunga l’ospite che gradisco di più!

Non mi offendo per nulla e neppure Cirano, saliamo così al piano superiore del nostro alloggio, passando attraverso bellissime stanze, piene di mobili antichi e libri meravigliosi. Ci accomodiamo nell’ultimo salotto, gradevolmente riscaldato da una stufa a legna. Il conte ci offre un brindisi con un vino del posto e ci racconta la storia del castello e della sua famiglia.

Cirano si accomoda sul tappeto, ma il richiamo del conte esercita la sua pressione tant’è che piano piano, con quel suo modo di fare da braccopiacione, si avvicina, poi gli porge una zampa, poi l’altra, poi si accomoda beatamente sul suo divano, anch’esso senz’altro antico e di grande pregio, sdraiandosi e poggiando comodamente la testa sulla gamba del padrone di casa, che continua il suo racconto perfettamente a suo agio.

Dicevamo, dunque, che nel 1776 il Castello di Casalappi – insieme alle terre del suo feudo – fu annesso al territorio del Comune di Campiglia Marittima. Successivamente, il Castello, con la sua storia più che millenaria, divenne, attraverso altre vicende, proprietà dei Conti Guidi, e per la precisione del signore che mi siede a fianco con in braccio il mio cane.

– Fu la dote della mia trisnonna – ci spiega ancora il conte – ho ritrovato perfino i documenti, le doti un tempo venivano indicate con un vero e proprio atto notarile. Erano una cosa seria insomma!

Conversiamo di libri, di teatro, di cultura, e di coltura, dato che Ruggero Guidi è un agronomo e a questa attività ha dedicato buona parte della sua vita. Adesso gestisce il Castello, che ha in parte ristrutturato, permettendo così l’affitto di tre bellissimi appartamenti, tutti dotati di salotto con angolo (si fa per dire perché è ben più di un “angolo”) cucina e due saloni per feste e ricevimenti, che promette di mostrarci l’indomani.

La pace è assoluta, solo il mio cane mi segnala che il giardino-parco intorno al castello è tutt’altro che disabitato, di notte, avverte il conte, ci sono tanti animali, cinghiali, tassi, volpi, istrici. Lasciare libero un cane da caccia, di buio, non si rivela una buona idea e lo richiamo dopo poco, prima che sia troppo tardi per vederlo sparire nel buio seguendo qualche traccia o qualche animale selvatico.

La mattina dopo come promesso, oltre a una ricchissima colazione, il conte ci offre una visita guidata della sua proprietà. Il salone dove veniva conservato il vino, probabilmente la parte più antica, il granaio, il cui piano superiore era stato affittato a una pittrice, e ne capisco bene il perché, le ex stalle, oggi ristrutturate e aperte a offrire un bellissimo salone per banchetti, il giardino sul retro con una piscina, adesso privo di abbellimenti dato il periodo invernale. Stupenda la vista affacciandosi alla terrazza naturale, che ha al centro un pozzo.

Il borgo ha perfino una piccola chiesa, oltre ad altri annessi che un tempo ospitavano i fattori e i vari lavoranti. Mi innamoro del frantoio, una tipica costruzione toscana, di quelle in mattoncini con la scala di fianco. Vorrei trasferirmi lì, tipo subito.

Attrae la mia curiosità un palazzo, che sorge proprio fuori la recinzione muraria del castello, dallo stile completamente diverso. Il conte lo definisce un palazzo di “stile pisano”, decisamente poco in tono con l’ambiente, senz’altro molto bello, anche se necessiterebbe di un robusto restauro, che fece costruire la parte della famiglia che restò esclusa dall’eredità del castello. Una specie di “rivalsa” dunque, si spiega così il motivo per cui venne eretta una costruzione così particolare proprio alle pendici del castello, come a volerne raggiungere l’altezza. Impresa impossibile, che la Torre e la facciata principale del castello, ricostruite dopo il saccheggio dei Saraceni del 965, occhieggiano con distacco, con la consapevolezza di non poter essere uguagliati nel loro fascino millenario.

Il momento di lasciare un posto bello arriva sempre troppo presto, vorrei restarci un mese, al Castello di Casalappi, senz’altro avrei modo di scrivere il mio libro, di leggere, di passeggiare con il cane, qui lo scorrere del tempo sembra assumere la stessa forma dolce e sinuosa dei vitigni.

Varcare il grande cancello e discendere la collina restituisce esattamente la sensazione di abbandonare un sogno. Non ho dubbi, quello con il conte, e con la sua suggestiva proprietà, non può che essere un affettuoso, e già nostalgico, arrivederci…

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