Il ratto dell’Osvaldo Parte seconda: Papero prigioniero

Ed ecco la seconda parte del “ratto dell’Osvaldo” pubblicata su «La Nazione» di Pisa il 9 settembre 2017, con le illustrazioni di Tiziana Morrone.

Scusate eh, se v’ho lasciato così sur più bello, scommetto siete rimasti lì cor becco asciutto; m’ero distratto un attimo perché è venuto un mio ami’o a vede’ s’era tutto a posto. Ora ’un si fidano a lasciammi troppo solo, dopo quello che m’è capitato… e hanno ragione! Anch’io son stato un po’ un bischero, bisogna l’ammetta, perché come dice ’r detto fidati era un brav’omo ma ’un ti fidà era meglio. E io invece sono abituato a fa’ festa a tutti, perché mi voglion tutti bene, o allora, e poi ’un è che ho avuto tutto ’r tempo di fa’ i mi’ ragionamenti, ve l’ho bell’e detto no?

Ero lì, che mi facevo l’affari mia, quando è arrivata come ’r vento questa donna con du’ bimbetti dietro, ha brocciolato varcosa e via m’ha acchiappato per l’ali e m’ha infilato ner borsone. La mi’ fortuna è stata che arrivava Tommasino co’ ’r su’ nonno a portammi la ’olazione e hanno visto la scena, ma accidenti alla sfortuna ’un hanno fatto a tempo: lei lì era bell’e scappata neanche a mettegli ’r sale sulla ’oda. Nata d’un papero!

Dice che ’r bimbo s’è messo a urla’ e a tira’ per la giacchetta Ardo: “nonno nonno corri hanno rapito l’Osvaldo!”. “O cosa dici bimbo?” ni rispondeva r’ su’ nonno che a corre’ un ce la faceva. Quando è arrivato lì sull’argine ha visto che in effetti io ’un c’ero più e ’r bimbo glielo diceva: “Io l’ho vista, era una donna, con due figlioli, l’hanno preso l’hanno preso! Guarda è quella macchina laggiù!”. E ’un c’era versi di carmallo, ma cosa potevano fa’ oramai? La macchina era andata e da lontano Ardo pover’omo ’un vede nemmeno i cartelli della Cooppe, figuariamoci le targhe.

La notizia s’è sparsa subito, del resto ve l’ho detto: sono un personaggio famoso io, c’ho ’r fanclebbe, sono la mascotte del Lungarno… ma c’era po’o da fa’, oramai la frittata era fatta. Grandi e piccini a disperassi per l’Osvaldo rapito. Perché era chiaro come la luce der sole che m’avevano rapito: di si’uro ’un era per portammi a vede’ la Torre che quella brutta ceffa m’aveva infilato nella borsa, cor capo che spuntava nemmeno fossi uno di vei canetti redi’oli che la gente porta a spasso nelle borsine che paiono pelusci. L’avete mai vista voi una tizia anda’ a giro con un papero (che poi io sono un’oca, ma siccome vi garba chiamammi papero vi lascio dì) in borsa? Io mai, e ’infatti ’un era per anda’ a fa’ na giratina in Corso Italia che m’aveva rapito la furbastra. Ma, come dice ’r detto, starnazza bene chi starnazza per ultimo, e lei ’un aveva fatto i conti con la mi’ notorietà che aveva raggiunto perfino quer posto lontano dove c’è un mucchio di palazzi e anche l’ospedale che par d’esse ner paese der cemento.

V’annoio? C’avete da fa’? Se’ondo me no, siete lì cor caffè in mano che ’un vi riesce neanche di bello dall’emozione di stammi a senti’. Perché una storia così ’un era mai capitata, e l’hanno scritta anche su’ giornali con le foto, i video, roba che neanche alla mostra der cinema! E qui vi ci risento maligni: “o cosa ne sai te der cinema che sei un’oca!”. Ga’o bellini, l’Osvaldo è un curtore del grande schermo! Me ne son visti uno e via di firm! Quando mi fa voglia e ’un son troppo stanco, faccio una notatina fino al Lungarno vello di fronte ar Giardino Scotto, m’intrufolo e mi metto comodo a vede’ ’r cinema all’aperto, che bellezza!

Ma ’un divaghiamo troppo sennò ’un andate nemmeno a lavora’ stamani. Allora si diceva: tutti stavano ’n penziero. Tutti parlavano dell’Osvaldo rapito. E io? Chiuso nella borsa dentro a ’na macchina che ’un c’ero mai salito in vita mia, non vi posso di’ come ho fatto a non morì dallo spavento. Ridete eh? Vi ci volevo vede’ voi, vedrai facevate meno gli splendidi. Dovete sape’ che, mentre s’era in macchina, la tizia che guidava faceva de’ discorsi che ’un mi son garbati per nulla. Parlava strana, se’ondo me ’un era pisana, ma ’nsomma, varcosa capivo, con quer fatto che siamo bestioline intelligenti noi oche e voi umani invece… vabbè, lasciamo perde’ sennò poi mi dite son razzista.

Insomma in qua e là capivo parole che mi garbavano po’o e punto: “cena”… “brodo”… “arrosto”… “stasera è festa!”. O cosa volete di’ bellini, ho pensato tra me e me, che ’un volevate un papero da compagnia ’un so perché ma l’avevo capito, però deh… d’esse la vostra cena ’un ci penso per davvero! Ma cosa potevo fa’? Se ero nato pittbull era meglio… oddio quando mi pigliano i cinque minuti sono un brutto cliente anch’io ’un vi credete, ma ’un so cosa divvi: mi prese l’avvilimenti e m’arresi. Mi portarono dentro a una casa, e mi misero da una parte, ’un lo so quant’ore son passate. Io poi sono anche un’oca educata, a parte fagliela in qua e in là che sinceramente ’un ne potevo fa’ a meno, ’un ho dato disturbo, tanto ormai l’avevo capito che mi stioccavano nella pentola e ciaone a tutti.

La mi’ fortuna, a parte il fatto che di già s’erano allarmati laggiù sull’argine, è stata che questa signora, pensate un po’, come si cucina un’oca ’un lo sapeva (poi venitemi a spiega’ la teoria che l’umani sono la specie più evoluta, sì ma ner peggio!). Insomma ha avuto l’ideona di sona’ alla vicina e digni: scusi come si cucina un’oca? Siccome però, l’ho belle e detto cento vorte, gente sveglia a giro ce n’è e poi io son famoso, la vicina ha sbirciato dentro e m’ha buttato l’occhi addosso. Zitta zitta ha risposto ora vo’ a cerca’ la ricetta e gnela dico e invece che t’ha fatto? Ha avvertito le guardie!

E mentre quella bolliva insieme alla pentola perché aveva furia di tirammi ’r collo, nel silenzio dell’appartamento s’è sentito suonà il campanello…

 

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