Il ciabattino va in giro con le scarpe bucate (e gli editor con i siti da aggiornare)

I detti popolari hanno sempre un fondo di verità, è innegabile. È così che il ciabattino va in giro scalzo, o meglio con le scarpe da sistemare, il perché si capisce facilmente: perché il suo tempo lo impiega ad aggiustare le scarpe degli altri, lasciando sempre indietro le proprie. Poi magari quando smette di lavorare, dopo ore e ore passate chino a sistemare tacchi, risuolare, incollare e inchiodare di tutto ha voglia tranne che di mettersi a fare un paio di scarpe in più che, per l’appunto, sarebbero le sue!

Non è troppo diversa la situazione di chi trascorre la giornata a leggere, editare, sistemare, riscrivere i testi degli altri e finisce per dedicare poco (o quasi punto) tempo ai propri. Non è una cosa bella, è vero, e neppure fatta bene, ma se l’immagine del povero ciabattino stanco di spaccarsi le mani e gli occhi sommerso da scarpe da sistemare suscita una certa forma di pietas mi dico che posso essere indulgente anche con me stessa, per non aver aggiornato per diverso (troppo, va detto) tempo il mio sito, al punto che non avevo neppure inserito le ultime cinque pubblicazioni. Mica bruscolini! E anche questo blog ho trascurato, verissimo, per quei pochi che hanno il piacere di leggere le (dis)avventure editoriali o bracchesche una mancanza considerevole che conto e spero di poter riparare.

E voi penserete: bravo ciabattino che finalmente ha messo da parte le scarpe di qualcuno per mettere sul bancone le proprie e darci dentro con il lavoro… macché! Inutile non dire la verità e prendersi meriti che non ho per nulla. Alla fine è andata che il ciabattino si è deciso e ha fatto una cosa saggia: ha chiesto una mano a un altro ciabattino, più bravo di lui in queste cose, sennò col cavolo che le aggiustava da solo le sue scarpe!

Eleonora, oltreché un’amica con cui è sempre piacevole conversare e trascorrere il tempo, è colei che il mio sito lo ha fatto di sana pianta, dando a me “soltanto” il compito di fare il copy – attività nella quale lei eccelle peraltro – in parole più semplici: io ho dovuto solo riempire gli spazi che lei aveva creato. E avrei anche dovuto aggiornarli, e invece… che dire chi è un bravo ciabattino scagli la prima suola! Io me ne guardo bene.

Abbiamo deciso per un pranzo, certe cose è bene farle a pancia piena, e per riempirla abbiamo optato per un quarto di pizza alla pisana e schiacciatina con cecina. Con le dita belle unte poi ci siamo messe al lavoro. Io come una scolaretta consapevole di non aver fatto i compiti e quindi di non poter certo aspirare a una pagella decente, lei con la consueta professionalità e competenza. Insomma, a ognuno il suo. O quasi…

Il risultato è che adesso almeno il sito è aggiornato! E sono comparse magicamente le ultime cinque “fatiche editoriali”, come le chiamano quelli che si danno una certa aria; nella home abbiamo inserito l’ultimo libro uscito (Sono solo bestie. Maltrattamento e benessere animale. Domande e risposte, Primamedia editore, 2024) che meritava davvero uno spazio adeguato, così come i festival letterari che da qualche anno occupano non poco del mio tempo e sono diventate creature a cui sono particolarmente affezionata.

Che lavorone che hanno fatto queste ciabattine! Per premiarlo e darci un minimo di soddisfazione vi chiederei di farci una giratina su questo sito aggiornato, e se vi va anche di dare dei suggerimenti perché c’abbiamo messo dell’impegno, è vero, ma poi le scarpe ammucchiate da sistemare hanno avuto la meglio e terminato lo spazio che ci eravamo ritagliate – pizza e cecina comprese – ciascuna è tornata a incollare tacchi e suole e buonanotte suonatori!

Quindi, contiamo sul vostro aiuto!

Siamo tutti scrittori; o forse no

Aumentano gli scrittori, calano i lettori.

Questo il dato che rivela uno studio Nomisma, sulla base di dati ISTAT, cui si aggiunge il fatto – inquietante – che il 30 per cento dei libri pubblicati non vende una copia.

Di tutti i libri pubblicati nel 2022, meno di 35mila hanno raggiunto le 10 copie vendute.

E uno pensa dai scherzate, ma pare di no.

Anche le case editrici, dicono sempre loro, sono diminuite: nel 2012 erano 5.491, nel 2021 4.623; il che vuol dire (l’ho fatto con la calcolatrice ovvio) che 868 case editrici hanno chiuso i battenti, in particolare tra il 2012 e il 2015.

Eppure i libri pubblicati invece aumentano. Quanti sono? Io i numeri non li amo per niente, però a volte sono assolutamente necessari per renderci conto delle cose e allora eccoli qua:

il 2019 è stato un anno di boom con 86.475 opere pubblicate, nel 2021 poi la produzione libraria è cresciuta ulteriormente, registrando un incremento del +4,3.

Tanta roba.

In compenso, però, negli ultimi 11 anni il numero di lettori (italiani), secondo sempre la ricerca di cui sopra, è calato: passando dal 46,8% del 2010 al 40,8% del 2021. Che poi intendiamoci, un lettore su due nell’ultimo anno ha letto tra i due e i cinque libri,  soprattutto gialli (scelti dal 58% dei lettori) e thriller (52%).

Ecco che allora i numeri assumono un contorno preciso e ci danno un’informazione altrettanto precisa: sono più gli scrittori che i lettori.

E fin qui non ci sarebbe neanche niente di male, non è che si può impedire a una persona di pubblicare un libro. Oddio, in certi casi… occorre ammettere che non sarebbe proprio proprio una pessima idea. Insomma una specie di “patente” che ti rende idoneo a pubblicare – o meno – un libro la si potrebbe anche inventare.

Che poi si baserebbe anche su criteri minimi e minimali, che sarebbero utilissimi a fare una prima, importante e secondo me anche consistente, scrematura.

Non voglio ergermi a esperta in materia ci mancherebbe, però in 23 anni di lavoro come editor in una casa editrice credo di aver abbondantemente superato il migliaio di libri curati, editi, corretti e fatti uscire. E vi posso assicurare che ho visto, e letto, veramente di tutto. Qualcosina insomma mi sento autorizzata a poterla dire. Ma ripeto son punti semplici, una specie di sbarramento alla partenza, criteri basici (almeno grammaticali) di esclusione che potrebbero essere, per fare qualche esempio, di questo genere.

Non puoi pubblicare un libro SE:

• metti la virgola tra il soggetto e il verbo

• sbagli la consecutio temporum

• usi “dove” a casaccio

• fai più di tre ripetizioni nel giro di dieci righe

• (ab)usi i vari infatti, allora, eccetera, cioè come se piovesse

• non sai usare piuttosto che

• non sai coniugare il soggetto con il verbo

• non sai la differenza tra accento grave e acuto

• scrivi c’è ne (o c’è né)

• scrivi un nome maschile con l’apostrofo (un’altro)

Siamo già a dieci punticini e mi potrei fermare, perché potrebbe essere un numero sufficiente, ma non mi so trattenere, abbiate pazienza, e vorrei aggiungere, sempre restando sul piano grammaticale, qualche altro assunto di base che vieterebbe di poter essere considerato idoneo alla pubblicazione, insomma niente patente, a chi:

• non sa usare i pronomi (gli ho detto che mi stava simpatica)

• non sa usare i congiuntivi (vuoi che vengo?)

•non sa cosa vuol dire e quando si usa “codesto”

• non ha mai usato in vita tua un punto e virgola

• non sa usare gli accenti (so, stò, fù, qua, su e via e via).

E poi, consentitemi, un’attenzione particolare a quelli che si inventano le parole (creando i famosi neologismi) e per questo si sentono ganzissimi.

Come non dedicare poi un piccolo paragrafo a coloro che si sentono invece scrittori di libri per bambini nati; ecco, perché se c’è una cosa che è difficile fare è scrivere per i piccoli lettori, che sono piccoli appunto, ma tutt’altro che scemi. Anzi, spesso, sono i lettori più attenti e più esigenti, perché i bambini leggono molto, ci sarebbe da chiedersi perché a un certo punto smettano piuttosto, e cominciare a lavorare seriamente su quello, ma è un altro discorso, e bello lungo, da affrontare un’altra volta.

Dicevo che questa categoria di autori si sente tale in base a principi molto chiari e che, a loro modo di vedere, identifica la categoria “libro per bambini”. Infatti, sempre secondo loro ovvio, per scrivere un libro dedicato agli infanti (ovvio che ignorano le fasce di età, oggi talmente diversificate da diventare un’impresa quasi identificarle, ma figurati) è sufficiente:

• cominciare una storia con “C’era una volta”

• utilizzare a valanga diminutivi, vezzeggiativi e spregiativi (lettuccio, casina, gattaccio, giardinetto)

• ripetere le parole (stretto stretto, vicino vicino, fitto fitto)

• troncare le parole a caso (cammin facendo, pianin pianino)

• inserire a profusione un elfo, babbo natale, una fata, una strega, un falegname, un gattino.

• schioccarci un bel lieto fine e via.

E anche qui mi fermo perché mi sembra di aver elencato elementi sufficientemente significativi.

Siamo rimasti solo sul primo gradino, ovvero sul piano grammaticale, che poi, sempre per tenere la metafora della patente, corrisponderebbe molto banalmente a bocciare uno perché non sa dove infilare le chiavi della macchina per metterla in moto ecco.

Perché poi si dovrebbe aprire un capitolone, anzi più d’uno, sul tema del sapere gestire un intreccio narrativo in modo coerente ed equilibrato, formulare una corretta caratterizzazione dei personaggi, rispettare l’autoconclusività, fondamentale soprattutto per chi scrive racconti. Ecco, al genere racconto occorrerebbe dedicare una parentesi piuttosto articolata. Si tratta infatti di un genere molto “frainteso”. Purtroppo se molti non si sentono in grado di cimentarsi con il mostro “romanzo”, tutti si sentono invece capaci di scrivere un racconto. Non che sia per forza più facile scrivere un romanzo, anzi non voglio dire questo perché sarebbe un’assurdità, però di certo non è facile, o scontato, neppure scrivere un racconto. O meglio un buon racconto, o un testo che possa dirsi tale.

Insomma non è che se scrivi una cosa a caso, lunga almeno una paginetta o due, hai scritto un racconto. È una brutta notizia lo so, ma tant’è. E vallo a spiegare. Niente, si lascia perdere perché sarebbe fiato, o inchiostro, sprecato.

E allora si scrive lo stesso, e con la smania di pubblicare per forza, a tutti i costi e possibilmente in fretta. Torno sul concetto che ognuno è libero di fare quello che vuole, soprattutto se trova un editore disponibile ad assecondarlo, sennò si passa all’editoria a pagamento, oppure ancora all’autopubblicazione e problema risolto. Che poi anche qui non voglio passare per una per forza contraria al pagarsi una pubblicazione (a volte purtroppo non ci sono altre strade) o baipassare tutto il circo e autopubblicarsi. Assolutamente non è questo.

Una cosa però la voglio dire, forte e chiara: scrivete pure, se vi fa stare bene, e pubblicate anche ci mancherebbe, come e con chi vi pare; però LEGGETE, ché scrivere senza leggere non ha alcun senso. Non solo: ci si può mettere la mano sul fuoco, e qui vi chiedo di credermi sulla fiducia, che ci compie gli errori sopra elencati è una persona che non legge, perché chi legge certe cose non le fa, non le scrive, semplicemente perché non le pensa, non le visualizza proprio nella mente e quindi non passano sulle dita e sul foglio. Di questo sono sicura.

Scrivere senza leggere, per continuare e chiudere con la stessa metafora, è come guidare senza patente. Siete dei fuorilegge, o degli imbroglioni, come vi pare.

Con stima e affetto

la vostra Editorbestiale

“I miei stupidi intenti”: un libro inaspettato

Quando qualcuno ti regala un libro è sempre un momento emozionante. Per prima cosa significa che la persona che ha scelto quel libro per te ci ha pensato, è stato colpito da quel testo in particolare e crede che colpirà anche te. Regalare un libro a qualcuno è un gesto di grande intimità, un dono bellissimo perché se quel libro piacerà alla persona che lo riceve vorrà dire che le avremo regalato qualcosa che in commercio non si trova: del buon tempo.

È quello che è successo con questo testo, che l’amico Athos, inaspettatamente, mi ha regalato quando abbiamo iniziato a lavorare a un suo libro. «A me è piaciuto molto, è una storia che ha come protagonisti gli animali e ho pensato ti potesse piacere». Ho iniziato a leggerlo la sera stessa, con delle aspettative, non posso negarlo. Da tanto tempo non trovo un libro che davvero mi prenda, di quelli che ti fanno desiderare che arrivi il momento di andare a letto per poter leggere indisturbata finché non vince la stanchezza, di quelli che ti restano appiccicati addosso per tutta la giornata, reclamando per sé ogni attimo di tempo libero. Mi manca.

Sul mio comodino giacciono impilati tanti libri: alcune sono letture di “lavoro”, altre di amici, altre di libri iniziati che non riesco a portare avanti. Un brutto vizio che in gioventù non avevo: leggevo sempre e soltanto un libro alla volta, ho perso il mio rigore, anche se non voglio e non posso farmene una colpa.

Con questo spirito, insomma, ho iniziato questa nuova lettura. Le prime pagine sono state deludenti: Bernardo Zannoni, il giovane autore che ha pubblicato il suo primo libro (con Sellerio eh!) ha scelto di far parlare una faina, di inserire nella loro tana tavola, letto, sedie e molti altri elementi tipici del mondo umano.

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato è l’antropomorfizzazione del mondo animale, quindi confesso che ho pensato: oh no! Ecco un altro che ci racconterà di come sono bravi buoni e belli gli animali che ci somigliano tanto. Questa idea, o meglio questo preconcetto, è durato lo spazio di pochissime pagine. È sopraggiunto quasi subito lo stupore.

L’Autore è riuscito infatti a mettere in atto esattamente il contrario: ovvero, inserendo gli animali del bosco all’interno di uno schema “umano” mano mano che si svolge la storia ci dimostra quanto feroce e quanto simile alla loro natura sia quella umana. Fatta eccezione per pochi, fondamentali, tratti distintivi: metterli a fuoco, però, ci costringe anche a chiederci se davvero questo ci renda migliori, o anche più felici. Ma non corriamo troppo.

«Un animale, in ambito narrativo, è un elemento più flessibile. Gli animali riescono a muoversi attraverso la trama con una facilità che i personaggi umani non hanno» ha dichiarato Zannoni in un’intervista fatta con il librario.it, ma non credo si tratti solo di questo.

Leggere quindi di animali che coltivano un orto, possiedono galline, mangiano e siedono a tavola, imparano perfino a leggere e scrivere mi ha offerto un’interpretazione diversa. Gli animali del bosco (faine, ma anche volpi, tassi, istrici) degli umani hanno tutto, perfino e soprattutto gli istinti più ferini, tranne la consapevolezza del tempo, e quindi della morte. Non conoscono quindi la paura del tempo che scorre, che assale invece il protagonista, la faina Archy, quando scoprirà dal feroce Solomon, una volpe usuraia, il potere della parola.

Siamo dunque presto passati da una “storiella” che parla di una comunità di animali del bosco a un libro che affronta tematiche come quelle della scrittura, della lettura, della conoscenza della morte e di Dio: un bel passaggio. Mano mano che il testo scorre nella mente del lettore prendono forma domande inquietanti che cominciano ad aleggiare e ci accompagnano per tutto il libro: che cosa cambia nella vita di una creatura la consapevolezza che il tempo a disposizione non è infinito? Come vivere allora, alla luce di questa consapevolezza? E che cosa possiamo fare per nutrire una speranza di salvezza, sempre ammesso che sia possibile? Gli animali vivono nel presente, seguendo l’istinto e il flusso delle stagioni, Archie, grazie agli insegnamenti del suo feroce “carceriere” Solomon, si porrà delle domande, e desidererà imparare a leggere e scrivere.

Alla fine se dovessi dire di cosa parla questo libro, direi che parla della scrittura, come l’Autore stesso dice:

«La scrittura, invece, lo sappiamo benissimo, non può darcela questa salvezza [salvezza di speranza, che può dare Dio ai credenti], però può darci un’illusione di continuità, di qualcosa che durerà più di noi, perché, una volta scritte, le parole diventano immortali».

Io sono loro

Spesso, durante le presentazioni, mi è stata rivolta questa domanda: “Scrivi testi autobiografici?”.

E a ruota, in genere, arriva la seconda domanda: “Ma allora quanto c’è di te, del tuo vissuto, in quello che scrivi?”.

Alla prima rispondo con un secco e deciso NO. Alla seconda con un ampio “moltissimo”. Però occorre spiegarsi, e capirsi, meglio.

Ecco, sono due domande profondamente diverse, che solo all’apparenza possono sembrare simili.

Una premessa, prima di tutto, per non incorrere in spiacevoli fraintendimenti.

Non ho nulla contro l’autobiografia, che è un genere letterario di tutto rispetto, con esempi di altissimo livello e che, non a caso, è frutto di continuo studio, sperimentazione, al punto che ad esso è stata intitolato perfino un percorso universitario: mi riferisco alla LUA, ovvero la “Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari” (lua.it), una scuola che offre appunto progetti, seminari, laboratori. Una roba seria insomma, negli anni si è costituito attorno a questo centro una comunità di ricerca, di formazione, di diffusione della cultura della memoria in ogni ambito, a cui partecipano centinaia di persone. Si parla dell’arte della “scrittura di sé”, che include l’apprendimento di principi, metodi, sviluppi della “pedagogia della memoria”. Lungi da me, dunque, sminuire chi sceglie questa via. Mi permetto, però, questo sì, di far presente che chi intende seriamente scrivere autobiografia dovrebbe quanto meno prendere in considerazione il fatto che non significa sono bello, sono ganzo, c’ho un ego che ci vuole uno scuolabus per portarlo in giro quindi scrivo di me perché niente al mondo c’è di più interessante. Ecco, non è questo che intendono esattamente con “pedagogia della memoria”, quelli che ci bazzicano sul serio.

Ma, tralasciando quelli che vanno in giro con l’autobus dell’ego da scaricare poi sulle pagine dell’ennesimo libro sedicente “autobiografico”, e tornando alla domanda iniziale, dunque, la mia risposta è NO, perché quando scrivo non sono io la protagonista, non si tratta di un percorso interiore, da rovesciare sulla carta, quello che intraprendo, ma, al contrario, l’operazione è esattamente opposta. Ovvero quella di uscire da sé, dal proprio sentire, dal vissuto, dall’ordinario, per diventare altro e, soprattutto, altri. Calarsi completamente nella vita di qualcun altro. Che da me è diverso: perché è un uomo, per esempio, o perché è un bambino, o un anziano, un cane, un cavallo, un delinquente, uno o una straniera.

E io non esisto più. Io sono lui, lei, loro, io sono una, cinque, dieci, cento persone, e personaggi, diversi.

È un’operazione faticosa, quella di uscire dal proprio corpo e dalla propria mente, pensare, parlare, decidere, scegliere vivere come qualcuno di cui dobbiamo arrivare a conoscere tutto, a passarci le giornate, arrivando a essere quella persona. O quelle persone.

I personaggi di un libro possono diventare molto invadenti, se li scrivi, e li vivi, così. Non ti danno più tregua, te li trovi a colazione, a pranzo, a cena, in bagno, avanzano pretese, scelte, ruoli che non dovrebbero competergli. Mica semplice tenerli al posto loro. A me non sempre riesce, devo essere sincera.

Una volta ho intervistato, presentando un suo libro, un famoso scrittore e rimasi colpita dalla sua affermazione: “I miei personaggi fanno quello che dico io, su questo non c’è dubbio né discussione”.

Buon per te, pensai, i miei tendono a fare il cazzo che gli pare, però forse è perché gli do troppo spago io, ci mancherebbe.

E qui arriviamo alla seconda domanda, che appunto, è profondamente diversa e forse adesso si capisce meglio il perché.

Qualcuno disse “si finisce sempre a scrivere di sé”, e questa è una verità. Perché non è facile capire, uscendo da se stessi per entrare nei panni di qualcun altro, quanto di sé ci si porti dietro. Senz’altro molto, anche se non pare. Non solo vissuto, ma anche sogni, proiezioni, fallimenti, inganni, frustrazioni, desideri, verità e bugie. Chi è quel personaggio, quanto di lui c’è in me e viceversa?

E qui, almeno nel mio caso, credo possa venirmi incontro la vasta gamma di patologie psichiatriche di cui può soffrire chi ha il vezzo, o il vizio, di scrivere.

La prima che mi viene a mente, così, su due piedi, è il disturbo di personalità.

Non si è mai una persona sola, in fondo, e non perché si abbia la classica “doppia faccia” nel senso negativo del termine, no, non è una cosa che ha a che fare con la mancanza di trasparenza o di sincerità. È proprio uno sdoppiamento, o striplicamento o squadruplicamento e via così, di personalità.

Quindi sì, alla seconda domanda rispondo che c’è sempre qualcosa di me in quello che scrivo, nei personaggi che invento: è solo che poi dovrei spiegare, e talvolta non è certo la cosa migliore da dire in pubblico, che non saprei di quale delle sei o sette Petrucci potrebbe trattarsi. Che poi ciascuna di loro, a sua volta, ha degli alter ego, e la cosa si complica assai.

Però a voi, che siete persone intelligenti e soprattutto comprensive e riservate, lo posso dire: io sono loro, tutti loro, e loro, in fondo, sono me.

È questo, forse, il motivo per cui si scrive. Perché siamo troppi, e nessuno.

«Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori». Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

Ma quanto scrivete? Una riflessione sul mondo dell’editoria, e sulla libertà di scelta

C’è troppa gente che scrive, troppa poca che legge. Lo sento dire spesso.

In effetti i dati sulla lettura non sono molto confortanti: solo il 40,6% della popolazione “legge” (è un dato relativo al 2018, pubblicato da «Il Sole 24 ore»), quanto legge ce lo dice l’ISTAT: sempre nel 2018 solo 4 persone su 10 hanno letto almeno un libro, per motivi non professionali. Un po’ pochino no? Continua a leggere

“Montagne in noir”, la prima edizione del festival dedicato al giallo a Bardonecchia

Finisce oggi questa prima edizione, si potrebbe definire l’anno “zero”, di un festival interamente dedicato al genere “giallo”, o noir che dir si voglia, organizzato dall’associazione Torinoir e dal comune di Bardonecchia, che ha ospitato gli eventi presso il Palazzo delle Feste e organizzato parecchie altre cose interessanti che se avete pazienza di leggere ve le racconto. Continua a leggere