Troppo spesso si sente e si legge di “cani assassini”, in seguito ad aggressioni da parte di cani, spesso di famiglia, verso bambini che in alcuni casi sono rimasti gravemente feriti o purtroppo non sono sopravvissuti.
Sono notizie terribili, che non vorremmo mai leggere, ma forse, dico forse, per non leggerle più occorrerebbe fare intanto la nostra parte, magari piccola ma importante, e qui parlo da appartenente alla categoria (quella dei giornalisti), cominciando a utilizzare un linguaggio corretto, e anche a promuovere occasioni di corretta informazione. Perché in fondo questo è il nostro, primo, dovere: raccontare la verità dei fatti, fare informazione ad essa pertinente, e continente. Ecco, non sempre accade, soprattutto – e troppo spesso – nell’ambito di queste tragiche circostanze, a maggior ragione delicate proprio per questo.
I cani non sono degli “assassini” poiché non uccidono né feriscono un essere umano agendo per una volontà premeditata o intenzionale, sembra un concetto banale, ma credo sia importante partire da qui.
Partiamo anche dall’assunto che ci sono, oggettivamente, razze più complesse da gestire di altre, non “pericolose” in sé e per sé, ma che presentano caratteristiche motivazionali peculiari, per le quali senza dubbio alcuno è fondamentale la consapevolezza del proprietario.
Scegliere come compagno di vita un barboncino toy oppure un pitbull, un maltese o un rottweiler, per fare esempi grossolani ma significativi, è ovvio che non è la stessa cosa, fermo restando che l’adozione – o acquisto – di un cane deve sempre essere, qualsiasi cane si scelga, accompagnato da un percorso di consapevolezza volto a tenere in considerazione tre fattori principali, che ricorda ed elenca sempre in maniera molto chiara l’etologo Roberto Marchesini, ma evidentemente non è mai abbastanza: dunque vale la pena ripeterli questi fattori.
Occorre prima di tutto conoscere e informarsi molto bene sulle doti innate e sugli aspetti genetici di quella data razza, leggendo il più possibile, prendendo contatto con altri proprietari che hanno avuto quel tipo di cane, e anche con gli allevatori, educatori, veterinari, insomma cercare di raccogliere più esperienze possibili di persone che conoscono bene quella razza.
Questo ovviamente non basta: ogni cane è un individuo e avrà quindi anche delle peculiarità proprie, legate alla sua storia, e anche al suo carattere che con qualche aiuto si può capire anche se si tratta di un cucciolo.
Infine, terzo elemento ma certamente fondamentale, occorre sapere che assume un aspetto di enorme rilevanza la relazione che il cane ha con il suo proprietario.
Senza avere questi tre elementi è impossibile fare una valutazione corretta e sensata di qualsiasi cane, di qualsiasi razza.
Se è vero che niente, o poco, si può fare sulle caratteristiche genetiche o sulle esperienze pregresse, altrettanto vero è che la relazione può fare, e farà, la differenza. Ecco perché occorre una grande consapevolezza, e una forte capacità di cognizione e controllo del proprio cane per poter costruire una relazione solida ed equilibrata che sarà alla base di una vita felice, sia per il cane che per tutti gli esseri umani con cui verrà in contatto, a partire dal suo proprietario.
Leggiamo ancora termini come “capobranco”, “dominante”, “soggetto alfa” e altre amenità di questo tipo che l’etologia e l’educazione cinofila “moderna” hanno relegato nell’armadio (dei vecchi scheletri) eppure appunto non è infrequente imbattersi in pareri, anche di esperti, che utilizzano questa terminologia. Ancora una volta il linguaggio è importante.
Il proprietario di un cane non deve essere il capobranco, ma deve essere una persona consapevole, che sia in grado di accompagnare il cane in un percorso in cui le sue caratteristiche possano trovare un’espressione adeguata. E questo non è possibile se non conoscendo in maniera approfondita proprio le motivazioni del cane stesso.
Ormai si sente parlare sempre più spesso di “test di valutazione”, benissimo, importante che non siano pensati solo per il cane, ma volti a sondare se il proprietario possiede le capacità per una conduzione corretta del cane stesso. Perché poi non si debba leggere che il cane è “un assassino”, tanto per intenderci.
Ma che cosa significa è un “cane impegnativo”? senz’altro si tratta di un cane che presenta delle caratteristiche motivazionali, sostanzialmente predatorie, che necessitano di essere bene incanalate per non sfociare in comportamenti scorretti e in aggressioni, che possono risultare anche letali per i più fragili, come bambini o anziani. Nessuno vorrebbe più leggere di bambini azzannati da cani, magari di casa appunto. Non è accettabile eppure accade e anche con una certa frequenza. Perché?
Prima cosa: sfatiamo il mito che un cane per forza e di default debba o possa essere “il migliore amico di un bambino”. Senza ombra di dubbio quello che un bambino può ricevere dalla relazione con un cane è scientificamente provato, soprattutto per i primi sei anni di vita, rappresentando una “base sicura” rafforza l’autostima, e costituisce un enorme stimolo per nuove avventure conoscitive che un essere umano non è in grado di offrire. Il discorso sarebbe lunghissimo – e non ci addentriamo qui – se ci mettessimo a parlare di tutti gli aspetti positivi che una relazione con un cane può apportare nel processo educativo ed evolutivo di un bambino. Preme però sottolineare che tutto questo non può accadere senza l’attenta supervisione dell’adulto e senza che appunto a monte ci sia un percorso condiviso e consapevole che renda quel cane “di famiglia” un soggetto competente ed equilibrato nel suo ruolo all’interno della famiglia stessa. Non può stare in piedi il concetto secondo il quale il bambino dovrebbe essere “gerarchicamente” superiore al cane, perché non è così che funzionano le relazioni sane. Ma fermiamoci qui, dato che io non sono certo né un’educatrice, né una veterinaria comportamentalista, né un’etologa, sono soltanto una persona che nel suo piccolo ha sempre cercato di divulgare informazioni corrette e questo continuerò a fare, nella speranza che possa diffondersi una vera cultura di “informazione”, solo questa parola può far rima infatti con “protezione”.