Sempre più connessi, sempre meno presenti
Parliamo spesso di dipendenza digitale, da cellulare, o dispositivi simili, nei bambini e nei ragazzi, accusando i nostri figli di stare sempre appiccicati a quei “maledetti aggeggi elettronici”, perdendo così insieme al senso della realtà la capacità di creare e mantenere relazioni e connessioni sociali sane.
“Ci sta” – per usare un’espressione tipica della loro generazione. Ma noi? Diciamocelo onestamente: da qualcuno avranno imparato, e non certo dai nonni, o dal cane di casa. Hanno imparato da noi adulti, che con tanta facilità alziamo il dito e lo puntiamo senza tener conto della trave che abbiamo nel nostro occhio. Anche se non è una trave quella che abbiamo davanti agli occhi: molto più spesso di quello che crediamo, o vogliamo far credere, si tratta dello schermo di un cellulare. Se è vero dunque che “Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, possiamo dire che oggi non vediamo più nemmeno il dito. Di certo non guardiamo la luna, perché siamo intenti a fotografarla per instagrammarla, postarla, mandarla in qualche chat, invece di abbassare lo smartphone, insieme al dito, alzare gli occhi al cielo e semplicemente ammirarne la bellezza e l’immenso mistero. In silenzio.
Parliamo continuamente di tecnologia, social media, videogiochi, algoritmi, notifiche, intelligenza artificiale, addossando a quest’ultima la colpa di tutti i mali presenti e soprattutto futuri del genere umano. Siamo sicuri che sia proprio così? E se le cose stessero diversamente e fossero più complesse? Certo la tentazione di trovare il responsabile di tutti i mali dell’uomo moderno è forte, ma un tantino semplicistica, la “narrazione” (parola che va tanto di moda) torna bene, calza a pennello, ma forse non basta. Forse è distorta, parziale, di comodo.
La vera sfida a cui siamo chiamati non è la tecnologia, che regola, facilita anche, le nostre vite ogni giorno sempre di più. E non è nemmeno l’intelligenza artificiale, alla quale ormai si chiede anche se si deve lasciare il fidanzato o di che colore comprare un paio di scarpe, convinti che ci fornisca, moderna Pizia, indiscussa Sibilla cumana, la verità e la migliore soluzione.
La vera sfida siamo noi.
Perché nessuna tecnologia potrà mai essere più potente della nostra capacità – o incapacità – di essere presenti, di “stare” nel tempo presente, qui e ora, di vivere il momento in ascolto, di se stessi, degli altri, della persona, o animale, che ci sta davanti e richiede, spesso non ascoltata, la nostra presenza.
Nessun algoritmo sarà mai più invasivo – e deleterio – di una persona che stacca questa connessione per innescarne un’altra, connettendosi attraverso un dispositivo ad altri mondi, rendendo di fatto inaccessibile l’unico che davvero abbiamo a disposizione e che dovrebbe avere valore: quello reale, quello che ci circonda, la persona che ci sta di fronte in quel momento e che ci chiede: ci sei? Sei connesso? Con me, si intenda, non con lo smartphone. E non importa che cosa si cerchi, si condivida, si scriva, quello che conta è che qualsiasi operazione, anche semplicemente quella di “scrollare” un social, la posta, le notizie, le foto, ci porta “fuori”, come un gancio che ci afferra catapultandoci irrimediabilmente altrove. Ed ecco che la connessione è persa, ma non quella con internet appunto, ci mancherebbe! ormai chiediamo la password del wi-fi perfino in un bar dove prendiamo al volo un caffè, si perde quella con le persone che abbiamo dintorno, e quella con noi stessi, e non ascoltiamo più.
Ecco che il cellulare diventa un anestetico, un modo per non pensare, per non stare, soprattutto se si è “scomodi”, ma non solo. Lo smartphone assume la funzione di un regolatore di emozioni a cui si ricorre, anche inconsapevolmente, in ogni momento di vuoto, per riempirlo, innescando un meccanismo che diventa presto automatico e per questo pericoloso. Finisce per essere un modo di vivere, quasi come se fosse un prolungamento della mano, e del cervello: un’estensione, cui si delega quella che dovrebbe invece essere una funzione interna, che via via andiamo perdendo. Così, quasi senza accorgercene, nasce la dipendenza: per gestire un’emozione, spesso la frustrazione, per riempire il silenzio, evitando magari una sensazione scomoda.
Lo smartphone sarebbe, di per sé, uno strumento straordinario, che ci permette di comunicare, lavorare, prendere informazioni, imparare cose nuove in modo veloce, completo; il problema nasce quando non lo utilizziamo più come uno strumento, ma come un regolatore emotivo appunto, perfetto per una società che non educa alla gestione delle emozioni, non soltanto i bambini e gli adolescenti, ma anche gli adulti, che dovrebbero invece dare il buon esempio, perché è ormai assodato che l’educazione passa attraverso l’osservazione, e la riproduzione dei comportamenti osservati e assimilati come “normali”. Diventa quindi “normale” controllare il cellulare decine di volte al giorno; prenderlo in mano automaticamente appena c’è un momento vuoto; sentirsi a disagio quando per qualche motivo non è disponibile (magari si è scaricato, o lo abbiamo dimenticato a casa); afferrarlo come prima cosa che si fa appena svegli e l’ultima prima di dormire, quasi che possa essere successo chissà mai cosa nel mentre e che risieda tutto lì dentro; controllare notifiche o rispondere a un messaggio in tempo reale mentre stiamo parlando con qualcuno di fatto interrompendo la comunicazione. Tutte cose che facciamo abitualmente, se ci pensiamo, quindi non è poi così difficile “scivolare” in questa direzione, dato che il cellulare è, e vogliamo che sia, sempre disponibile (lo teniamo sempre a portata di mano, spesso sul tavolo mentre siamo a cena, per esempio), sempre acceso (anche di notte…e se qualcuno ha bisogno?), ci fornisce in qualsiasi momento stimoli accessibili e immediati, distrazioni da quello che stiamo facendo, pensando, vivendo e, soprattutto, non richiede una presenza, simulando un contatto sociale che con il reale ha ben poco a che fare.
Sempre più connessi, sempre meno presenti. Un bel risultato…e non è che la colpa sia della tecnologia, è nostra.
Se la relazione con la tecnologia negli adulti è compulsiva, distratta e distrattiva, non ha molto senso pensare di chiedere ai nostri figli un comportamento diverso.
Per questo il tema della dipendenza tecnologica riguarda prima di tutto il mondo degli adulti e poi, certamente e con maggiori rischi e danni, quello dei bambini e degli adolescenti.
Siamo tutti terrorizzati e preoccupati da che cosa accadrà con l’intelligenza artificiale, chiedendoci a che punto arriveremo, e se stiamo perdendo il controllo. Dimenticandoci però che nessuna intelligenza artificiale potrà mai essere più pericolosa di una mente disconnessa da sé stessa.
Non è difficile, seguendo questo filo, rendersi conto allora che la tecnologia non crea il problema, è soltanto il modo più efficace che abbiamo generato per non stare più con ciò che sentiamo, con ciò che siamo e vogliamo essere rispetto ai noi stessi e in relazione al contesto sociale che ci circonda dal quale ci sottraiamo rifugiandoci dentro a uno schermo.
Ecco quindi che non siamo più capaci di guardare la luna senza che il cellulare faccia da tramite.
La dipendenza tecnologica non può essere vista come un problema che riguarda solo i più giovani, anzi. Riguarda tutti noi, perché è una questione umana, che andrebbe gestita e – quella sì – ripresa in mano con parecchia urgenza, posando lo smartphone e imparando a stare più disconnessi da internet ma connessi con noi stessi e con gli altri, perché la luna sorge e tramonta tutte le notti, mentre la nostra capacità di osservarla di questo passo davvero potrebbe eclissarsi definitivamente.
ps. l’immagine l’ho generata con l’intelligenza artificiale ma l’ho pensata con la creatività umana.