50 anni. In viaggio verso la mia Itaca

Io i cinquanta non li volevo festeggiare.

Lo so, lo so: è una tappa importante, i compleanni vanno festeggiati e tutte quelle cose lì. Eppure, all’inizio, ci avevo pensato: una bella festa «ibrida», con musica da ballare alternata al tango, una seratona con tanti invitati e tanto prosecco per brindare a questi benedetti cinquant’anni. Il mezzo del cammin di nostra vita.

Che poi, a pensarci bene, tanto mezzo non è. Prima di tutto perché arrivare a cent’anni non è affatto scontato e forse neanche da desiderare così tanto. Gli anni li conterei piuttosto in base a quanti ce ne restano per goderci la vita: muoverci, viaggiare, avere una vita sociale, leggere, scrivere, andare al cinema, a una mostra. Essere presenti a noi stessi e agli altri. Questa la chiamerei vita. Non quella che, eventualmente, si trascorre senza neanche rendersene conto: una prospettiva che spaventa e che nessuno vorrebbe per sé.

Ma non pensiamo alle cose tristi. Pensiamo a quelle belle: cinquanta.

È trascorso un decennio da quando ne ho compiuti quaranta, eppure mi sembra volato in un soffio, in un battito d’ali. Sono passati dieci anni: com’è possibile?

Mi soffermo a pensarci, voltandomi per un attimo indietro. Sono stati dieci anni intensi, pieni di salite, cadute, cambi di direzione, momenti di fatica, stanchezza, resa e ripresa, senza fermarsi mai. Forse per questo sono passati così velocemente, mi dico. Perché quando si viaggia il tempo corre via più in fretta che quando si resta fermi a contemplare il paesaggio che ci circonda.

Ecco, mi rendo conto che in questi dieci anni ferma non sono stata mai. Sono morta e risorta più volte, come la Fenice, che nella tradizione esoterica e astrologica rappresenta il livello evolutivo più alto dello Scorpione, il mio segno: la capacità di accettare la «morte» del proprio ego, bruciare le vecchie ferite e le ombre interiori e rinascere dalle proprie ceneri più forte, consapevole e illuminata.

Ora, però, a questa storia che il dolore fortifica, che le cadute ci rendono migliori e che le cicatrici sono medaglie d’oro io non ci credo molto.

Forse perché mi sono affacciata al nuovo decennio, quello dai quaranta ai cinquanta, proprio con una caduta che mi ha letteralmente spezzata in due, dando inizio a un periodo di grande difficoltà che ho affrontato con tanto dolore e fatica. Due vertebre spezzate, due grossi interventi neurochirurgici in meno di un anno, accompagnati da altre fratture e cicatrici suturate, per un totale di novanta punti. Insomma, quella storia lì del kintsugi, l’arte giapponese di esaltare le ferite riempiendole d’oro, mi convince fino a un certo punto.

Non fraintendetemi: tengo moltissimo a ciascuna delle mie numerose cicatrici, tant’è che non ho mai pensato di «rifarle», ovvero cancellarle. Dico sempre che mi ci è voluto parecchio per farmele e me le tengo, portandole anche con un certo senso, se non di orgoglio, di identità: sono mie, sono me. Ma non credo che questo faccia di me una persona speciale. Testimoniano soltanto che sono caduta e che mi sono rialzata, in qualche modo. E che non si è più la stessa persona.

La schiena, dopo i due interventi, non è più la stessa, anche se le sono infinitamente grata per aver trovato la forza di sostenere ancora il mio peso e permettermi di camminare, di ballare il tango! Cosa che non era affatto scontata.

A volte ci penso: e se da quella barella, da quel letto d’ospedale, non mi fossi più rimessa in piedi? Era una possibilità, e non è accaduto. Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, sono stata fortunata. Ma se le vertebre, con il tempo, si sono ricomposte e hanno continuato, in qualche modo, a svolgere la loro funzione, qualcosa dentro di me si era rotto senza possibilità di essere aggiustato. Ed era giunto il momento di prenderne atto.

Così è arrivata la separazione e, come tutte le separazioni, è stata un bel calvario. Per mia libera scelta ho deciso di cambiare anche casa, abbandonando quella in cui era nato mio figlio e avevamo trascorso dieci dei dodici anni di matrimonio. Che grande fatica impacchettarli e chiuderli in scatole di cartone, dividere cosa tenere e cosa buttare, cercare una nuova casa per me, Lapo e Cirano, ovviamente di dimensioni assai più modeste.

Non avevo molto tempo e alla fine ho dovuto scegliere tra tutte le soluzioni che ero riuscita a mettere in fila nel minor tempo possibile. Il conto alla rovescia per lasciare la casa precedente era scattato e non sarebbe durato a lungo. Tant’è che, quando è arrivato il momento, la nuova casa non era ancora pronta e così ci siamo dovuti sistemare per qualche mese a casa dei miei.

Ho fatto portare tutto quanto in un magazzino – il primo di due traslochi – tenendo con noi soltanto lo stretto indispensabile. In questi casi te ne rendi bene conto, di cosa sia lo stretto indispensabile, e in effetti è una riflessione che ha una sua utilità: si può vivere con molto meno di quello di cui ci circondiamo normalmente.

Tornare a casa dei miei è stato strano per me, che me ne ero andata non appena ne avevo avuto la possibilità, a venticinque anni, lavorando. Non è stato facile reinserirmi nel contesto familiare così all’improvviso, in una realtà tanto cambiata, con mamma, babbo, nonna e badante. Ma, come tutte le cose, quando ti ci trovi poi trovi anche il modo di starci dentro. Più o meno.

Nel frattempo, per facilitare le cose — come se seguire una vendita da un lato, un acquisto e una ristrutturazione dall’altro non bastasse — mi ha abbandonato anche la macchina, la mitica Jeep RAV4. Ho dovuto ricomprarne una nuova, in cui naturalmente potesse entrare un bracco di quaranta chili.

Mi sembrava di essere dentro un film che scorreva e del quale non mi sentivo né la protagonista né, tanto meno, la regista. Ero come una spettatrice: guardavo i fatti accadere, scorrere, e facevo come un automa tutto quello che era necessario fare, a testa bassa e senza concedermi il lusso del riposo.

Quando finalmente la nuova casa è stata pronta e ci siamo trasferiti, ho pensato che il peggio fosse passato e che potessi davvero iniziare una nuova vita, tirare un sospiro di sollievo, magari perfino rilassarmi un attimo, con qualche comodità e certezza in più.

E invece la prima grande certezza è stata il peggioramento delle condizioni di salute del mio babbo, già malato da un po’ di tempo, ma fino a poco prima in condizioni buone o almeno accettabili. In pochi mesi è precipitato e, a luglio 2019, è arrivato il momento di lasciarlo andare.

Il dolore provato quando mi sono spezzata in due la schiena non è stato niente in confronto al baratro che si è aperto davanti a me pensando di dover continuare a vivere senza babbo Sem.

Anche se, per fortuna, ho capito abbastanza presto che chi ci ama non ci lascia mai, a parte un iniziale momento di smarrimento ho sentito la presenza di mio padre ancora più salda nella mia vita. La vita ha continuato a procedere tra ostacoli, salite, sentieri acciottolati, burroni e burrasche, ma senza il suo sguardo severo e sempre lungimirante mi sentivo persa. L’ho ritrovato nei sogni, nelle lunghe conversazioni che abbiamo intavolato nei miei pensieri. Pur non essendoci più, ho sempre sentito i suoi insegnamenti e il suo sostegno, perfino i suoi rimproveri: mi diceva di non stare lì a lagnarmi, di darmi una spolverata alle ginocchia sbucciate e a rimettermi in sella.

E invece la sella, purtroppo, l’ho dovuta mettere in salotto. Con grande dolore e sofferenza ho dovuto decidere anche di separarmi da Velluto, il nostro cavallo, che non potevo più montare né pensare di mantenere da sola. Ci ho messo più di un anno a prendere questa decisione, della quale ancora oggi mi pento.

Sei mesi dopo Sem, l’ultimo saluto è toccato alla sua mamma, l’adorata nonna Rina, che ha chiuso gli occhi tenendomi la mano, con la serenità e la dignitosa eleganza che le sono sempre appartenute. Perché una signora la si vede anche, e forse soprattutto, nel momento dei saluti finali e dell’uscita di scena.

Un grande ramo del mio albero si era spezzato, con la linea paterna così dolorosamente troncata. Come sopravvivere così menomata? Eppure, dal moncone squarciato sono spuntati presto piccoli germogli, nuove foglie. La vita non era finita: bastava cercarla e saperla ascoltare, ha continuato il suo cammino verso la luce.

L’esempio di mia madre è stato di grande aiuto: una donna forte come l’acqua, che trova sempre la via, cambia forma, si adatta, scorre e non si ferma mai. Ho spesso desiderato di riuscire a essere come lei: forte come l’acqua.

Nel frattempo Lapo cresceva e, come tutti i bambini e i ragazzi, diventava sempre più impegnativo, anche se è stato molto bravo ad accettare tutti i cambiamenti che, a partire dai dieci anni, si è trovato ad affrontare insieme a me. Ciò non toglie che il percorso scolastico sia stato un vero e proprio percorso a ostacoli. Oggi che ha terminato la scuola e si è finalmente iscritto all’Università, mi sembra di essermi lasciata alle spalle una grande fatica.

E poi c’è sempre stato lui, con me: Scemocane, amico, compagno, sempre al mio fianco, ovunque. In qualsiasi posto chiudessimo gli occhi e l’ultimo sguardo fosse per lui, quella era casa. Non saprò mai esprimere fino in fondo la gratitudine per la sua presenza silenziosa e paziente. Non avrei mai immaginato, né scommesso, che un cane così agitato e dall’energia incontenibile come lui potesse rivelarsi dotato di una tale capacità di adattamento, di attesa, di continua ricerca di nuovi equilibri in posti sempre diversi.

Raccogliere i frutti di una relazione costruita sulla fiducia e sul legame mi ha commosso profondamente, facendomi provare un senso di gratitudine che mi riempie di gioia ogni volta che lo guardo, anche adesso che è entrato nella vecchiaia e finalmente si gode il suo divano e la pace di una vita comoda.

Anche alla scrittura devo molto. Mi ha tenuta in vita, a galla; mi ha insegnato a nuotare in un mare agitato e spesso cupo, senza approdi. Navigare nella tempesta destabilizza e stanca.

Dal 2016 al 2026 ho scritto e pubblicato tredici libri, tra i quali i tre romanzi dedicati alla trilogia della zoomafia, oltre ad articoli, interviste, poesie, racconti e memorie. Senza la scrittura non immagino neanche di poter respirare. Anche a questo dono sono grata, un altro lascito di babbo Sem, insieme all’amore per i cavalli e i cani.

Il mondo dei libri è da sempre il mio mondo. Per ventisei anni ho curato, riletto, riscritto e iconografato centinaia di libri, lavorando dal giorno dopo la laurea fino a quest’anno nella redazione di una casa editrice. Un mestiere bellissimo, fonte inesauribile di conoscenza e nuove scoperte. Quest’anno ho deciso di dare una svolta alla mia vita anche in campo professionale: alle soglie dei cinquant’anni ho cambiato lavoro, passando al mondo della comunicazione e del giornalismo, che negli ultimi vent’anni ha corso in parallelo con quello dell’editoria.

Un grande cambiamento, che ho affrontato con la serenità di una scelta consapevole, raccogliendo i frutti, umani e professionali, di tanti anni dedicati ai libri e a relazioni che sono state e restano preziose.

Parlare, infine, delle relazioni sentimentali di questi anni mi crea qualche difficoltà, e non è un caso se ho lasciato questo tema per ultimo. Forse perché fa ancora male, perché se non ho riempito d’oro le cicatrici lungo la schiena, ancora meno posso farlo con quelle dentro al cuore.

Le cicatrici non diventano «belle», non sono medaglie di cui vantarsi, ornamenti da esibire. Le cicatrici sono ferite mute, che un tempo sono state carne viva, a volte fino all’osso, inferte da una lama che ha tranciato tessuti, muscoli, legamenti.

Le cicatrici hanno sanguinato, sono state ricucite in qualche modo e, piano piano, si sono rimarginate, lasciando quella riga in cui la pelle è più chiara, piccoli solchi irregolari che corrono lungo il nostro corpo e che non torneranno mai come prima. Neanche se le riempi d’oro.

E allora io sono per lasciarle semplicemente così come sono: vere. Forse meno belle, meno preziose, ma sono e restano quello che sono: cicatrici.

Stanno lì a ricordarci che siamo carne vulnerabile, ma capace di guarire; che si può cadere e ci si può rialzare, che si può, come la Fenice, risorgere dalle proprie ceneri, sempre diversi, e nel cambiamento ritrovare se stessi. Diversi eppure la stessa persona. O forse no.

Mentre sto per soffiare sulle candeline che indicano il numero cinquanta, penso a tutto questo. Penso a tutte le persone che hanno reso questi anni un viaggio bellissimo, che valeva la pena di essere fatto.

Penso agli occhi delle persone che mi amano e che amo, che mi brillano intorno come lanterne. Penso a quegli opliti che hanno creato una protezione di scudi intorno a me quando sono caduta, per darmi il tempo e il modo di rialzarmi. Senza di loro non ce l’avrei mai fatta.

Penso anche alle persone che mi hanno ferito, che hanno fatto parte di questo viaggio e poi sono uscite dalla mia vita. E no, a loro non sono grata. Le lascio fuori dal mio cuore: sentinelle di pietra, che mi ricordano quello che può accadere e che bisogna saper accettare, ma poi lasciare andare. Nessuna di loro la porto via con me, nessuna deve appesantire il bagaglio che porto in questa nuova parte del viaggio, il decennio che ora prende inizio.

Vorrei cercare di viaggiare più leggera. E il rancore è un fardello troppo pesante: non lo voglio con me. Piuttosto ringrazio che, nonostante tutto, il mio cuore non si è fatto di pietra, e ha ancora voglia di amare e di essere amato, le cicatrici lo hanno ferito, ma non inaridito: ha ancora il coraggio di mettersi in gioco e credere che l’amore resta la forza più potente del mondo, capace di muovere le montagne, di connettere le persone stringendole nell’abbraccio, che è il posto più bello dove rifugiarsi quando cala il sole.

Come Ulisse ha vagato per dieci anni per tornare alla sua Itaca, sicuro che quello fosse il suo posto nel mondo, accanto all’amata Penelope, che lo aveva atteso con fiducia e speranza, dopo aver solcato mari in tempesta, perso compagni, conosciuto nuovi amici e nuovi amori, ecco, nell’attimo in cui soffio sulle candeline mi chiedo se anche a me sarà concesso, dopo questi dieci anni, il dono di trovare il mio posto nel mondo.

E di saperlo riconoscere. E proteggere.

È questo l’augurio che faccio a me stessa, grata per l’amore, la cura e il calore di cui mi sento circondata e che, spero, continueranno a farmi da guida in questa nuova tappa del mio viaggio.

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