Piccolo manuale di sopravvivenza a uno scemocane

…e di come si impara ad aspettarsi senza mai smettere di scodinzolare alla vita

Quando siamo andati a prendere Cirano, era il 12 ottobre 2013, tredici anni fa, dovevo aver capito fin dal primo momento che cosa mi sarebbe aspettato. Questo cucciolo tutto grinze e morbidezza, che a due mesi pesava già otto chili e mezzo, ha pianto ininterrottamente per tutto il viaggio, disperato per essere stato separato da mamma Miriam e dai suoi fratellini. Inconsolabile, pareva; finché non siamo arrivati a casa.

Mi aspettavo che avrebbe impiegato giorni e giorni per ambientarsi, scegliendo magari un angolino riparato e nascosto, come fece Nina, che per la prima settimana dormì rifugiata sotto a un tavolino basso da fumo uscendo da quel nascondiglio il meno possibile e senza fiatare, al punto che pensavamo fosse muta.

Mister disperazione invece, appena arrivato a casa, ha snobbato l’angolo riparato sotto alle scale che gli avevo preparato, per scegliere di piazzarsi in mezzo al salotto. Non gli è parso interessante nemmeno il trasportino con dentro una bella copertina e naturalmente, immancabile quando si porta via un cucciolo dal suo ambiente di nascita, un telo bene impregnato dell’odore della sua famiglia canina. La cosa più interessante per lui è stato trovare subito un nuovo fratellino con cui giocare e dividere tutto, anche se era senza la coda e senza le lunghe orecchie, pazienza: gli è parso da subito perfetto come compagno di giochi, lotte e sonnellini. Tant’è che il posto scelto per dormire è stato la poltroncina di mio figlio, il suo nuovo alter ego umano, su cui si è arrampicato con quel culotto tondo e grinzoso per schiacciare un sonoro pisolino dopo giochi forsennati dai quali Lapo è uscito con gli abiti tutti strappati, e per fortuna, anche lui un po’ stanco, ma non troppo. Quello che fu immediatamente chiaro fin dall’inizio è che condividevano la stessa energia, la stessa modalità di gioco sfrenato e la caratteristica di non stancarsi mai, o quasi.

Dopo un breve riposo infatti Cirano è stato subito pronto per riprendere esattamente da dove avevano lasciato, tra risate umane e vocalizzi braccheschi vari, intervallati ogni tanto da qualche AHI! o CAIIII!. Quando è arrivata la sera, di dormire giù da solo non ne ha voluto proprio sapere e neppure sul cuscino disposto apposta per lui appena fuori dalla camera. Era necessario mettere subito bene in chiaro una cosa: siete voi ora la mia famiglia, mi piacete un sacco, soprattutto quell’umano più piccino che mi somiglia parecchio e io di stare da solo non ci penso neanche. Ma proprio nemmeno dieci minuti, figuriamoci una notte o una giornata interi. Levatevelo dalla testa: io voglio stare con voi, sempre, voglio stare dove siete voi, e quelle cose lì tipo che un cucciolo ha bisogno di uno spazio sicuro e riparato dagli stimoli per poter riposare a me non interessano proprio. Anzi, più sto in mezzo al casino meglio è. Alla faccia di tutte le teorie che insegnano il contrario sull’inserimento di un cucciolo nel nuovo ambiente. Cirano è stato fin da subito un cane iperattivo e ipersociale, ma non me lo sono inventato io, eh! Lo ha proprio certificato una veterinaria comportamentista di fiducia alla quale a un certo punto l’ho portato in preda (quasi) alla disperazione. Era veramente impegnativo un arnese cresciuto presto quasi fino a 40 chili, tutto muscoli e poco cervello, dall’energia incontenibile e l’ululato facile, non appena lo lasciavi solo dieci minuti. Con fatica riuscivo a lasciarlo a casa (in realtà in giardino) le ore (per fortuna lavoravo part-time) in cui andavo in ufficio, ma uscire di casa somigliava a una lunga seduta di psicoterapia e psicomotricità, perché era necessario lasciargli qualcosa da fare, che lo tenesse impegnato e lo distraesse dal pensiero “oddio resto solo mi abbandonano come farò a sopravvivere” (e qui si torna al pianto disperato appena lo prendemmo) e che fosse anche fantasioso: lo scopo era distrarlo e tenerlo impegnato il più possibile. Si variava quindi dalla “scatola della distruzione” (che consiste nel nascondere un bocconcino dentro a una piccola scatola di cartone, da inserire dentro a un’altra e così via a matrioska in modo che per arrivare al fatidico bocconcino impiegasse parecchio tempo e parecchie energie, poi la cosa divertente ovviamente era raccogliere tutta la carta sparpagliata in giardino). Altra alternativa era nascondergli bocconcini in vari nascondigli e poi dargli il “cerca” prima di uscire, ma anche qui bisognava impegnarsi parecchio perché, per quanto già si fosse guadagnato l’appellativo di scemocane, dopo tre volte aveva già imparato tutto a memoria. Insomma, ogni giorno dovevo trovare il modo di distrarlo, e stancarlo, e un po’ funzionava. Ci si mise però il vicino di casa a complicare le cose, dicendo che il cane lo disturbava e non lo sopportava più, così cominciai a registralo in mia assenza, quando rientravo ascoltavo la registrazione per capire ogni quanto e per quanto ululasse disperato, la cosa naturalmente non era così tragica come il simpatico vicino – che peraltro non aveva altro da fare della sua giornata che rompere le scatole a me e al povero bracco – la dipingeva, ma per paura che gli potesse fare del male finii per portarmelo dietro ovunque, tranne che in ufficio dove non era possibile. Lo lasciavo a casa solo nelle ore indispensabili in cui non potevo fare diversamente. Passavo a casa a imbarcare il bracco e poi andavo a riprendere Lapo a scuola per poi portarlo alle varie attività, con Cirano al seguito; nel tempo dell’attesa tentavo, ovviamente inutilmente, di stancarlo con passeggiate nelle quali, con qualsiasi occasione atmosferica incluso il diluvio o la bora, si poteva notare un bracco che trainava a destra e a manca una poveretta del suo stesso peso, distribuito però su due e non quattro ruote motrici. Vi assicuro che non è la stessa cosa. Questo naturalmente non poteva bastare, perciò in ogni momento possibile lo portavo per campi argini e boschi in modo da poterlo lasciare libero. E qui rimando ai vari articoli che ho scritto nel corso degli anni perché riassumere in poche parole le peripezie di scemocane sarebbe impresa troppo complessa. Abbiamo perfino fatto agility-dog per un periodo, con ottimi risultati peraltro, se la finalità fosse stata quella di girare una sit-com e non di fare un percorso a ostacoli nel più breve tempo possibile. In altre parole, facevamo ridere tutti, parecchio, e non è mica poco mettere allegria alla gente di questi tempi. La conclusione però era sempre quella: più lo facevo scorrazzare e meno si stancava. Le mie educatrici dicevano: per forza, così lo alleni! Tant’è che anche rientrare in casa era un’operazione che richiedeva del tempo, perché era talmente felice e eccitato di tornare che prima di aprire la porta e lasciargli libero accesso dovevo attendere, con somma pazienza, che avesse raggiunto uno stato di calma quanto meno accettabile, altrimenti si fiondava dentro come un missile saltando su qualsiasi mobile trovasse sul suo tragitto. Una volta raggiunta la sua poltrona, o il divano, anche quello non era suo ma quasi, si trasformava in un gatto persiano, e finalmente si addormentava. Finché non ripartiva con i giochi sfrenati con Lapo che appena rientrava in casa doveva subito cambiarsi, mettendosi i vestiti “da cane” ovvero quelli già sbrindellati. Vi è presa l’ansia? Be’ ci credo, non posso negare che gestire un cane da caccia che non va a caccia iperattivo di 40 chili non sia stato affatto un gioco da ragazzi. E non sono stati pochi i momenti in cui mi sono scoraggiata, in cui mi sono detta “non ce la posso fare, mi arrendo”. Non è stato facile neanche gestire gli inciampi di salute, tipo torsione di stomaco e milza, con relativo intervento d’urgenza di notte (perché queste cose succedono sempre di notte) e successiva gastropessi. A un certo punto abbiamo anche deciso la castrazione, sperando dopo svariati pareri veterinari che potesse servire a raggiungere non dico uno stato di calma, ma quanto meno qualcosa che potesse lontanamente somigliarci. Non so se sia servito realmente in questo senso, di certo Cirano ha smesso (almeno) di importunare tutte le femmine che spesso non prendevano bene le sue insistenti avances (a dire il vero il povero scemocane si è preso anche un paio di morsi, non avendo ben compreso il senso del rifiuto che, almeno nel mondo canino, è categorico e da non sottovalutare perché la pazienza ha un limite, soprattutto quella di una femmina che non desidera essere importunata). Poi le carte si sono ribaltate e gli interventi sono toccati a me. E tra i vari pensieri avuti, visto che Cirano era un giovanissimo e irrefrenabile braccone, mi sono detta: e ora come si fa che non lo posso più portare per boschi valli e campi per un bel po’? Dei cavalli si dice che ti fanno sempre bugiardo, posso confermare che per i cani vale lo stesso. Più che di bugie si tratta di sorprese, in realtà, di qualcosa che non ti aspetti, ma per restare nell’ambito della saggezza popolare mi sovviene un altro detto: si raccoglie quel che si semina, prima o poi. E io ho raccolto i frutti meravigliosi di un amico fedele, dolcissimo, paziente, che ha passato accanto al mio letto noleggiato in ospedale con le sbarre e posto in salotto le notti infinite, insonni, scandite soltanto dal dolore. E lui era lì, al mio fianco, allungando la mano potevo toccare la sua testa o la sua zampa, mentre dormiva sul divano a fianco, e sospirava al mio tocco, come a dire: “Ci vuole pazienza amica mia”. La pazienza, e la fiducia, sono il frutto più bello nato dal tanto lavoro e dal tanto tempo trascorso insieme, il cemento che ha reso la nostra unione solida, unica, resistente a tutto, perfino al volo di un fagiano o al salto di un capriolo. Non avrei mai pensato che quel cucciolo incontenibile avrebbe vissuto con tanta dedizione e fiducia tutti i cambiamenti che gli ho imposto nel corso degli anni, inclusi quelli di due traslochi e due case, i cani non amano affatto cambiare abitudini. Mi ha seguito ovunque, il nostro filo è sempre stato uno sguardo, un tocco, un richiamo sussurrato appena e già era casa qualsiasi posto dove fossimo insieme. Anche e soprattutto nei momenti no, di sconforto, di tristezza, di paure, di pianti: allungavo la mano e lui era sempre lì. A volte talmente in simbiosi con il mio stato emotivo da doverlo allontanare per non sentire il suo dolore sommato al mio: era troppo. Allora che ti accorgi che tutti i sacrifici, il tempo impiegato, la pazienza, la fiducia, sono stati ripagati con moneta sonante e tripla. Perché quello che fai con un animale non va mai perso, può sembrarti così, ma arriverà il momento in cui tutto tornerà e comprenderai allora il senso profondo di quello che è stato fatto. Niente è invano, niente va perduto, neppure l’ultima delle carezze: i cani le mettono tutte in un posto speciale, un giardino, dove si coltivano, crescono e un giorno fioriscono. È una cosa straordinaria che strizza il cuore fino a farti lacrimare di gioia. Vederlo nel bosco che si ferma si volta e mi aspetta è forse il comportamento che più mi ha ripagato delle tante volte in cui sono rimasta lì ad aspettarlo in una delle sue fughe, a chiedermi se sarebbe tornato e dove era finito, facendomi pentire di aver sganciato quel maledetto guinzaglio. È sempre tornato, non si è mai allontanato abbastanza da perdere le mie tracce, con qualche rara eccezione giovanile, frutto solo di inesperienza e troppa energia da incanalare. E allora ti accorgi che il legame non passa attraverso un guinzaglio, ma si aggancia a qualcosa di molto più profondo, costruito nel tempo, consolidato giorno per giorno.

E poi arriva la vecchiaia. All’improvviso, e non sei preparata.

Non sei preparata a vedere che si stanca molto prima, che il passo si fa più incerto, che impiega fatica ad alzarsi, che gli occhi si fanno velati e l’udito meno fine, che nelle passeggiate i ruoli si sono invertiti: sei tu che aspetti lui, che si ferma ad annusare più a lungo, senza fretta, e procede al passo, con il gusto dell’andare lento. L’entusiasmo è lo stesso, ma il fisico comincia a rispondere diversamente finché un giorno ti accorgi che al Lago Nero non ci può venire più. Ed è un colpo al cuore. Ti sforzi di ricordare quando è stata l’ultima volta, e non è poi così lontana, come è possibile che sia cambiato così tanto? Quando è successo? Sembra impossibile. Eppure è così: scemocane è diventato un anziano signore che ama sonnecchiare nelle sue cucce o sul divano, che esce volentieri ma per piccole passeggiate, che non è più in grado di fare una salita, che a recuperare rientrando impiega sempre più tempo. Non è giusto, mi dico, non è possibile che siamo già arrivati alla vecchiaia, mi sembra una cosa difficile da accettare. Per lui no. E qui si torna ai frutti che si raccolgono: Cirano è un cane sereno, equilibrato, che vive la sua vecchiaia con pacatezza ed eleganza, godendosi le comodità della casa, il sole o il fresco del giardino, che ama stare in compagnia della sua famiglia umana e sempre meno disponibile verso i suoi simili, non gli interessano più, non vuole giocare o interagire, vuole solo starsene in pace a fare quello che ama di più. E scemocane sostanzialmente è una creatura che ama la vita, in tutte le sue forme, in tutte le sue fasi. E adesso, ironia della sorte, è lui che insegna a me il valore della calma, l’importanza di rallentare.

Mentre rientro a casa di corsa, magari di passaggio tra un impegno di lavoro e la palestra, trovo il suo sguardo, e non sempre colgo quello che vuole dirmi, anche se in fondo lo so: ma dove vai sempre di corsa, amica mia? Perché non ti fermi un po’ qui con me e mi fai una carezza, mi coccoli, mi baci? Ti siedi sul divano e io sto accanto a te, restiamo insieme a non fare nulla. Quando raccolgo il suo consiglio saggio, mi accorgo che ha ragione: non si corre da nessuna parte, e niente ha un senso se non abbiamo il tempo per una carezza a chi si ama.

Mi trovo a chiedermi quanto tempo abbiamo ancora a disposizione, per quanto potrò ancora trovarlo a casa al mio rientro, e sento una stretta al cuore. Perché so che è un tempo limitato, non so quanto esattamente, ma purtroppo i cani hanno quell’enorme difetto lì: vivono tanto meno di noi, portandoci a vivere lutti strazianti, per molte persone talmente traumatici da non voler avere più animali dopo questa esperienza terribile. E io so bene quello che mi aspetta, l’ho vissuto altre volte e posso solo dire che ogni volta è peggio: ogni cane a cui ho dovuto dire addio mi ha spezzato il cuore e levato il fiato, un dolore che senza vergogna chi lo ha provato lo chiama semplicemente “lutto grave”.

Ma non voglio chiudere questa lunga riflessione con tristezza, scemocane sempre mi impone il sorriso, mi ricorda che bisogna scodinzolare alla vita, e accoglierne ogni momento con gratitudine. È forse questo che ci insegna vivere con un cane: la capacità di apprezzare ogni momento come se non esistesse altro di più importante, come se non ci fosse né un prima né un dopo, e ci insegna anche che le relazioni solide si costruiscono sulla fiducia, senza fiducia non c’è guinzaglio che tenga, perché è soltanto lasciando libero qualcuno che si può capire davvero che posto abbiamo nel suo cuore. E io sono sicura di quale sia il mio posto nel cuore grande del mio adorato scemocane, e di quale sia il suo nel mio.

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