La cima

È già passata una settimana. Eppure sembra soltanto poche ore fa che sono passata da casa alle 7,30 e sono entrata in camera: tu dormivi e Diego pure, sul materasso a terra infondo al letto per non lasciare soli te e la mamma la notte. Mamma mi ha detto che la notte era stata tranquilla, io ero tornata a casa la sera tardi; e così ho deciso di andare qualche ora a lavoro, la breve distanza dall’ufficio permette di ritornare in pochi minuti.

Alle 10 mi chiama Diego, ogni volta che suona il cellulare lo stesso tuffo al cuore, erano già state altre le “chiamate”. “France vieni”. Ho pensato, sperato, facendo il breve tragitto, che fosse come le altre volte: un piccolo peggioramento, uno spavento, il momento di mettere una flebo. E invece no. Quando sono salita in camera, le scale a due a due con il cuore nelle tempie, avevi gli occhi chiusi, per sempre.

A lungo ho cercato sul tuo polso esile di percepire ancora il battito: tenendoti la mano negli ultimi giorni li contavo spesso quei battiti veloci e leggeri – come sbattere di ali – del tuo cuore affaticato, ma sano, forte. Che lottava ancora e ancora ci faceva sperare. A lungo siamo rimasti noi tre, increduli, a guardarti.

Non si dice nulla davanti alla morte, davanti alla morte ci si sente come quando soffia il vento e hai la sensazione che ti passi dentro. Una canna vuota, che se vuole quel vento se la porta via, oppure no: la lascia lì a sentirsi niente.

Poi qualcuno nelle nostre menti ha battuto forte le mani, ordinandoci di agire, le cose da fare erano tante, fin da subito. Sono arrivati l’infermiera Antonella e la nostra dottoressa Laura, due angeli, che hanno svolto il loro dovere con delicatezza e amore: penso che anche un medico, seppur crede nella scienza, in questi momenti, di fronte a un amico che ci lascia, provi un grande senso di smarrimento, forse anche maggiore del nostro. Perché vorrebbe fare qualcosa, ma non può: c’è un punto in cui anche la medicina si deve fermare, e arrendersi, una soglia oltre la quale nessun essere umano può andare, finché non giunge il suo momento, solo allora potrà capire. Arrendersi di fronte a un paziente che ha “deciso” di smetterla: con le cure, con le flebo, con il cibo, con i pasti sostitutivi liquidi, con l’acqua, con il dolore, con le inutili speranze. Con la vita.

Vivere è un diritto, ma lo è anche scegliere “come vivere”.

Abbiamo cercato in ogni modo di forzarti babbo, di convincerti a non mollare, a tentare ancora e ancora, ma ci devi perdonare, perché non eravamo arrivati, ancora, dove tu eri giunto da tempo.

Come quando si fa una passeggiata in montagna e qualcuno cammina più veloce degli altri, perché ha più fiato, o più esperienza o il passo più lungo, o conosce meglio la strada. Chi arriva sulla vetta per primo ha il tempo di tirare il fiato, asciugarsi il sudore e, mentre recupera il respiro, guardare gli altri che arrancano ancora sull’ultimo pezzo di salita. Li osserva, magari loro lo salutano o lo chiamano, ma tanto non lo capiranno mai cosa si prova da lassù, a contemplare tutto, a vedere il panorama nella sua interezza: finché non arriveranno alla cima. Soltanto allora potranno, anche loro, guardare in basso e vedere quanto era ripida la salita fatta per arrivare.

Ecco, adesso lo sappiamo anche noi, ma ci devi scusare, perché lo abbiamo capito dopo, quando forse era troppo tardi, ma tu sei arrivato per primo, mentre noi eravamo ancora ad arrancare su per quella salita sassosa, accecati dalla fatica, e concentrati a guardare soltanto il terreno accidentato sotto ai nostri scarponi, tu invece eri già in alto.

La strada che si è fatta la si può capire, apprezzare, giudicare perfino, soltanto quando si arriva alla cima. Da lassù tutto si apre, tutto è, finalmente, chiaro.

6 pensieri su “La cima

  1. Gianfranco ha detto:

    Francesca è una pagina di poesia che farà felice il tuo papa. Mi hai commosso ed ho rivisto il volto di Sem sorridere con il suo sigaro e con il suo caffè corretto.

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  2. Antonella ha detto:

    Francesca, tesoro mio, la morte è un luogo che noi vivi possiamo sbirciare sulla “soglia”. Un luogo interdetto a chi possiede muscoli , cuore e sangue…e cosi ho provato ad immaginarlo …e lo vedo come un luogo dove la nostra essenza sia finalmente libera e leggera, senza quell’involucro ingombrante e limitante che è il nostro corpo fisico. Sem , me lo.immagino li, finalmente libero dalla sofferenza. In pieno benessere e piena consapevolezza del significato del suo viaggio nella vita terrena. Lo immagino mentre ci guarda con amore , augurandoci di godere al meglio della vita che stiamo attraversando. Il dolore e la sofferenza li ha lasciati sulla soglia, quel luogo fra due dimensioni dove, tre anni fa, ho accompagnato mio fratello.

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    • francepetrucci ha detto:

      lo speriamo, Antonella, accompagnare un proprio caro su quella soglia, lo sai bene, lasciargli la mano….è dura. Aver avuto accanto persone come te, come Paolo, come gli amici più cari è stato, ed è, un grande sostegno. Ancora grazie di cuore

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  3. frida ha detto:

    La salita, la fatica, la cima e la Morte…”tutto è chiaro, ora”. Amata montagna, balsamica come la tua scrittura, che mi tocca e mi bagna gli occhi, e poi lenisce e mi rassicura. Sarà felice, sì, e orgoglioso.

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