Siamo tutti scrittori; o forse no

Aumentano gli scrittori, calano i lettori.

Questo il dato che rivela uno studio Nomisma, sulla base di dati ISTAT, cui si aggiunge il fatto – inquietante – che il 30 per cento dei libri pubblicati non vende una copia.

Di tutti i libri pubblicati nel 2022, meno di 35mila hanno raggiunto le 10 copie vendute.

E uno pensa dai scherzate, ma pare di no.

Anche le case editrici, dicono sempre loro, sono diminuite: nel 2012 erano 5.491, nel 2021 4.623; il che vuol dire (l’ho fatto con la calcolatrice ovvio) che 868 case editrici hanno chiuso i battenti, in particolare tra il 2012 e il 2015.

Eppure i libri pubblicati invece aumentano. Quanti sono? Io i numeri non li amo per niente, però a volte sono assolutamente necessari per renderci conto delle cose e allora eccoli qua:

il 2019 è stato un anno di boom con 86.475 opere pubblicate, nel 2021 poi la produzione libraria è cresciuta ulteriormente, registrando un incremento del +4,3.

Tanta roba.

In compenso, però, negli ultimi 11 anni il numero di lettori (italiani), secondo sempre la ricerca di cui sopra, è calato: passando dal 46,8% del 2010 al 40,8% del 2021. Che poi intendiamoci, un lettore su due nell’ultimo anno ha letto tra i due e i cinque libri,  soprattutto gialli (scelti dal 58% dei lettori) e thriller (52%).

Ecco che allora i numeri assumono un contorno preciso e ci danno un’informazione altrettanto precisa: sono più gli scrittori che i lettori.

E fin qui non ci sarebbe neanche niente di male, non è che si può impedire a una persona di pubblicare un libro. Oddio, in certi casi… occorre ammettere che non sarebbe proprio proprio una pessima idea. Insomma una specie di “patente” che ti rende idoneo a pubblicare – o meno – un libro la si potrebbe anche inventare.

Che poi si baserebbe anche su criteri minimi e minimali, che sarebbero utilissimi a fare una prima, importante e secondo me anche consistente, scrematura.

Non voglio ergermi a esperta in materia ci mancherebbe, però in 23 anni di lavoro come editor in una casa editrice credo di aver abbondantemente superato il migliaio di libri curati, editi, corretti e fatti uscire. E vi posso assicurare che ho visto, e letto, veramente di tutto. Qualcosina insomma mi sento autorizzata a poterla dire. Ma ripeto son punti semplici, una specie di sbarramento alla partenza, criteri basici (almeno grammaticali) di esclusione che potrebbero essere, per fare qualche esempio, di questo genere.

Non puoi pubblicare un libro SE:

• metti la virgola tra il soggetto e il verbo

• sbagli la consecutio temporum

• usi “dove” a casaccio

• fai più di tre ripetizioni nel giro di dieci righe

• (ab)usi i vari infatti, allora, eccetera, cioè come se piovesse

• non sai usare piuttosto che

• non sai coniugare il soggetto con il verbo

• non sai la differenza tra accento grave e acuto

• scrivi c’è ne (o c’è né)

• scrivi un nome maschile con l’apostrofo (un’altro)

Siamo già a dieci punticini e mi potrei fermare, perché potrebbe essere un numero sufficiente, ma non mi so trattenere, abbiate pazienza, e vorrei aggiungere, sempre restando sul piano grammaticale, qualche altro assunto di base che vieterebbe di poter essere considerato idoneo alla pubblicazione, insomma niente patente, a chi:

• non sa usare i pronomi (gli ho detto che mi stava simpatica)

• non sa usare i congiuntivi (vuoi che vengo?)

•non sa cosa vuol dire e quando si usa “codesto”

• non ha mai usato in vita tua un punto e virgola

• non sa usare gli accenti (so, stò, fù, qua, su e via e via).

E poi, consentitemi, un’attenzione particolare a quelli che si inventano le parole (creando i famosi neologismi) e per questo si sentono ganzissimi.

Come non dedicare poi un piccolo paragrafo a coloro che si sentono invece scrittori di libri per bambini nati; ecco, perché se c’è una cosa che è difficile fare è scrivere per i piccoli lettori, che sono piccoli appunto, ma tutt’altro che scemi. Anzi, spesso, sono i lettori più attenti e più esigenti, perché i bambini leggono molto, ci sarebbe da chiedersi perché a un certo punto smettano piuttosto, e cominciare a lavorare seriamente su quello, ma è un altro discorso, e bello lungo, da affrontare un’altra volta.

Dicevo che questa categoria di autori si sente tale in base a principi molto chiari e che, a loro modo di vedere, identifica la categoria “libro per bambini”. Infatti, sempre secondo loro ovvio, per scrivere un libro dedicato agli infanti (ovvio che ignorano le fasce di età, oggi talmente diversificate da diventare un’impresa quasi identificarle, ma figurati) è sufficiente:

• cominciare una storia con “C’era una volta”

• utilizzare a valanga diminutivi, vezzeggiativi e spregiativi (lettuccio, casina, gattaccio, giardinetto)

• ripetere le parole (stretto stretto, vicino vicino, fitto fitto)

• troncare le parole a caso (cammin facendo, pianin pianino)

• inserire a profusione un elfo, babbo natale, una fata, una strega, un falegname, un gattino.

• schioccarci un bel lieto fine e via.

E anche qui mi fermo perché mi sembra di aver elencato elementi sufficientemente significativi.

Siamo rimasti solo sul primo gradino, ovvero sul piano grammaticale, che poi, sempre per tenere la metafora della patente, corrisponderebbe molto banalmente a bocciare uno perché non sa dove infilare le chiavi della macchina per metterla in moto ecco.

Perché poi si dovrebbe aprire un capitolone, anzi più d’uno, sul tema del sapere gestire un intreccio narrativo in modo coerente ed equilibrato, formulare una corretta caratterizzazione dei personaggi, rispettare l’autoconclusività, fondamentale soprattutto per chi scrive racconti. Ecco, al genere racconto occorrerebbe dedicare una parentesi piuttosto articolata. Si tratta infatti di un genere molto “frainteso”. Purtroppo se molti non si sentono in grado di cimentarsi con il mostro “romanzo”, tutti si sentono invece capaci di scrivere un racconto. Non che sia per forza più facile scrivere un romanzo, anzi non voglio dire questo perché sarebbe un’assurdità, però di certo non è facile, o scontato, neppure scrivere un racconto. O meglio un buon racconto, o un testo che possa dirsi tale.

Insomma non è che se scrivi una cosa a caso, lunga almeno una paginetta o due, hai scritto un racconto. È una brutta notizia lo so, ma tant’è. E vallo a spiegare. Niente, si lascia perdere perché sarebbe fiato, o inchiostro, sprecato.

E allora si scrive lo stesso, e con la smania di pubblicare per forza, a tutti i costi e possibilmente in fretta. Torno sul concetto che ognuno è libero di fare quello che vuole, soprattutto se trova un editore disponibile ad assecondarlo, sennò si passa all’editoria a pagamento, oppure ancora all’autopubblicazione e problema risolto. Che poi anche qui non voglio passare per una per forza contraria al pagarsi una pubblicazione (a volte purtroppo non ci sono altre strade) o baipassare tutto il circo e autopubblicarsi. Assolutamente non è questo.

Una cosa però la voglio dire, forte e chiara: scrivete pure, se vi fa stare bene, e pubblicate anche ci mancherebbe, come e con chi vi pare; però LEGGETE, ché scrivere senza leggere non ha alcun senso. Non solo: ci si può mettere la mano sul fuoco, e qui vi chiedo di credermi sulla fiducia, che ci compie gli errori sopra elencati è una persona che non legge, perché chi legge certe cose non le fa, non le scrive, semplicemente perché non le pensa, non le visualizza proprio nella mente e quindi non passano sulle dita e sul foglio. Di questo sono sicura.

Scrivere senza leggere, per continuare e chiudere con la stessa metafora, è come guidare senza patente. Siete dei fuorilegge, o degli imbroglioni, come vi pare.

Con stima e affetto

la vostra Editorbestiale

La storia di Amore e Psiche, spiegata ammodino

C’era una volta una phya strepitosa di nome Psiche, lo so è un nome un po’ di merda però tutto non si pole ave dalla vita, anche perché – come se non bastasse esse phya – era anco ricca e nobile, figlia di re, e ultima di tre sorelle (che erano decisamente più bruttine).

Venere, intendo la dea, che era la più phya di tutte si sa, figuriamoci cosa ci poteva ave da esse invidiosa delle donne mortali, ma essendo comunque una femmina era piena di fisime, aveva paura gni rubasse r primato di bellezza, e così si fissa con questa fanciulla e decise di falla leva di torno ar su figliolo, altro phyo tremendo, ma non proprio sveglissimo (e anche qui vale r principio che tutto non si pole ave). E così lo chiama e gni dice: “Senti nini, piglia un popo’ le tu freccine e falla innamora d’un mostro, vedrai abbassa le penne” (che poi da dì ar su bimbo che c’aveva l’ali è anche una ‘osa bruttina, ma vabbe’ anche Venere c’aveva delle gran doti, ma quando Giove distribuiva la senZibilità era a fa la fila per le tette).

Amore, ovvero Eros o Cupido, anche qui su nomi sorvoliamo che è meglio, parte ubbidiente alla su mamma, che per l’amore del cielo sennò poi chi la regge, ma quando la vede bella esagerata a quer modo si ‘onfonde e cosa fa, quel bischero? Con la freccia magica s’infilza un piede e addio: piglia una botta soda per la fanciulla, altroché dalla a’ un mostro: la vole ma ner su letto, quel popo di manzo vispo!

Ner mentre i genitori della ragazza s’erano preoccupati di consulta l’oracolo che era un po’ come r divino Otelma all’epoca, che gni consiglia senza dubbio d’abbandonalla da sola in cima a un dirupo, perché come genero gni toccherà “un feroce, terribile, malvagio drago alato” (per usa le parole precise di Apuleio, che era algerino giunto a Roma cor barcone, ma il latino lo sapeva alla perfezione e fece anche una certa carriera, ora non vi sto a spiega perché e percome sennò ci si fa notte, ad ogni modo i romani erano così e un gli importava granché se eri affriano, anzi).

InZomma la ca’ano lì, poveraccia, sperando così di elimina r problema del genero mostro, popo di furboni, ma Amore ormai era in fissa forte e con l’aiuto del libeccio (Zefiro per l’acculturati) la stiocca dritta dritta ner su letto. E lì un c’è Santi, è r su campionato: zobano tutta la notte roba da un sape come fa a raccontallo.

Infatti, gni dice ner buio lui a lei dopo sedici amplessi: “Tesoro, non lo devi dì a anima viva, mi raccomando“. Gni garantisce che vivrà nel lusso e nella bambagia, tutte le notti rumba che Rocco Siffredi levete proprio, ma dovrà sta zitta muta e, cosa più importante di tutte, mai accendere la luce! Nein! Verboten! Ar buio e uci. Guai a chiede di vede in ghigna ir su amante, ti garba tromba bimba? E allora zitta e ubbidisci. Non è che con quelle cose sulla parità di genere a quel tempo andassero forti forti, ma del resto si sa, la donna è così da millenni: curiosa e disobbediente (pensate a Eva, che un ha dato retta a Dio, per dire, a noi fa cosa ci dicono l’omini c’è sempre garbato poino).

Ad ogni modo, lei dice sissivabbene, un ti preoccupa Amore (di nome e di fatto) zitti zitti e ar buio pesto. Poi però una notte gni sussura: “Tesoro Amore, mi garba tanto sta con te, ma mi sento un po’ sola a giornate sane vi dentro, vorrei tanto rivede le mi sorelle…e gni mette il labbrino, e ciuci ciuci bao bao; insomma alla fine lo convince, non vi sto a spiega come, tanto s’è capito. E allora fa veni quelle du serpi delle su sorelle che invidiose marce, a vede tutto quer bendiddio e a senti che tromba come i panda prima der WWF, gni dicono: “Mah se’ondo noi r tu omo è un mostro orribile“… “Diamine, sfregiato ner volto”… “Sissì, un serial killer, vedrai una di queste notti ti fa fori e ti butta da qualche parte”, che poi era una cosa che allora usava, e che purtroppo non si può certo dì che un succeda più.

Allora Pische va tutta ner pallone e, convinta da quelle du arpie, una notte, dopo avello stancato bene bene, prende un ber pugnale e una candela per vede il su sposo in ghigna e poi accortellallo ner sonno.

E invece, toh, resta senza fiato dalla bellezza di quel popo di gnocco addormentato con l’ali e tutto r resto, che una roba così un l’aveva mai vista in vita sua, ar punto che gni trema anco la candela, si incrina e gni casca una goccia d’olio sulla spalla di lui. Che si sveglia tirando un moccolo, ovvero offendendo quarche su parente stretto, e poi va su tutte le furie perché lei gl’ha disubbidito.

La povera Psiche piange e strepita, urla e si trappa i capelli che pare uscita dar maniomio di Vorterra, gni s’attacca ai ginocchi, ma lui nulla: sdegnato vola via e la ca’a lì da sola: “D’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa” (sempre per dilla con Apuleio, per farvi capì che un invento nulla).

Lei allora si dispera a tar punto che tenta di levassi dar mondo in vari modi con le su stesse mani, perché senza di lui la su vita un ha più senZo, ma gli dei tutte le vorte la ripigliano per i capelli, perché poverina fa pena a tutti, disperata a quella maniera, ma nessuno se la sente di intervenì perché: primo tra di loro c’hanno delle regole, e poi anda a pesta i piedi proprio a Cupido non è cosa per nessuno. Comunque c’è da dì che le donne con le pene d’amore son sempre state veramente un disastro.

Per seguita: tra un tentativo di suicidio e un pianto, alla fine la poveretta decide di partì, per fa cosa direte voi? O allora, gni prese così. E gira gira, si raccomanda a tutti gli dei in tutti i templi che trova, finché un entra in quello di Venere, che poi sarebbe la su socera che, perfida come tutte le socere ci mancherebbe, alla fine decide di dagni una mano, ma prima di fagliela paga bene bene, povera crista.

Comincia cor digni di fa dei mucchietti tutti uguali con delle granaglie, ma seeee bonaaaa! quella piange e piange un è bona nemmeno a pricipia, ma l’aiutano le formi’e e issati. Prima prova fatta. Poi deve tosa le pe’ore in un pascolo celeste, ma anche qui se un l’aiutava una canna (non da fuma eh, anche se a un certo punto il sospetto devo dì viene) un ci cavava nulla, ma alla fine la spunta anche cor gregge divino. Popo di fortunata, se si vole dì fortuna, perché quando sei phya a quer modo una mano lo trovi chi te la da, vai. Poi, terza prova, deve raccoglie l’acqua in cima a una rupe con le pareti tutte lisce e qui l’aiuta l’aquila di Giove, perché s’era rotto i coglioni anche lui delle idee der cavolo della su moglie (e poi ovvio gni garbava di morto anche a lui la su norina, hai visto mai poi ci scappasse varcosa). Ma Venere, stinfia come po’e non contenta di tutto, alla fine dove la manda? All’Inferno, ma no per modo di dire eh. Per davvero.

“Vai da Proserpina – gni dice – e rubale un po’ della su bellezza e portamela”.

Con questa cosa della bellezza c’era un tantino fissata va riconosciuto, Venere, menomale un c’erano i chirurgi plastici allora sennò a diventà come Moira Orfei gni ci voleva un attimo.

Insomma, all’Inferno Psiche un ci vole anda, lagna a destra e a manca e allora cosa fa? Borda si vole butta giù da una torre! Ma niente oh, di mori un se ne parla: la torre stessa l’aiuta nella missione, la bimba va all’Inferno e torna che pare pagata, con una bella ampollina con dentro la bellezza di Proserpina (ah se non sapete chi è Proserpina arrangiatevi da soli perché un è che vi posso spiega tutto io, popo di gnoranti).

E insomma, lei bellina bellina che torna dall’Inferno con la su ampollina nelle manine…indovinate un po ‘cosa combina? Bravi! L’apre! L’avreste fatto anco voi lo so, le donne di siuro e infatti…

E lì la nostra curiosona piomba in un sonno profondo che Biancaneve e La bella addormentata nel bosco a confronto facevano una penichella postprandiale.

A questi punti Eros, o Cupido, non ne pole più. Tutto il creato che gli rompe le palle a digni ma ti rendi conto che popo di merda sei? Quella disgraziata è lì che tu madre la tormenta e pur di riavetti è andata anco all’Inferno, che è una cosa che si sente solo nelle canzoni di Cocciante e te? Stai qui a lisciatti le piume come la Berte.

“Sì ma de – fa lui ar su amio Mercurio – è possibile che un regge neanche il semolino lei lì? Bella è bella, a letto uno stianto, ma è curiosa come una scimmia e poi se gni dici di un fa una ‘osa vai tranquillo che tempo due la fa”.

“O cosa voi – gni risponde lui che è un dio multiforme in tutti i senZi – è una femmina si sa, a te ti garbano parecchio lo dovevi mette ner conto!”.

E in effetti sfinito dalle polemi’e, Amore-Eros-Cupido si convince e intenerito, e più che arto parecchio arrapato rimembrando le nottate a fa il kamasutra che l’indiani se l’avessero visti c’avrebbero scritto artri du libri illustrati, la raggiunge: con un bacio appassionato la sveglia e, mentre lei apre l’occhi cor battito di ciglia che ci mòvi le pale eoliche di Cascina, lui gni fa: “Oh, però chetati”.

Oggiù, alla fine son felici e contenti, parrebbe, ma lei nZomma: si vole sposa.

“Così non mi sento completa – gni fa mentre si scioglie i sandali tacco 12 alato – mi par d’esse una concubina, e poi tu madre…”

Eros-Amore-Cupido ar matrimonio è un po’ allergico, infatti di sposassi un aveva mai voluto sapenne e poi chi la convince quella testa dura di su’ madre, per l’appunto, che un gne n’è mai andata bene una? Allora la pensa giusta: parla cor su babbo, Giove, che oltretutto per quella grandissima gnocca della su nora un debole ce l’ha, e appena gni riesce gni dà anche una bella parpata alle chiappe di marmo (per quello, si narra, poi r Canova ci fece la famosa statua proprio con quer materiale coriaceo che ben si addiceva alle natiche e alle tette della nostra Psiche, e poi anche a quarcos’altro ma lasciamo sta).

NZomma, si diceva, che tocca ar povero Giove affronta quella iena della su dorce metà per convincerla alle nozze der su figliolo con quella scialucca che aveva spedito fino all’Inferno. E con questo argomento, e pare anche con un ber brillocco, un vestito Gucci nòvo, un fine settimana alle terme di Abano e la promessa di lasciare armeno tre delle sue sedici amanti, alla fine la convince. E matrimonio sia!

Fanno una bella festa di nozze cor catering e tutto, Bacco che mesce r vino e ovvio tempo due tutti briai mezzi, le tre Grazie che sònano la lira (l’euro viene parecchio tempo dopo), e Vurcano che cucina colla fiamma ossidrica i frittini che l’amorini servono ne’ cartoccini.

Lei bella da morì felice che pare una pasqua, lui phyo abbestia, impeccabile, a parte la modifica der vestito di Dorce e Gabbana per via de’ buchi sulla stiena per l’ali: e vissero insieme per sempre felici e contenti.

Ah, poi ebbero anche una bella bimbina: la chiamarono Voluttà, che, tra le varie cose, ricorda Psiche con un amorevole sorriso al desiato sposo subito dopo il parto, fa rima cor budello di tu mà.

Anche i branzini hanno un cuore. La vita difficile dei vegetariani al ristorante

  • Salve avete anche piatti per vegetariani?
  • Certo!
  • Ottimo allora confermo la prenotazione a più tardi.

Arrivo al ristorante, mi siedo, menù. Tutto pesce. Arriva il cameriere, gli chiedo se c’è qualcosa anche per vegetariani (non gli dico avevo chiamato prima apposta, giusto per non essere eletta subito la rompiscatole della serata).

Lui non fa una piega e annuisce, sciorinando antipasti di carpacci di spada, la classica insalata di polpo, alici marinate, e poi i primi gnocchetti alla polpa di granchio, linguine allo scoglio, conchiglioni zucchine e salmone, poi abbiamo pescato fresco al forno con le patate: orate, branzini, o una bella fetta di tonno alla grigl….

  • Scusi ma questi non sono piatti vegetariani. – oh io c’ho provato, ho anche ascoltato in silenzio e fissando il menù a sorbirmi la tiritera senza scompormi, ma a tutto c’è un limite.
  • Come no, non è mica carne.
  • Eh.
  • Lei ha detto che è vegetariana no?
  • Appunto.
  • I vegetariani il pesce lo mangiano.

I vegetariani il pesce lo mangiano. Ah sì?! Ma senti senti.

Dalla Treccani, sennò sembra un problema mio:

VEGETARIANISMO. Ogni concezione dietetica, o regime alimentare, che prescrive o raccomanda un’abituale, assoluta astensione dagli alimenti di origine animale (in primo luogo prodotti carnei o ittici) in base a presupposti o dettami di natura etica, religiosa, igienica ecc” https://www.treccani.it/enciclopedia/vegetarianismo/#:~:text=(o%20vegetarismo)%20Ogni%20concezione%20dietetica,Le%20radici%20teoriche%20del%20v.

Carnei o ittici. Ora son paroloni, si sa è la Treccani mica Il Lercio, in parole più semplici vuole dire che il vegetariano non mangia “neanche” il pesce. Perché anche un branzino, o figuriamoci un polpo, un pesce spada, un tonno, hanno un cuore; una vita, una famiglia, patiscono povere creature e, soprattutto, hanno gli occhi.

Io tutto quello che ha gli occhi non lo mangio. Lo diceva sempre mio padre, infatti l’unica eccezione che faccio quando sono a cena fuori (e soprattutto quando mi trovo in posti come questi per evitare di avviare una guerra punica con tanto di elefanti e arcieri o inscenare digiuni simbolici) è per le vongole.

Lo so direte voi – e ho visto dei video che lo testimoniano – anche le vongole sono nobili creaturine con una vita tutta loro, un tantino sedentaria forse, ma pur sempre dignitosissima e più che altro meritano tutto il rispetto perché, contrariamente alla maggior parte degli esseri umani, non rompono le palle a nessuno. E non è mica poco. Campare senza frantumare le palle (le vongole ce l’hanno? No, mi sa di no) al prossimo. Magari fossero tutti come le vongole.

E invece no. E invece ti devono fare le battutine, i sorrisini, le alzatine di spalle.

Al lei è vegetariana? Non si preoccupi qui accettiamo tutti. Vegetariana? Uh, mi dispiace. Uno addirittura (in un bel ristorante milanese dove non ho mai più rimesso piede) mi disse a fine cena – fu difficilissimo trovare qualcosa che non avesse contaminazione con bestie morte – “Lei torni pure quando è guarita”. GUARITA. Manco fosse una malattia.

Ecco, ma io a voi vi dico qualcosa? Vi dico forse ma come mai avete solo cadaveri nel vostro menù? Avete controllato che non siano già putrefatti? E i grassi nel sangue tutto a posto? Oppure potrei dire anche cosette un po’ più serie riguardanti la salute del pianeta, devastato per far posto alla coltivazione della soia (eh non vi scappi di bocca! Non la soia che si mangia noi, ma quella che serve a produrre l’alimentazione per gli animali da carne). No. Io mi mangio la mia pasta al pomodoro, la mia insalatina o quel poco che solitamente i ristoranti riescono a racimolare e festa finita. Però delle domande comincio a farmele.

Possibile che nel 2023 davvero un ristorante possa non avere delle valide alternative vegetariane?

Possibile che nel 2023 ci sia gente che non ha ancora capito cosa mangia un vegetariano?

Possibile che nel 2023 vi riteniate ancora simpatici con tutte queste battute del totano?

Sì, possibile, accade spessissimo tutto questo e anche di più.

Perché non ne ho trovati uno solo di ristoranti così, ma diversi; e ogni volta, anche se sorrido alle battute con garbo, mi adatto a mangiare quasi nulla (e spendere lo stesso tanto, peraltro, per piatti racimolati o improvvisati) resto perplessa.

Sono vegetariana, non marziana, ma per molte persone è quasi la stessa cosa.

Ci sono poi quelli curiosi, che ti domandano da quando hai deciso di fare questa scelta, cosa fai per sopperire a tutte le carenze, se prendi dei farmaci o degli integratori e, soprattutto, cosa mangi, se non mangi carne e pesce. Per qualcuno è davvero incomprensibile che si possa campare senza mangiare bistecche o pescioni al forno. Insomma, qualcosa che non va ce lo devi avere per forza.

Per me le risposte a tutte queste domande sono parecchio facili:

  • vegetariana ci sono praticamente nata
  • non prendo nulla che integri carenze che per fortuna non ho
  • Mangio tutto il resto, basta che non sia un animale morto.

Semplicemente io non riesco a capire come si possa mangiare un animale morto. Vi par tanto strano? E soprattutto come si possa ammazzare una creatura meravigliosa come una mucca, un coniglio, un maiale, un’anatra, un uccellino, e anche un branzino, per mangiarlo. E soprattutto, e ancora di più, come si possa costringere questi essere viventi a vivere in maniera assurda, crudele, indecorosa e indegna per poterli poi mangiare come accade negli allevamenti intensivi, che per me rappresentano il male assoluto, l’inferno in terra imposto a creature che non hanno fatto niente per meritarlo. Riempiendoli peraltro di farmaci e di altre schifezze varie per farli crescere e ingrassare prima, per poi a nostra volta ingrassare e assumere queste stesse sostanze, per poi pagare saporitamente dietologi e nutrizionisti che ci dicono che si deve mangiare meno (meglio se eliminare) la carne, specialmente quella rossa, privilegiando frutta, verdura, legumi e uova. E magari prendendo farmaci proprio per curare le tante patologie procurate proprio da un’alimentazione scorretta. Ah sì? Ma senti. E poi quella strana sarei io.

E allora cari amici ristoratori e camerieri e non solo, sarebbe davvero pretendere troppo non doversi mettere a fare tutti questi ragionamenti ogni volta, guastandosi buona parte delle cene, in alternativa ovvio che si preferisce annuire e pazientare, ma anche questo non mi pare affatto giusto, semplicemente arrendendosi al fatto che esistono, e non sono neanche poi tanto poche, persone che per affaracci loro – alle quali tra l’altro dovreste pure essere grati piuttosto che prenderli in giro – sono VEGETARIANE?

Non mangiano cioè né carne, né pesce. Tutto qui. Difficile? Voglio pensare di no. Voglio pensare che un giorno ce la faremo, ce la farete, e sarà parecchio più facile. Non solo per chi è vegetariano.

O è NO, o è BOH, a volte DOPO: come risponde un adolescente a qualsiasi domanda l’adulto gli ponga

Qualsiasi domanda si ponga a un adolescente la risposta non desterà alcuna sorpresa: o è NO o è BOH, a volte se si è molto fortunati può essere un enigmatico DOPO. La sfumatura tra le prime due risposte non è trascurabile, e senz’altro merita un’approfondita analisi che porterà non certo a un’esegesi univoca ma, quanto meno, alla definizione di una rosa di possibilità che possa, se non dare certezze, almeno un conforto, nel mondo inaccessibile dell’adolescente moderno.

Già, l’adolescente moderno: una strana creatura che vive tra il divano e il letto che raggiunge sbattendo alle pareti perché percorre la distanza, breve o lunga che sia, con il cellulare sotto il naso. Sul divano solitamente si svolge l’attività numero uno, ovvero giocare alla play station, e al limite guardare orride serie tv su Netflix, mentre stravaccati sul letto, in strane posizioni che garantiscono una futura discopatia, si sta al cellulare (che solitamente si consulta anche mentre si guarda la TV), e si svolgono i compiti, attività peraltro secondaria e assai limitata nel tempo alla quale dedicare non più di dieci minuti al giorno (non saranno da imputarsi alla scuola, almeno, i problemi ortopedici dell’avvenire forse non poi così tanto lontano).

Mentre l’adolescente, ovvero un soggetto che abbia dai 12 ai 24 o anche 26 anni, perché l’adolescenza a questo punto è un periodo lunghissimo e dai confini incerti e ampiamente allargabili, è immerso in una di queste importanti attività che gli occupano l’intera giornata e, spesso, anche parte della notte, può capitare che l’adulto di riferimento debba porgli un quesito. Anche semplice eh, tipo:

– Cosa vuoi per pranzo?

– Hai fatto i compiti?

– Come sei organizzato oggi?

Sono domande apparentemente banali, lo si capisce, nell’arco della giornata può capitare che ci si trovi nella condizione di dover formulare quesiti di questo tipo, ai quali, ci si potrebbe scommettere tutto quel che si ha in banca, il soggetto adolescente risponderà con un sonoro, prolungato e ben evidenziato BOH.

Può capitare anche, ma qui si entra in un campo ancora più difficile, che l’adulto abbia l’ardire di fare affermazioni che comporterebbero un’azione conseguente che non è affatto detto che l’adolescente emetta, tipo:

– È pronto, vieni a tavola.

– Apparecchia per favore

– Metti in ordine la tua stanza entro stasera.

Ecco simili, inutili, affermazioni, non solo non ricevono risposta positiva (sarebbe meraviglioso sentirsi dire “arrivo”, “lo faccio subito” o anche un semplice, stringato ma consolatorio “Ok”), invece solitamente – direi per approssimazione in positivo 99 volte su 100 – cadono nel vuoto, e lì ti chiedi se il soggetto sia: a) diventato sordo; b) rincorbellito del tutto dall’aggeggio elettronico a cui è attaccato h24 tipo polmone d’acciaio; c) ti ignori volutamente. Tre ipotesi parimenti preoccupanti, c’è da dire; forse più di tutti l’ultima.

In alternativa, l’unica risposta che si può pensare di ricevere a queste sollecitazioni non è affatto divertente, anche se rappresenta una forma di interlocuzione e, per assurdo, addirittura di ascolto; l’unica risposta che si può pensare di ottenere, dicevo è: DOPO.

“Dopo” è meravigliosa perché di fatto mette l’anima in pace al simpatico fanciullo, che non gira nemmeno la testa o alza gli occhi per pronunciarla, mantenendoli fissi sullo schermo della tv o del cellulare: e qui ti frega. Perché “DOPO” non è un “NO”, ma di fatto è come se lo fosse. Solo più evasivo, più garbato ecco. Perché se ti chiedo di fare una cosa, solitamente, e implicitamente, dovrebbe significare che va fatta ORA, e non DOPO (che può voler dire anche tra un’ora, o un giorno, o una settimana, DOPO non ha un’indicazione temporale definita). Se ti dico che il pranzo è in tavola, per esempio, vuol dire che si mangia ORA, non DOPO. Se ti chiedo di apparecchiare, o sparecchiare, non si tratta di attività fattibile, chennesò tra due ore quando avrai finito la tua imperdibile partita al videogioco di turno, al pari di scaricare dall’auto e mettere a posto la spesa, perché potrebbero con buona probabilità esserci alimenti, che peraltro l’adolescente medio consuma in quantitativi ingiustificabili e inspiegabili per un esserino umano, che nel mentre, se non messi prontamente in frigo o congelatore, sarebbero da buttare via. Per dire. “Dopo” non è una bella risposta, in conclusione, anche se potrebbe essere considerata migliore di BOH o NO. Torniamo un attimo su queste due.

Riprendiamo il BOH. Sostanzialmente non vuol dire “non lo so”, come la consuetudine vorrebbe, questa risposta ha un significato molto preciso, anche se poco conformante. Vuol dire infatti “non ho alcuna voglia di risponderti, di pensarci, di sforzarmi di ragionare su questa cosa”. Implica, la domanda a cui esso risponde BOH, uno “sforzo di intelletto”. Insormontabile, si intende. Ecco che il giovane sapiens (sorvolo sul dubbio che l’evoluzione abbia davvero svolto un ruolo, in questi casi) usa il BOH per una serie molto vasta, e articolata, di quesiti, tipo: Come è andata a scuola? Come ti vuoi organizzare stasera? Mi spieghi perché hai preso 5 a storia? Preferisci invitare tizio o caio? Ma perché rispondi così? E via e via, i casi in cui dare come risposta un bel BOH sono parecchi. Denominatore comune, se ci fate caso: attivare i neuroni per mettere insieme discorsi con un senso, uguale troppa fatica.

All’adolescente non piace fare fatica, diciamolo pure, può giocare per otto ore di fila alla play, scrivere su WA centosettanta messaggi, ma darti una risposta sensata quello proprio no, è uno sforzo che non può affrontare. E allora sfodera il magico BOH e ciao. Cosa ribatti a un BOH? Nulla.

Anche a un NO ribatti male. Però almeno ti indigni, non che serva a qualcosa si intende. Se dunque il minimo comune denominatore rispetto alla risposta BOH è da individuarsi nella mancanza di voglia di compiere un qualsiasi sforzo di intelletto, il NO corrisponde invece al totale rifiuto di una qualsiasi azione fisica che implichi l’allontanamento dagli habitat prediletti dell’animale adolescente. Ecco qualche esempio banale:

– Andiamo al mare?

– Mi accompagni a fare la spesa?

– Andiamo a salutare la nonna?

– Ci fermiamo in centro?

NO. NO. NO e NO. Facile. Rispondere. Tutto NO, perché si tratta di azioni alle quali è impossibile non preferire una delle suddette irrinunciabili attività: divano, letto; letto, divano.

Vi pare un panorama sconfortante? Lo capisco, significa che o non avete figli, o li avete ma non sono ancora adolescenti (e allora poi lo capirete), o avete messo al mondo un raro esemplare di adolescente sapiens e allora beati voi.

Tutti gli altri genitori, purtroppo, staranno leggendo facendo di Sì con la testa e sorridendo un po’ perché in fondo un mal comune, in qualche modo, di solito, si trasforma in un mezzo gaudio.

O no? BOH!

PS: Dimenticavo una postilla importante: le suddette attività gli adolescenti le compiono non soltanto in forma individuale, ma anche in piccoli branchi, che ritrovi assiepati in casa, in ordine sparso distribuiti sul divano o sui letti, a giocare alla play, o ai cellulari o appiccicati a una serie TV. In questi casi è vivamente sconsigliato porre domande, di qualsiasi natura, tanto non risponderebbero né BOH, né NO, né DOPO. In questi casi è vivamente consigliato fare una cosa soltanto: riuscire. E tornare quando c’è da mettere in ordine e pulire.

La magia del tango: la prima milonga non si scorda mai

“C’è una milonga sabato sera alla stazione Leopolda, andiamo!”. Così i nostri maestri, Katy e Claudio hanno spinto gli allievi, perfino i più che neofiti come me, a partecipare alla prima, vera, serata di tango.

Pur avendo alle spalle solo cinque lezioni di tango accetto. Sono poche, cinque lezioni, ma non importa: troppa la curiosità, l’attrazione, il fascino verso questo ballo che da tanti anni mi “mirava” e che finalmente mi ha inviato a ballare, proprio come si fa nelle milonghe.

Perché ci sono regole, consuetudini, precise, nelle milonghe: ce le spiega con la sua eleganza ed esperienza Katy. La donna deve essere inviata, con una “mirada” appunto, ovvero con uno sguardo, dell’uomo che le chiede in questo maniera antica e silenziosa se ha piacere di ballare. La risposta è altrettanto chiara, seppur sempre muta: si ricambia lo sguardo, se si vuole accettare, lo si abbassa se non si ha voglia o piacere di ballare. Si ballano tre, o quattro, tanghi con lo stesso cavaliere, che poi si ringrazia e con il quale, quasi certamente, non si ballerà più per l’intera serata, accettando gli inviti di altri, e così via, a rotazione, tutti ballano con tutte.

L’ambiente è sobrio, e al tempo stesso pieno di colore, di fascino di altri tempi, per cui ti senti improvvisamente catapultata in un altro mondo, in un’altra epoca. Entrando nella bellissima sala della Stazione Leopolda ho percepito chiaramente di aver varcato un confine, lasciando fuori una realtà che soltanto a fine serata si recupera. Ed è bellissimo. All’interno di quello spazio, una bolla sospesa nel tempo e nello spazio, potresti essere in un’altra città, a Buenos Aires perché no, in un’altra epoca, negli anni Quaranta magari, e niente cambierebbe.

La modernità e la tecnologia si manifestano soltanto nel fatto che la musica è diffusa da un impianto e non da un’orchestra che suona, per il resto nulla ci indica che il tempo è passato, perché questo ballo ha conservato la sua marca antica, che consiste alla fine nel contatto alchemico fra due corpi, messi in connessione dalla musica.

Siamo agli inizi del secolo scorso, a Buenos Aires. L’Habanera cubana, la Payada dei gauchos, il Candombè africano si mischiano nei sobborghi e quello che ne viene fuori è la Milonga, un ritmo sincopato, pieno di struggente passione, legato alla terra. Una musica triste, malinconica e al tempo stesso densa di vita, di passione, nata dagli immigranti costretti a lasciare le proprie case, un incontro della cultura popolare europea con quella locale.

Gl incontri avvengono nei “conventillos” (grandi case con cortili) che si trovavano negli Orilla, i quartieri creati per gli immigrati, per ballare, ed è qui che si mischiano le storie, i ritmi, le lingue. È qui che nasce il tango.

Nei bordelli le donne si fanno pagare, per ballare con gli uomini, che in questo ballo di coppia assumono un ruolo di “guida”, che non significa comando, ma interpretazione, attesa, indicazione, invito, ascolto, capacità di permettere alla donna di esprimere al meglio la sua interpretazione della musica.

Ha perfino una sua lingua, a quel tempo, il tango: il Lunfardo, un miscuglio formato dalla contaminazione del castigliano con termini spagnoli, italiani, francesi, inglesi e tedeschi.

Presto questo ballo viene esportato in Europa, e conosciuto nei salotti borghesi, italiani, parigini, ed ecco che avviene “il salto”: il lato sensuale e il fascino del tango viene subito apprezzato, ma anche fortemente avversato, proprio come era avvenuto anche con il Valzer, neanche a dirlo subito viene bollato tanto come osceno e immorale.

L’epoca d’oro del tango sono stati gli anni Quaranta: ogni Barrio di Buenos Aires suona e balla la sua milonga. Poi gli anni bui, dei colpi di stato, dell’occupazione militare, le tragiche vicende dei desaparecidos: il tango viene “quasi” dimenticato. Molti fuggono all’estero, lasciando con dolore la propria terra, portano nel cuore la musica e i passi del tango, che abbandona così la classificazione di musica etnica, entrando nelle sale da concerto con nomi come Piazzola e Galliano.

Ed eccoci al presente, ecco che ottanta anni dopo, in una sala qualsiasi di un posto qualsiasi che potrebbe essere ovunque, tutto questo si racconta nei passi di sconosciuti che ascoltano la stessa musica e, inconsapevolmente o meno, ne mettono in scena il rito di origine, reinterpretandone ciascuno in un modo del tutto diverso la storia.

Non è forse magia questa?

Guido io o guidi tu?

Ho sempre avuto questo problema, a ballare. Ricordi di quando ero giovane, si intende, che si sono rinfrescati quando ho deciso di fare la lezione di prova del corso di danze caraibiche che Martina ha inserito nella sua scuola dove faccio pilates ormai da diverso tempo.

– Eddai vieni a provare!

– Sono vent’anni che non ballo, non mi ricordo nemmeno più come si fa…

Scuse, labili, che hanno retto poco. E infatti, ovviamente, sono andata. Perché ne avevo voglia, perché il latino mi è sempre piaciuto, anche se non lo ballo davvero da tanto tempo, e poi un corso vero e proprio non l’ho mai fatto, li ho sempre trovati noiosi. In realtà se hai un buon senso del ritmo e del movimento puoi imparare andando a ballare, se trovi i giusti cavalieri che ti sanno insegnare, e ti sanno “guidare”… Sembra facile, ma non è proprio così scontato.

Come previsto e prevedibile, quasi tutte donne. Nessun problema, finché si imparano (o ripassano) i passi ognuno per conto proprio, ovvero senza formare le “coppie”.

Ma, al momento di mettere in pratica le sequenze apprese insieme a un partner, è sorto il dilemma: come facciamo se ci sono così pochi uomini?

Io ho colto la palla al balzo: – Per me non c’è problema, faccio l’uomo.

Rovesciare i passi non è poi un grosso ostacolo, primo perché è vero che ho ballato tanti anni fa ma è vero anche che ho ballato tanto, e alla fine è come andare in bici, si traballa un po’ ma come far girare le ruote si trova il verso di ricordarselo. Secondo perché a me, fare l’uomo, piace.

Ho sempre avuto infatti un piccolo problema a ballare: guida l’uomo, dovrebbe. Non la donna. La donna deve stare lì, a farsi guardare, a farsi scegliere, e rifiutare tutti quelli che vuole finché non trova quello che le va a genio. Oh, almeno nel ballo funziona così eh! Ecco, quando il cavaliere che si propone ti sconfinfera gli dici di sì, e accetti di ballare. E dentro di te speri che sappia guidare, sennò, c’è poco da fare, finisce che guidi tu.

E hai voglia a rifarti quel discorso, che – anche qui, almeno nel ballo – il bello è farsi trasportare, lasciare che comandi il cavaliere, staccare il cervello, non pensare, ai passi da fare, alla direzione da prendere, alle figure, no… niente di tutto questo. Almeno nel ballo cavolo, ci pensa lui! Tu devi solo lasciarti andare.

Ecco, così dovrebbe essere. Ma all’atto pratico va diversamente, perlomeno a me.

E così mi sono detta stasera faccio l’uomo. Non me la sono mica cavata male: una signora mi ha perfino detto “però, ce ne fossero di uomini con la tua capacità di guidare!”. Mi sono sentita fiera del mio ruolo di maschio, almeno per una volta ricevo un elogio, per questa mia propensione, e non un rimprovero!

A un certo punto l’istruttore ha deciso che avevo fatto l’uomo abbastanza e che dovevo ripetere la stessa sequenza facendo la donna. E lì è stato meno facile. Non tanto rovesciare i passi – invertire i giri, cambiare la gamba e la direzione con cui si parte – quanto tornare mentalmente al concetto di “lasciarsi andare”; e non è andata benissimo. Soprattutto con quei poveretti di allievi che erano alle prime armi: con uno ho fatto lo stesso i passi dell’uomo, e devo essere stata talmente convinta e convincente che quello ha fatto i passi della donna senza manco rendersene conto. Con un altro sono stata più brava, e almeno ho fatto i passi giusti, ma quanto a lasciarlo guidare non se ne è parlato proprio. Poi allora mi ha preso l’istruttore, che aveva assistito divertito alle scene, all’attacco della musica mi ha guardato sorridendo e mi ha detto:

– Guido io.

Va bene, guida tu, che ti devo dire. E così, in effetti, è stato. O quasi, non posso dire di essermi affidata del tutto e tutti quei discorsi lì, ma insomma, si è creato il gioco, ed è stato divertente.

Quello che mi sento di dire a mia giustificazione è che non è colpa mia. Se guido io intendo. Perché il ballo è in qualche modo una metafora della vita appunto, solo con la musica di sottofondo, ed è uno dei motivi per cui mi piace tanto.

E allora lo voglio dire chiaro e tondo: se guido io, cari uomini, è perché non siete mai in grado di farlo voi. Perché non mi parrebbe il vero di trovare un cavaliere che ti cinge, ti guarda negli occhi e ti dice: – Segui me. Ci penso io.

E poi lo sa fare davvero, non che lo dice e dopo dieci secondi non sa dove e come farti girare. Non che lo dice e poi senti il “vuoto decisionale” che qualcuno deve pur riempire sennò il tempo passa e perdi il ritmo, e resti indietro, e resti fermo. Perché quando balli fermo non ci puoi stare, devi ballare, seguire la musica, devi andare fluido, deciso, sicuro. E per far questo ci vuole qualcuno che ci sappia andare davvero, non che faccia finta e dopo le prime due figure si è già perso e, di fatto, anche se non lo ammetterà mai, te lo chiede, con lo sguardo, con l’atteggiamento del corpo, con quel tempo che salta e che fa perdere il ritmo: per favore fallo tu, guida tu, che io non me la sento. Pensavo di sì e invece no. Ecco come stanno le cose.

Questa faccenda del dilemma “guido io o guidi tu” si pone per questi motivi, perché se un uomo sa guidare davvero, vai tranquilla che la domanda non te la pone neanche. Lo fa e basta. Senza tanti discorsi e senza tanti rimproveri alla donna che ha la pretesa di guidare al posto suo, perché vuol fare l’uomo. Non è che vuole fare l’uomo per forza, non vuole guidare per forza, il fatto è che siamo in due cavolo, e bisogna andare da qualche parte, qualcuno dovrà pur deciderlo, o no?

Intanto io ho deciso che mi darò a un corso di tango, vediamo se almeno lì sarò più fortunata…

Decalogo dell’abbandono

Quando qualcuno ti lascia dovresti fare una cosa soltanto: sparire.
Quando qualcuno ti dice che non vuole più stare con te vuol dire che non vuole più stare con te. Non che vorrebbe tanto ma non ce la fa…che sei un grande amore, ma non se la sente di portare avanti questa storia perché poi in futuro potrebbe farvi soffrire. O andare a finire male e allora tanto vale non andare avanti affatto.
Quando qualcuno ti lascia vuol dire, in teoria, che ha valutato tutto, tentato tutto, in misura naturalmente di quelle che sono le proprie capacità, possibilità e soprattutto volontà, e alla fine di questa valutazione ha deciso che… non ne vale la pena. Tu non ne vali la pena.
Il gioco non vale la candela. Non ci sono i presupposti, rischiare non vale quel che si potrebbe vincere, in parole povere.
È un concetto piuttosto semplice, lo capisce anche un bambino di sei anni, se glielo spieghi così.
Eppure, quando qualcuno ti lascia, la verità è che te ne fotti di tutto questo ragionamento, e delle regolette che magari tu stesso fino a quel momento hai sempre applicato, nonché consigliato, anche con una certa perizia e ottime capacità argomentative.
Quando qualcuno ti lascia ecco che cosa succede, davvero.
Succede che tu non ci credi, prima, poi ti dici che senz’altro hai capito male, e quindi ri-chiedi, poi passi alla fase in cui vuoi argomentare, perché sei certo che spiegando parlando e dirimendo le cose si posso risolvere. Se sei abbastanza fortunato il lasciante ti fa il dono di ridirti che non vuole più avere a che fare con te, magari con buon garbo, degno di un lucchese, e modi gentili, degni d’un torinese: falso e cortese.
A questo punto il lasciato dovrebbe aver compreso che sì, le cose stanno così: sei stato lasciato, prima lo capisci, prima ti rassegni e meglio è, soprattutto per te. Ma spesso, purtroppo, nei fatti anche qui le cose vanno in modo diverso.
L’altra regoletta d’oro vorrebbe infatti che ci si attenesse alle parole, o meglio ancora ai fatti, e non ci si attaccasse invece ai non detti, ai forse ha detto/scritto questo ma intendeva l’opposto, oppure ancora mi dice così perché desidera che faccio cosà. NO. Ti dice così perché le cose stanno così. E se così non è, alla fine, è un problema suo perché il mondo è pieno di guerre scatenate da problemi di comunicazione, figuriamoci se c’è bisogno di inzupparli anche nelle relazioni personali.
Ecco, con gli animali è più facile: se un cane ti scodinzola, abbassa la testa e ti viene incontro vuol dire che vuole un contatto con te. Se invece tira indietro le orecchie e solleva il labbro emettendo un suono sinistro vuole dire che te ne devi stare alla larga. Funziona. In questo caso la comunicazione funziona, chiara, lineare, diretta. Perché per gli esseri umani non è così?
Ci sono poi regole che, ti suggeriscono, hanno a che fare con la dignità e l’orgoglio. Ti ha lasciato? Non ti merita! Non ti vuole più? Non sa cosa si perde! Non ti vuole nemmeno incontrare per dirtelo di persona? Sai quanti ne trovi di meglio! Ecco, anche tutte queste belle cosette qui, non funzionano. Non è debolezza, è forza: chi è forte non ha paura di mostrare le proprie fragilità, non ha paura di piangere, di chiedere, perfino di supplicare; non ha paura di amare. Anche se rischia di farsi male, anche se è certo che se ne farà: non importa. Chi è forte non fugge, neppure di fronte al dolore, se lo prende come una fucilata nel petto e se lo porta dentro: una ferita diventa medaglia.
Perciò se ti ha lasciato una persona a cui tenevi davvero, dell’orgoglio non te ne frega nulla, se ritieni, nel tuo cuore, di avere ancora parole, e soprattutto gesti, da mettere in campo le regole non contano. Conta il fatto che non sei pronto a mollare, e che vuoi poterti dire un giorno: ho fatto tutto quello che era in mio potere. Perché la vita non è una corsa che si vince o si perde a tavolino, per sapere come andrà occorre buttarsi in pista e correre più veloce che si può. Non importa se si perde: nella vita tanto, alla fine, si perde sempre. O forse si vince sempre, se si vive qualcosa che ci rende felici, che ci arricchisce, che ci fa sentire vivi. Anche per un giorno in più. Anche per una sola ora in più.
Rinunceresti a goderti un tramonto perché dopo arriva la notte? Rinunceresti alla vista di una cima perché la sera senz’altro faranno male le gambe? E all’emozione di un galoppo, perché la tua schiena ti chiederà il conto? Tutto quello che siamo, che facciamo, presenta il suo conto.
Non è fatalismo, è accettazione di un principio semplice, ma fondamentale: la vita la vivi in campo o stai in panchina. Punto.
Ci sono occasioni in cui scegliere la panchina è saggio e giusto: perché ci si deve riposare, riprendere fiato dopo un lungo sforzo, perché si ha bisogno di un tempo per chiarirsi le idee e decidere la prossima strategia. Oppure perché si sa di avere una partita più importante da giocare e quella che si ha davanti non vale la pena, non vale la pena di stancarsi, magari rischiare di farsi male. Il pensiero è già altrove.
Ma non tutto è negativo, per chi viene lasciato, ci sono punti a suo vantaggio.
Innanzitutto non deve portare il peso di una scelta, che non ha compiuto, non che accettarla sia facile, tutt’altro, ma non comporta il fatto di doversi far carico del dolore dell’altra persona. Non è poco.
Si può perdere il sonno, la fame, ci si può domandare mille e mille volte dove non si è capito, ma poi ci si rassegna. E arriva la serenità, o almeno una parvenza. Un soffio di leggerezza che ti spiega che non potevi comunque farci nulla, più di quello che hai fatto fregandotene di tutte le regole che il decalogo dell’abbandono vorrebbe imporre. Essertene fregato e aver mostrato solo amore, apertura, possibilità, ti sarà d’aiuto a questo punto. Perché saprai che più di questo non era nelle tue possibilità fare. Ed è una cosa importante nella vita: dire ho perso la corsa, ma nelle gabbie ci sono entrato e al via ho corso più veloce che ho potuto. Non ho perso a tavolino, ho rischiato. Sì, forse sapevo che avrei perso, ma c’ho provato, sono caduto, mi sono fatto male, ma so che mi rialzerò. Con qualche osso rotto, la testa confusa, i muscoli dolenti, la sconfitta che brucia. Ma sarebbe bruciato di più non averci provato.
Ecco allora che alla fine, in questo breve “decalogo dell’abbandono”, altro non mi sento di consigliare se non di seguire il proprio cuore. Giusto, sbagliato, non importa. Perché alla fine di tutto, quando la sconfitta brucerà meno, quando le ossa si saranno risaldate, le ferite chiuse, i muscoli riposati, alla fine di tutto non è a te che resterà l’amaro in bocca, e soprattutto mai e poi mai nel resto dei tuoi gironi dovrai convivere con quella subdola domanda: ma se ci avessi provato… se ci avessi creduto un po’ di più, e quella partita l’avessi giocata invece di decidere di non farlo perché tanto sapevo di perdere, che cosa sarebbe successo?
Ecco, chi sceglie di non giocare, non lo saprà mai.
E questo in realtà vale anche per chi lascia, anche se sembra assurdo: lasciare per sopravvivere, lasciare quando si è tentato tutto, lasciare quando si è certi di aver detto provato cercato ogni via e si è fallito. Allora, sì, si rinuncia, caricandosi sulle spalle anche la responsabilità del dolore dell’altro. È senz’altro più difficile, e faticoso. Ma anche per questo vale lo stesso principio: ce l’ho messa tutta. Solo in questo modo il fallimento si trasformerà in pacifica accettazione.
Perciò alla fine, che tu sia lasciato o che sia tu a chiudere, la cosa che conta davvero è la consapevolezza di aver corso più veloce che hai potuto.
Perché l’unico fallimento che brucia davvero, e che resta, è quello di non averci creduto abbastanza.

“I miei stupidi intenti”: un libro inaspettato

Quando qualcuno ti regala un libro è sempre un momento emozionante. Per prima cosa significa che la persona che ha scelto quel libro per te ci ha pensato, è stato colpito da quel testo in particolare e crede che colpirà anche te. Regalare un libro a qualcuno è un gesto di grande intimità, un dono bellissimo perché se quel libro piacerà alla persona che lo riceve vorrà dire che le avremo regalato qualcosa che in commercio non si trova: del buon tempo.

È quello che è successo con questo testo, che l’amico Athos, inaspettatamente, mi ha regalato quando abbiamo iniziato a lavorare a un suo libro. «A me è piaciuto molto, è una storia che ha come protagonisti gli animali e ho pensato ti potesse piacere». Ho iniziato a leggerlo la sera stessa, con delle aspettative, non posso negarlo. Da tanto tempo non trovo un libro che davvero mi prenda, di quelli che ti fanno desiderare che arrivi il momento di andare a letto per poter leggere indisturbata finché non vince la stanchezza, di quelli che ti restano appiccicati addosso per tutta la giornata, reclamando per sé ogni attimo di tempo libero. Mi manca.

Sul mio comodino giacciono impilati tanti libri: alcune sono letture di “lavoro”, altre di amici, altre di libri iniziati che non riesco a portare avanti. Un brutto vizio che in gioventù non avevo: leggevo sempre e soltanto un libro alla volta, ho perso il mio rigore, anche se non voglio e non posso farmene una colpa.

Con questo spirito, insomma, ho iniziato questa nuova lettura. Le prime pagine sono state deludenti: Bernardo Zannoni, il giovane autore che ha pubblicato il suo primo libro (con Sellerio eh!) ha scelto di far parlare una faina, di inserire nella loro tana tavola, letto, sedie e molti altri elementi tipici del mondo umano.

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato è l’antropomorfizzazione del mondo animale, quindi confesso che ho pensato: oh no! Ecco un altro che ci racconterà di come sono bravi buoni e belli gli animali che ci somigliano tanto. Questa idea, o meglio questo preconcetto, è durato lo spazio di pochissime pagine. È sopraggiunto quasi subito lo stupore.

L’Autore è riuscito infatti a mettere in atto esattamente il contrario: ovvero, inserendo gli animali del bosco all’interno di uno schema “umano” mano mano che si svolge la storia ci dimostra quanto feroce e quanto simile alla loro natura sia quella umana. Fatta eccezione per pochi, fondamentali, tratti distintivi: metterli a fuoco, però, ci costringe anche a chiederci se davvero questo ci renda migliori, o anche più felici. Ma non corriamo troppo.

«Un animale, in ambito narrativo, è un elemento più flessibile. Gli animali riescono a muoversi attraverso la trama con una facilità che i personaggi umani non hanno» ha dichiarato Zannoni in un’intervista fatta con il librario.it, ma non credo si tratti solo di questo.

Leggere quindi di animali che coltivano un orto, possiedono galline, mangiano e siedono a tavola, imparano perfino a leggere e scrivere mi ha offerto un’interpretazione diversa. Gli animali del bosco (faine, ma anche volpi, tassi, istrici) degli umani hanno tutto, perfino e soprattutto gli istinti più ferini, tranne la consapevolezza del tempo, e quindi della morte. Non conoscono quindi la paura del tempo che scorre, che assale invece il protagonista, la faina Archy, quando scoprirà dal feroce Solomon, una volpe usuraia, il potere della parola.

Siamo dunque presto passati da una “storiella” che parla di una comunità di animali del bosco a un libro che affronta tematiche come quelle della scrittura, della lettura, della conoscenza della morte e di Dio: un bel passaggio. Mano mano che il testo scorre nella mente del lettore prendono forma domande inquietanti che cominciano ad aleggiare e ci accompagnano per tutto il libro: che cosa cambia nella vita di una creatura la consapevolezza che il tempo a disposizione non è infinito? Come vivere allora, alla luce di questa consapevolezza? E che cosa possiamo fare per nutrire una speranza di salvezza, sempre ammesso che sia possibile? Gli animali vivono nel presente, seguendo l’istinto e il flusso delle stagioni, Archie, grazie agli insegnamenti del suo feroce “carceriere” Solomon, si porrà delle domande, e desidererà imparare a leggere e scrivere.

Alla fine se dovessi dire di cosa parla questo libro, direi che parla della scrittura, come l’Autore stesso dice:

«La scrittura, invece, lo sappiamo benissimo, non può darcela questa salvezza [salvezza di speranza, che può dare Dio ai credenti], però può darci un’illusione di continuità, di qualcosa che durerà più di noi, perché, una volta scritte, le parole diventano immortali».

Facile, ma non facilissimo

Almeno non per me, questo va detto.

Tema: prenotazione del vaccino.

Svolgimento, per tentativi.

TENTATIVO NUMERO 1. Appostata al computer, quando è scattata l’ora X mi sono accorta che, dopo l’attesa, non lunghissima questo va detto, non mi dava il mio anno. L’amica e collega Lisa mi viene in supporto: devi ricaricare la pagina! La pagina non si ricarica: panico. Minuti preziosi che scorrono via, visioni apocalittiche di luoghi ameni dove dover andare, ovviamente perdendomi, per la prima e ultima volta in vita mia, a farsi la puntura magica.

TENTATIVO NUMERO 2. Provo dal cellulare, come alcuni saggiamente avevano suggerito, ma visto che c’è un sacco di tempo da aspettare riprovo anche dal computer, cancellando la cronologia, ma mi dice bellina ma sei scema? c’hai già il numerino di là, non fare la furba e rimettiti in fila al posto tuo. Come non detto.

TENTATIVO NUMERO 2 e 1/2. Arriva il mio turno (sul cellulare) vado alla grande, poi mi dice ti si manda un numero per SMS te lo copi qui e vai. Diamine, e secondo te io come faccio a vedere il numero su un SMS? Genio: chiudo e vado ad aprire l’SMS. Perso tutto. Sconforto, ma breve.

TENTATIVO 3. Torno sul computer, attendo, tutto fila liscio, vado, metto tutto, anche il CF a memoria che è una roba che non m ricordo mai…fino alla data. Vaccino 13 luglio, il 13 mi piace, è un numero che porta fortuna (sì ma muoviti che qui se traccheggi capace scade tutto) – Richiamo 24 agosto. Eh no! il 24 agosto no! Mi garberebbe essere in ferie cavolo! e qui non c’è il mela-zeta come sul mio mac e – altro colpo di genio – pigio la freccina in alto a destra del browser per tornare indietro. RI-perdo tutto.

TENTATIVO 4. Riparto, chi si ferma è perduto e non c’è due senza tre il quattro vien da sé. Vado liscia stavolta faccio un calcolo furbo: se prendo il primo appuntamento la settimana dopo, tipo il 20, il richiamo, se non son proprio sadici, sarà il 30 o il 31 ora il conto, in un momento così difficile, non lo so fare ma dai…proviamo e vai!

VACCINO 20 LUGLIO – RICHIAMO 31 AGOSTO. Alle otto, perché casomai servisse andarci digiuna come per le analisi del sangue non mi va di stare senza niente nello stomaco fino a tardi.

Non mi voglio soffermare sul luogo che riecheggia un po’ inquietante: “HUB Ospedaletto”, sarà uno di quei posti dove io mi perdo di sicuro. Ma ci penserò più avanti, tipo il 19 luglio, quando chiederò a qualcuno di accompagnarmi, oppure metterò il navigatore per arrivarci, perdendomi comunque nel parcheggio o tra i vari ingressi.

Non importa! Sono fiera di me, ce l’ho fatta! Diversi mi avevano incoraggiato ma temo con una buona di dose sopravvalutazione nei miei confronti e aspettative troppo alte.

Comunque ce l’ho fatta dai. In fondo era facile, anche se, va detto, non facilissimo.

Tempo al tempo

Vorrei che tu ci fossi, per dirmi ancora che sono l’ufficio complicazioni affari semplici.

Per ricordarmi che prendo troppo sul serio le cose, le persone, e soprattutto i miei sbagli, ché nella vita non può essere tutto o bianco o nero, perché esiste anche il grigio nel mezzo e potrebbe non essere così male.

Per discutere con te fino all’ultimo fiato una mia scelta, per subire le tue critiche affilate come le lame della tua pattada che passavi con lentezza sulla pietra per arrotarla e divertirti a tagliarci un foglio di carta, sapendo che non avrei cambiato idea ma ne sarei uscita più convinta e più consapevole.

Vorrei che tu mi ricordassi ancora che esiste anche il lieto fine, che non deve finire tutto in tragedia per forza, e se poi accade non muore nessuno.

Che dovrei dormire di più e pensare di meno, che tanto sennò poi rompo i coglioni al prossimo, e leverei la pazienza anche a Giobbe. Che sfinisco, che affondo il coltello senza indietreggiare quando a volte dovrei avere pietà, prima di tutto di me stessa.

Che non mollare mai a volte non è la cosa più sensata da fare e neppure spaccare il capello in cento parti che poi non sembra più nemmeno un capello.

Vorrei che suonasse il telefono “Cocca, domani mattina monti te? Guarda non galoppare e basta che gli sciupi il passo, c’ho messo mesi a farglielo venire così. E smetti di baciare il cavallo che è una bestia e se poi ti bacia lui vedrai ti passa la voglia”.

Vorrei spiegarti ancora e ancora perché non mangio carne e vedere che mi riempi il bicchiere di vino anche se non lo bevo perché sennò metti tristezza a tavola.

Vorrei che ti fosse scappato qualche volta un “brava sono orgoglioso di te” ma eri uno che di chiacchiere ne facevi poche, e uscita dalla sala operatoria la prima cosa che mi hai chiesto è: “Quando rimonti?”. “Babbo ora si guarda, intanto fammi vedere se mi rizzo”.

Vorrei che tu mi aiutassi a ricordare che spesso le cose sono più semplici di quel che pare, basta sgombrare il tavolo dai fronzoli, oppure basta saper aspettare: tempo al tempo, dicevi sempre, perché il tempo è galantuomo e risolve lui quel che a noi non ci riesce.

E poi vorrei che almeno arrivasse il sole, ho guardato il Lamma babbo, perché per andare a cavallo si guardava sempre quello, dicevi che è l’unico affidabile, ma poi era bello uscire anche con la pioggia, perché tanto il sole, quando vuole arrivare arriva e tanto vale godersi il tempo che abbiamo lo stesso, al meglio di quello che si può.

Perché meglio un giorno da leoni che cento da pecora, sempre per te.