Aumentano gli scrittori, calano i lettori.
Questo il dato che rivela uno studio Nomisma, sulla base di dati ISTAT, cui si aggiunge il fatto – inquietante – che il 30 per cento dei libri pubblicati non vende una copia.
Di tutti i libri pubblicati nel 2022, meno di 35mila hanno raggiunto le 10 copie vendute.
E uno pensa dai scherzate, ma pare di no.
Anche le case editrici, dicono sempre loro, sono diminuite: nel 2012 erano 5.491, nel 2021 4.623; il che vuol dire (l’ho fatto con la calcolatrice ovvio) che 868 case editrici hanno chiuso i battenti, in particolare tra il 2012 e il 2015.
Eppure i libri pubblicati invece aumentano. Quanti sono? Io i numeri non li amo per niente, però a volte sono assolutamente necessari per renderci conto delle cose e allora eccoli qua:
il 2019 è stato un anno di boom con 86.475 opere pubblicate, nel 2021 poi la produzione libraria è cresciuta ulteriormente, registrando un incremento del +4,3.
Tanta roba.
In compenso, però, negli ultimi 11 anni il numero di lettori (italiani), secondo sempre la ricerca di cui sopra, è calato: passando dal 46,8% del 2010 al 40,8% del 2021. Che poi intendiamoci, un lettore su due nell’ultimo anno ha letto tra i due e i cinque libri, soprattutto gialli (scelti dal 58% dei lettori) e thriller (52%).
Ecco che allora i numeri assumono un contorno preciso e ci danno un’informazione altrettanto precisa: sono più gli scrittori che i lettori.
E fin qui non ci sarebbe neanche niente di male, non è che si può impedire a una persona di pubblicare un libro. Oddio, in certi casi… occorre ammettere che non sarebbe proprio proprio una pessima idea. Insomma una specie di “patente” che ti rende idoneo a pubblicare – o meno – un libro la si potrebbe anche inventare.
Che poi si baserebbe anche su criteri minimi e minimali, che sarebbero utilissimi a fare una prima, importante e secondo me anche consistente, scrematura.
Non voglio ergermi a esperta in materia ci mancherebbe, però in 23 anni di lavoro come editor in una casa editrice credo di aver abbondantemente superato il migliaio di libri curati, editi, corretti e fatti uscire. E vi posso assicurare che ho visto, e letto, veramente di tutto. Qualcosina insomma mi sento autorizzata a poterla dire. Ma ripeto son punti semplici, una specie di sbarramento alla partenza, criteri basici (almeno grammaticali) di esclusione che potrebbero essere, per fare qualche esempio, di questo genere.
Non puoi pubblicare un libro SE:
• metti la virgola tra il soggetto e il verbo
• sbagli la consecutio temporum
• usi “dove” a casaccio
• fai più di tre ripetizioni nel giro di dieci righe
• (ab)usi i vari infatti, allora, eccetera, cioè come se piovesse
• non sai usare piuttosto che
• non sai coniugare il soggetto con il verbo
• non sai la differenza tra accento grave e acuto
• scrivi c’è ne (o c’è né)
• scrivi un nome maschile con l’apostrofo (un’altro)
Siamo già a dieci punticini e mi potrei fermare, perché potrebbe essere un numero sufficiente, ma non mi so trattenere, abbiate pazienza, e vorrei aggiungere, sempre restando sul piano grammaticale, qualche altro assunto di base che vieterebbe di poter essere considerato idoneo alla pubblicazione, insomma niente patente, a chi:
• non sa usare i pronomi (gli ho detto che mi stava simpatica)
• non sa usare i congiuntivi (vuoi che vengo?)
•non sa cosa vuol dire e quando si usa “codesto”
• non ha mai usato in vita tua un punto e virgola
• non sa usare gli accenti (so, stò, fù, qua, su e via e via).
E poi, consentitemi, un’attenzione particolare a quelli che si inventano le parole (creando i famosi neologismi) e per questo si sentono ganzissimi.
Come non dedicare poi un piccolo paragrafo a coloro che si sentono invece scrittori di libri per bambini nati; ecco, perché se c’è una cosa che è difficile fare è scrivere per i piccoli lettori, che sono piccoli appunto, ma tutt’altro che scemi. Anzi, spesso, sono i lettori più attenti e più esigenti, perché i bambini leggono molto, ci sarebbe da chiedersi perché a un certo punto smettano piuttosto, e cominciare a lavorare seriamente su quello, ma è un altro discorso, e bello lungo, da affrontare un’altra volta.
Dicevo che questa categoria di autori si sente tale in base a principi molto chiari e che, a loro modo di vedere, identifica la categoria “libro per bambini”. Infatti, sempre secondo loro ovvio, per scrivere un libro dedicato agli infanti (ovvio che ignorano le fasce di età, oggi talmente diversificate da diventare un’impresa quasi identificarle, ma figurati) è sufficiente:
• cominciare una storia con “C’era una volta”
• utilizzare a valanga diminutivi, vezzeggiativi e spregiativi (lettuccio, casina, gattaccio, giardinetto)
• ripetere le parole (stretto stretto, vicino vicino, fitto fitto)
• troncare le parole a caso (cammin facendo, pianin pianino)
• inserire a profusione un elfo, babbo natale, una fata, una strega, un falegname, un gattino.
• schioccarci un bel lieto fine e via.
E anche qui mi fermo perché mi sembra di aver elencato elementi sufficientemente significativi.
Siamo rimasti solo sul primo gradino, ovvero sul piano grammaticale, che poi, sempre per tenere la metafora della patente, corrisponderebbe molto banalmente a bocciare uno perché non sa dove infilare le chiavi della macchina per metterla in moto ecco.
Perché poi si dovrebbe aprire un capitolone, anzi più d’uno, sul tema del sapere gestire un intreccio narrativo in modo coerente ed equilibrato, formulare una corretta caratterizzazione dei personaggi, rispettare l’autoconclusività, fondamentale soprattutto per chi scrive racconti. Ecco, al genere racconto occorrerebbe dedicare una parentesi piuttosto articolata. Si tratta infatti di un genere molto “frainteso”. Purtroppo se molti non si sentono in grado di cimentarsi con il mostro “romanzo”, tutti si sentono invece capaci di scrivere un racconto. Non che sia per forza più facile scrivere un romanzo, anzi non voglio dire questo perché sarebbe un’assurdità, però di certo non è facile, o scontato, neppure scrivere un racconto. O meglio un buon racconto, o un testo che possa dirsi tale.
Insomma non è che se scrivi una cosa a caso, lunga almeno una paginetta o due, hai scritto un racconto. È una brutta notizia lo so, ma tant’è. E vallo a spiegare. Niente, si lascia perdere perché sarebbe fiato, o inchiostro, sprecato.
E allora si scrive lo stesso, e con la smania di pubblicare per forza, a tutti i costi e possibilmente in fretta. Torno sul concetto che ognuno è libero di fare quello che vuole, soprattutto se trova un editore disponibile ad assecondarlo, sennò si passa all’editoria a pagamento, oppure ancora all’autopubblicazione e problema risolto. Che poi anche qui non voglio passare per una per forza contraria al pagarsi una pubblicazione (a volte purtroppo non ci sono altre strade) o baipassare tutto il circo e autopubblicarsi. Assolutamente non è questo.
Una cosa però la voglio dire, forte e chiara: scrivete pure, se vi fa stare bene, e pubblicate anche ci mancherebbe, come e con chi vi pare; però LEGGETE, ché scrivere senza leggere non ha alcun senso. Non solo: ci si può mettere la mano sul fuoco, e qui vi chiedo di credermi sulla fiducia, che ci compie gli errori sopra elencati è una persona che non legge, perché chi legge certe cose non le fa, non le scrive, semplicemente perché non le pensa, non le visualizza proprio nella mente e quindi non passano sulle dita e sul foglio. Di questo sono sicura.
Scrivere senza leggere, per continuare e chiudere con la stessa metafora, è come guidare senza patente. Siete dei fuorilegge, o degli imbroglioni, come vi pare.
Con stima e affetto
la vostra Editorbestiale