Medaglie medaglie!

Secondo me qualcosa lo meriterei. Non dico di aver proprio battuto un record assoluto, che per quello ci mancherebbe sono consapevole ci voglia ben altro, però con sei fratture, due interventi e un centinaio di punti nell’arco di quindici mesi male male non mi posiziono nella classifica mondiale della sfiga. Quindi almeno un attestato di merito, una medaglia o qualcosa del genere me la sarei guadagnata di sicuro. E invece macché. Nulla.

Ma lo sapevo eh, e con questa amara consapevolezza di “non vincere mai nulla” mi sono avviata verso il secondo intervento che mi attendeva, stavolta programmato, il 27 marzo. Però ci voglio arrivare stanca morta, mi son detta, così almeno mi godo il riposo forzato che tanto dopo mi tocca. E son stata di parola: ho perfino scritto un libro in una settimana (Il Delfino Arno), che poi è uscito giusto in tempo il 21 marzo con «La Nazione», accettato ogni genere di impegno, presentazione, cena, lavorando fino all’ultimo momento. Ma come fai a essere così tranquilla? Mi domandavano tutti. Boh e io che ne so, mica lo faccio apposta. Non ci penso. O forse è solo incoscienza. O quel senso di ineluttabile, come di qualcosa che tanto non puoi evitare e sai che ti tocca quindi perché angosciarsi e rovinarsi i giorni precedenti? E poi la fiducia. C’è anche quella e fa un bel gioco. Perché mi è toccato in sorte un chirurghino che è più giovane di me, che sorride sempre e dice che va tutto bene, e io ho pensato spesso che non sia mica tanto normale, uno che ti deve affettare la schiena per svitarti un sistema di viti e barre che nemmeno RoboCop e che la prende così in allegria. Ma ha fatto un capolavoro, quando, primo sconosciuto capitato, a giugno scorso mi ha rimesso in piedi con due vertebre rotte e un frammento a giro dove non doveva essere per nulla. E non lo dico io che di neurochirurgia non ci capisco un tubo, ma tutti i medici che hanno visto le spettacolari radiografie e tac che mostravano un ingombrante sistema “meccanico” di puro titanio che per nove mesi ha permesso alle mie vertebre di guarire, e riprendere la forma “quadrata” che avrebbero dovuto avere (una in particolare si era parecchio affrittellata, in effetti), e nel contempo a me di condurre una vita parecchio simile alla normalità. Insomma, se io di qualcuno mi fido mi fido. Fiducia vuol dire affidarsi, con serenità, con la consapevolezza che migliore persona al mondo cui mettere in mano la mia schiena non ci poteva essere. Forse anche per questo mi sono presentata pacifica e tranquilla in neurochirurgia alle 7,30 di lunedì mattina, digiuna dalla sera precedente, come da prassi, per affrontare questo secondo intervento.

Che poi è stato un po’ come rivedere gli amici, perché anche con molti degli infermieri avevo fatto amicizia, nel precedente soggiorno che era durato più a lungo, soprattutto con la caposala Anna, persona fantastica con la quale abbiamo scoperto subito di avere in comune una grande passione: quella per gli animali, condivisa peraltro anche con il chirurgo, e come altro poteva essere, tra amanti delle bestie ci si intende subito e parecchio, c’è poco da fare. Stavolta previsto un solo giorno o due di ricovero, nella parte di quelli “messi meglio” per intenderci, che quello è un repartino di gente schiccolata a dovere e non di annoiate vegliarde in vena di rifarsi il naso o le tette.

Mi capita in camera una signora di Roma, molto carina e gentile, che doveva essere operata la mattina stessa, come me. Peccato che a un certo punto il primario le ha dovuto spiegare che il suo intervento fino al venerdì non si può fare. E perché? Perché le sue viti, impiantate cinque anni prima in un famoso ospedale capitolino, sono uscite di produzione e occorre un cacciavite speciale per toglierle. Ce ne sono due in tutta Italia e fino a venerdì non li possiamo avere. Poi si rivolge a me (o a qualcuno del suo seguito non ho capito) con aria interrogativa: e lei? Eh, io son quella che cascò da cavallo e si ruppe due vertebre se lo ricorda? Ah sì mi ricordo, ora si è convinta che è meno pericoloso mangiarli i cavalli, che montarci sopra? Ecco, mangiare non li mangio però in effetti non ci sono nemmeno più montata sopra…

Nel mentre la signora ha mostrato un certo self control, va detto, e non l’ha preso male, questo soggiorno forzato, presso il b&b ospedale di Cisanello; il suo potersi muovere, peraltro, soprattutto dopo il mio intervento, si è rivelato molto utile e, dato che non aveva di meglio da fare, si è assunta il ruolo di infermiera e mia assistente personale. Una fortuna mica da poco.

Anche la mia attesa, sebbene non così lunga, si è rivelata però più consistente del previsto. Stesa sul letto, con le cuffie alle orecchie come un’adolescente, mi sono messa a leggere “Come le mosche d’autunno”, di Irene Némirovsky, non una scelta felicissima devo dire, rispetto ad altri capolavori dell’autrice, ma pazienza. E poi dovendo rispondere a decine di messaggi di amici in preda all’ansia di sapere notizie, ebbene sì e anche di lavoro!, il tempo è volato. Fino all’ora di pranzo quando, insieme a un amico ortopedico passato a vedere come buttava, si è presentato il mio allegro chirurgo sentenziando: io vado a mangiare. Bellino lui! E a me quando mi operi, dopo il caffè? All’ora dell’aperitivo? Stanotte? Ma quello sorride sempre che pare abbia appena visto la madonna come fai ad arrabbiartici? Tanto te fai con calma, io torno fra poco. Io? Con calma? E che devo fare con calma? Aspetto. Con calma. E dopo tre minuti si sono presentate le infermiere per “prepararmi” e portarmi in sala. No guardate, non si può fare, perché il chirurgo è andato a pranzo e l’unica altra persona al mondo a parte lui da cui mi farei mettere le mani addosso è il mio veterinario. Te non ti preoccupare, che tanto ci vuole tempo. Se lo dite voi… quando sei lì bisogna un po’ fare quello che ti dicono loro, mica cosa ti pare.

Così indosso l’elegantissimo, nonché estremamente sensuale, camice verde semitrasparente con quell’irresistibile effetto vedo non vedo, e mi stendo sul letto (ci potevo anche andare con le mie gambe eh, fino alla sala operatoria che dopo poi chissà quando le riuso). La sala operatoria me la ricordavo poco, perché l’altra volta ci sono arrivata un po’… di fretta, un po’ frastornata diciamo. Ora mi guardo intorno, è tutto verde e bianco, e fa freddino. Arriva l’anestesista che sembra Gargamella nel film dei Puffi e canticchia con aria poco sveglia, mentre due giovani infermieri sorridenti e simpatici iniziano a ispezionare le mie braccia per decidere dove bucarle. Solita storia: lo so, non mi si vedono le vene, anzi probabilmente non ce l’ho. E c’ho poco sangue, pochissimo, sono una tarantola, di quelle che stanno appiccicate alle pareti in cerca di sole, e ora come si fa. Un bucotto di qui, uno di là, sia mai che la destra sia gelosa della sinistra. Allora bimbi io ve lo dico però così non si parte bene per nulla! Per fortuna ridono, e l’anestesista mi dice stai zitta tanto tra dieci minuti sarai fatta di morfina che non ti accorgi più di nulla. Incoraggiante. Ago entrato vai, si dia inizio al droga party. Come ti chiami? Che fatta così pare una domanda semplice, ma a me mi gira tutto e non lo so mica cosa ho risposto. Ho chiuso gli occhi e ciao. Del chirurgo però non vedo traccia, sicuri sicuri che arriva lui vero?

Non ricordo nemmeno quando mi hanno riportato in camera. Mio marito dice che mi sono svegliata tre volte e per tre volte ho fatto le stesse identiche tre domande, per poi ripiombare nel sonno. Ha pensato senz’altro che non fosse un bel segno, ma io non mi ricordo nulla, solo che volevo dormire. Che bellezza, e quando mi ricapita!

Al risveglio, quello vero, quello cosciente, solita rapida ricognizione: la braccia, le gambe: muovo tutto, sento tutto, anche quella simpatica lama amica piantata in mezzo alla schiena, ma il dolore è assai mitigato dalla constatazione che, a parte la flebo con antibiotico e antidolorifico, non fuoriescono dal mio corpo altre strane propaggini che invece l’altra volta prolungavano il mio corpo come fossi Medusa (leggi oltre alla flebo catetere e drenaggi). Questa è una bellissima notizia, si parte bene. E bene si procede quando l’allegro chirurgo, sorridente neanche a dirlo, dice che tutto è andato per il meglio e mostra soddisfatto il suo barattolo con dentro una manciata di viti e bulloni che giuro viste così paiono quelle del meccano del mio figliolo. Ma davvero te mi avevi messo quella roba lì nella schiena? Ma davvero ce le ho tenute nove mesi? Ora me lo spiego perché avevo sempre un certo indolenzimento e la famosa curva lombare era scomparsa dai miei orizzonti. Starai meglio da subito, dice ottimista il giovane dottore. Ora, subito subito magari… si sa che lui è sempre un filino tendente all’ottimismo cronico. Subito vorrà dire credo, tra un po’. Quanto esattamente?

La notte non è stata granché piacevole devo dire, perché nonostante il sonnifero preso, alle due mi sono svegliata, l’antidolorifico ormai svanito e la vicina di letto russava beata. Ho infilato le cuffie e ascoltato la musica per il resto della notte convincendomi che tutto sommato al dolore basta non prestare troppa attenzione, sennò prende gallo e addio. Poi a essere sincera, digiuna dalla domenica sera, c’avevo anche una discreta fame, e sete, e un buco allo stomaco notevole. Ma tanto in ospedale prima delle sei parte già il trambusto, quindi mi spetta subito una bella dosetta di antidolorifico e, speravo, anche un po’ di colazione. Invece, amara sorpresa, solo un po’ di the verso le sette. No fatemi capire, ma io senza mangiare quanto ci devo restare ancora? La vita è incerta, a volte. Passa uno e dice una cosa, un altro e ne dice un’altra. Il più contento di tutti è sempre lui, che arriva verso una certa ora e, trovandomi con una mascherina sugli occhi e le cuffie sulle orecchie, mi chiede se mi sembra di essere in una SPA. Più o meno, anche se di solito non fanno morire gli ospiti di fame, nelle SPA. E pensare che mio marito mi aveva portato una brioche della pasticceria, ma l’infermiera Francesca, livornese doc e di sicuro la più ganza di tutto Cisanello, mi ha detto cocchina pensa che poi c’hai da rifalla codesta, lascia stare vai. La sua osservazione mi pare convincente, e abbandono l’idea di azzannare la brioche.

Finito l’effetto dell’antidolorifico, muoio di fame e c’ho un servizio di coltelli da 12 piantato nella schiena. Alle 11 la stessa Francesca si impietosisce e invece di chiacchierare di libri si convince a portarmi un po’ di caffellatte e due biscotti e mi dice bella donna ora ci si alza. Eccoci, arriva il momento della verità, sono pronta. Dolore dolore dolore, ma è un dolore diverso dall’altra volta, me ne accorgo subito. È un dolore “contingente” legato al fatto che mi hanno aperto la schiena ci hanno nazzicato bene bene dentro e poi l’hanno richiusa. Non è però come avere due vertebre rotte e una scatolata di viti lunghe dieci centimetri trapanate nella colonna. Molto, molto diverso, lo sento subito.

Fatta colazione parte la tiritera del ti si rimanda a casa, no non ti si rimanda, ci si pensa domani, ma no stasera prima di cena potresti andare. Insomma decidetevi. Nel mentre peraltro nessuno si cura che non mi avete dato più droga da stamani alle sei eh, tutto sommato non è che mi son fatta una passeggiata di salute. Ma ho capito subito che questo genere di interventi, lo svitamento cioè, in questo reparto sono presi in pochissima considerazione. Però cavolo un po’ di toradol, di tachidol, un brufen, una tachipirina, un moment act, me la potreste anche dare eh?

Alla fine a levare le castagne dal fuoco è il medico chirurgo che sentenzia: vai a casa. Alè, 24 ore esatte dopo l’intervento, un po’ prestino ma si sta meglio a casa e questo si sa. C’è la trafila dei fogli, da stampare e da firmare. E poi trovare una carrozzina, che parrebbe una cosa semplice, e si è rivelata una caccia al tesoro, quasi quanto trovare il cacciavite per la signora romana. Allora io a piedi fino a giù non ci vado, escluso proprio. Mentre cercano per ogni dove una carrozzina, una balda infermiera, non è una delle mie amiche preciso e glielo volevo anche dire ma pareva poco propensa alla conversazione con il paziente, decide di medicarmi la ferita. Uh che bella idea, non vedevo l’ora! Spacchetta e si mette a urlare che la ferita sanguina e così a casa non mi ci manda!

O santa pazienza! Butta fuori tutti e si mette ad armeggiare con mia grandissima gioia sulla ferita, strizzando un paio di “sacche di sangue” che a suo dire si sono formate e non vanno bene. Anzi, forse qui ci sarebbe da ridare anche qualche punto. E sbraita di chiamare il medico. Ma che palle, non potevo scappare con la carrozzina, se la trovavate subito? Menomale che oltre al mezzo di locomozione non si trova nemmeno il medico di turno, occupato dietro a un paio di urgenze ben più urgenti dei miei punti “lentini”. Così la valchiria in camice bianco sbuffa, disinfetta, tampona e rimpacchetta. Puoi andare, mi dice soddisfatta. Grazie, ganza sei, ora sì che sto bene, già ero tutta cionca prima, ora che mi hai stuzzicato bene bene i punti mi sento una rosa. Comunque, raccattata dal pronto soccorso una sgangherata carrozzina, si parte.

Il viaggio in macchina è stato poco gradevole, ma quante buche ci sono nelle strade di Pisa accidenti al sindaco! Uno non se ne accorge finché non le deve digerire tutte sulla schiena, quelle maledettissimi buche. L’arrivo a casa bello, con il letto noleggiato per l’occasione e di nuovo piazzato in mezzo al salotto. Con Cirano che tanto per chiarire il concetto che gli sono mancata mi salta addosso piantandomi le zampe sulle spalle che menomale mi hanno sorretto e avevo il super busto di Jeeg Robot d’acciaio sennò mi stendeva. Ma si rende conto subito che sono di nuovo fragile e cambia atteggiamento. È l’unico, come sempre, strafelice del fatto che passerò un periodo a casa. Si piazza sul divano, di fianco al letto, con l’aria di uno che ha capito tutto, stoicamente pronto al duro mestiere di vigilante che lo aspetta. E di compagno delle lunghe notti che immaginavo mi attendessero come a giugno, durante le quali, sveglia e dolorante lo ascoltavo respirare e il suo sonno mi faceva tanta compagnia.

In realtà soltanto le prime due notti e i primi due giorni sono stati faticosi, ma anche perché sono dura e non mi rassegno mai a piegarmi al fantastico mondo degli antidolorifici, quando servono. Senza un bel piano analgesico affrontare un post operatorio di un intervento così invasivo non ha molto senso. Ma tanto è stato e ormai è andata. Meno medicine si prendono meglio è.

L’unica scomodità, si fa per dire, è non poter stare seduti: meglio o in piedi o sdraiata. E i primi giorni ho pure pranzato e cenato in piedi, un po’ scomodo sì, ma se si deve fare si fa. Il tempo per la colonna di riabituarsi all’idea di non aver più tutto quel titanio a farle compagnia.

La ferita sanguina ancora dopo quattro giorni, l’ho fatto apposta, sostiene il mio chirurgo preferito, convincendomi che una ferita vascolarizzata (essendo poi la seconda) cicatrizza molto meglio e si tratta solo di pazienza. In effetti mi viene in mente una brutta ferita sul nodello del mio amatissimo cavallo Corto Maltese che ogni giorno portavo al sanguinamento sfregandola con uno spazzolino da denti. Chiedo se devo fare altrettanto con la mia, ecco questo non pare indicato. Menomale, m’era bastato il trattamento prima delle dimissioni dal reparto.

Me lo faccio fotografare, questo bel trincio che mi decora la schiena, perché voglio divertirmi a contare i punti, o meglio le graffette. Oh, non ci sono mica riuscita, sono come le dita del diavolo sulla parete del duomo di Pisa: ogni volta che le conti viene fuori un numero diverso! 42, 41, 40. Insomma, una più una meno, parecchie comunque. Facciamo al ribasso, quaranta e non se ne parli più. Almeno finché non me le devono togliere, che anche quello sarà un momentino niente male: la fase dello “sbullettamento” la ricordo come una piacevole parentesi di cui avrei fatto parecchio volentieri a meno.

E che altro dire, niente, ora si aspetta. Con la solita pazienza che ci insegnano gli animali, e con la consapevolezza che con il tempo, quasi un anno fra tutto dalla caduta e dal primo intervento, tutto passerà. O quasi. Se tornerò nuova davvero, come assicura il già citato dottore ottimista, non saprei dirlo adesso. Di certo sono felice e grata di quello che comunque otterrò, anche se non si tratterà di medaglie.

E anche di aver appurato in questa contingenza così tragica di eventi (che ha perfino i suoi lati comici) almeno un paio di cose: uno, che tutto si supera, quando arriva; due, che se ci sono tante persone pronte non solo a fare il tifo per te dagli spalti ma ad adoperarsi in ogni modo perché il tempo scorra più veloce, semplice e piacevole, va ancora meglio.

Grazie a tutti quelli che lo hanno fatto, mi sa che alla fine siete meglio delle medaglie. O forse, siete voi le medaglie e io me le appunto tutte orgogliosa sul petto, anzi no… facciamo sulla schiena, così si tappa anche questa bella cicatrice che sempre e per sempre mi ricorderà che almeno una volta nella vita… ho quasi raggiunto cento punti!

 

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