La magia de La Serrata

Ho dovuto guardare la data sul calendario. Non avevo idea nemmeno di che giorno della settimana fosse, avevo perso completamente la cognizione del tempo. So solo che oggi sarà l’ultima giornata da trascorrere qui, domani mattina si torna a casa. E si lascia questo posto, con tutta la sua magia. E Velluto. Velluto per adesso resta alla Serrata.

Quanto può essere incredibile la vita. Negli ultimi tre anni, dal mio incidente del 6 giugno 2016, ho avuto a che fare pochissimo con lui. Di certo, per ovvi motivi, non l’ho più montato. Ma non l’avevo neanche più “maneggiato”: pulito, spazzolato, docciato, girato alla corda. Si perde la mano, la confidenza, l’abitudine, la sicurezza. O meglio, io ho perso tutte queste cose; lui no, ma non potevo saperlo. Credevo di averle sepolte, forse per sempre: che facessero parte del passato, di un passato che non sarebbe più tornato, in nessuna forma: cristallizzato nel tempo del ricordo che assume toni nostalgici e sfumati, come un vecchio film in bianco e nero.

Tutte “cose” (sensazioni, gesti, odori) che ci mettono un attimo a riassumere colore e forma, e rituffarsi nel presente, come se non si fossero mai interrotte, confluendo con la naturalezza fluida di un torrente che si unisce a un fiume, formando un tutt’uno inscindibile, tanto che non è più possibile distinguere le acque dell’uno da quelle dell’altro.

Io non credo che sia stato un caso. E credo che c’entri molto la magia di questo posto. Siamo vicino ad Alberese, nel cuore del Parco della Maremma, all’agriturismo “La Serrata”. Che poi prima non era un agriturismo, era un centro equestre, dove Vildo domava i cavalli, maremmani e non, saltava, dava lezioni e preparava i binomi ad affrontare le gare. Con l’aiuto dell’instancabile Graziella, che lavorava (e lavora tuttora) come tre uomini, per tenere pulito e in ordine tutto: i cavalli mangiano due volte al giorno – quindi vanno governati –, e cacano in abbondanza – quindi vanno puliti – ogni giorno dell’anno, che sia Pasqua, Natale, Capodanno, che ci siano quaranta gradi sopra lo zero o cinque sotto.

È un lavoro duro, che inizia all’alba e finisce assai dopo il tramonto. Quando tutto va bene, quando cioè non ci sono cavalli in colica, o sotto parto, quando non c’è qualche lavoro extra da completare, insomma quasi sempre.

Si fa prima a dire che orari non ce ne sono, né giorni di festa. E va anche detto che la Maremma è una terra meravigliosa, ma con i propri figli è sempre stata parecchio severa, imponendo estati torride, talvolta di siccità, poi periodi di lunghe piogge, poi gelate, e daccapo. Vista così, qualche giorno d’estate, con le sue coste selvagge e bellissime, prese d’assalto dai turisti, i suoi paesini antichi arroccati sui poggi con i negozietti e i ristorantini tipici, il marrone bruciato della terra, che si macchia di verde nei vigneti, con gli alberi da frutto, e d’oro nei campi di grano… insomma vista con questi occhi è una cartolina. Pari pari a quelle che trovi nei tabacchi dei paesi, che poi adesso non le compra, e non le spedisce, più nessuno le cartoline. Quindi ti domandi che cosa le tengano a fare i tabacchi dei paesi, e te lo spieghi soltanto rendendoti conto che questi piccoli negozi, che hanno un po’ di tutto, sono rimasti almeno a trent’anni fa, con strani oggetti esposti nelle vetrine che si sono ingialliti con il tempo.

“È il su’ bello”. La Maremma è cambiata molto negli ultimi trentacinque anni, quelli che io ricordo fin da bambina quando mio padre ci portava in giro per le gimcane dei butteri, che allora non conosceva nessuno, avendo fondato l’Associazione Nazionale Monta Maremmana, di cui era presidente. E anche qui il passato bussa alla porta del presente con la naturalezza con cui una vicina lo farebbe per chiedere una presa di sale.

Fanno parte del mio vissuto, della mia memoria, i colori di questa terra: i cavalli bai o morelli con le criniere nere, lunghe e scarruffate, il bianco delle vacche dalle corna ricurve, i profili aspri e dolci insieme delle colline.

Anche La Serrata era diversa. C’era poco o niente, il campo da lavoro, i paddock per i cavalli. Il mio ricordo è quello di Vildo, il proprietario, a cavallo, e Graziella, la moglie, che spalava box e distribuiva razioni a quattro palmenti.

Sono gente che lavora, per un obiettivo, sa dove vuole andare e ci mette tutto. Non è una cosa da poco e fa la differenza. E infatti ci sono arrivati, nella direzione che si erano prefissi, insieme ai loro figli, Giulia e Simone, che hanno preso le orme dei genitori. Quando si dice la “gestione familiare”, a me vengono in mente loro, la famiglia Tenucci e La Serrata.

Adesso questo posto è diventato un agriturismo bellissimo, con casette curate, ognuna ha perfino il proprio giardinetto pieno di fiori, con sdraio e tavolino nel piccolo porticato, dotate di tutti i confort, dove i cani naturalmente sono i benvenuti. Poi c’è una bella piscina, colazioni ricche con una tavola imbandita di dolci fatti in casa e a cena specialità toscane rivisitate con estro e raffinatezza da Graziella e Giulia, che ricordo bimbetta e che nel mentre è diventata un’affascinante amazzone alta e snella, con una lunga treccia bionda, durante il giorno monta gli stalloni dell’allevamento (perché fanno anche questo, allevano ottimi cavalli da salto) e di sera una fine cuoca ed elegante cameriera. Anche Simone, il figlio maschio, fa lo stesso: la mattina presto è già in sella e ci resta quasi tutta la giornata, la sera, con lo stesso garbo, dà una mano con la cena.

Non li vedi mai fermi, non li vedi mai stanchi e soprattutto non si lamentano mai. Guardate che è una cosa rara, perché tutti ci lamentiamo: del caldo, del freddo, del lavoro, dello stress, ci girano le scatole, e quando è mattina non vediamo l’ora che sia sera. Che brutta cosa. Che brutta cosa fare per la maggior parte del nostro tempo qualcosa che ci mette l’uggia, che non ci piace, con il solo scopo di ricavarci uno spazio per fare qualcos’altro.

Tutto sommato fare di una passione il proprio lavoro è una grande fortuna. Anche una grande fatica e un immenso sacrificio per carità, soprattutto se questo lavoro ha a che fare con gli animali da una parte e con il turismo dall’altra: un connubio difficile, che non lascia certo posto alla comodità. Una scelta di vita, di quelle che non contemplano vie di mezzo, e che si confanno perfettamente all’indole maremmana, fatta di grande determinazione, che si ritrova ovunque. Certo può sembrare più facile scorgerla nei tratti severi e cotti dal sole degli uomini, ma si nasconde anche tra le trame di una morbida treccia bionda o dietro il più accogliente dei sorrisi. Non vi fate ingannare: sono donne, queste, nate con le maniche rimboccate, e che di rogne da grattare, “o mosche al naso” per dirla alla toscana, non ne vogliono.

Tornare a casa. Domani. Non ne ho mica voglia. Lasciare Velluto qui, adesso che l’ho riscoperto, l’ho ritrovato, grazie a Vildo e alla sua famiglia, al modo con cui trattano i cavalli: uno strano connubio alchemico di rispetto e naturalezza, di ruvidità e dolcezza. Ma soprattutto rispetto, è la prima parola che mi viene in mente guardandoli lavorare: che sia da terra, o in sella – al cavallo o al trattore –, che saltino un ostacolo o inforchino una presa di fieno, che stringano in mano le redini o un vassoio con le prelibatezze dell’orto. Rispetto, passione, gratitudine.

E poi, a ricordarmi tutto quello che credevo dimenticato, con uno sguardo, con un’arruffata di capelli, con un tocco dato col muso a cercare la mia fronte, lui. Velluto. Come possa un cavallo ricordare dopo così tanto tempo la ritualità di alcuni gesti, restituirti quella confidenza che credevo persa, non è spiegabile, se non per chi lo ha provato.

Non credevo che avrei ritrovato tutto questo, non credevo che da qualche parte si potesse ricomporre, come il volo di quegli uccelli sparpagliati a caso nel cielo e poi in un attimo formano un disegno preciso che neanche il più fine degli illustratori riuscirebbe in così poco tempo a tratteggiare.

Non credevo che la mia schiena reggesse, a farlo girare alla corda, e invece non ha mosso un passo di troppo. Perfino il “vizio” di sottrarsi quando viene legato e poi sellato sembra scomparso. Forse perché in questi giorni l’ho legato, senza neanche fermarlo, semplicemente infilando la longhina nell’anello senza annodare, soltanto per lunghe e piacevoli sedute di toeletta, o per meglio dire, di grooming. Dopo una notte al fresco nel paddock una bella doccia rinfrescante con tanto di saponata e balsamo per districare coda e criniera; poi nel fresco del box tutto il giorno e nel tardo pomeriggio venti minuti di lavoro a terra che neanche lo avesse fatto fino al giorno prima. Babbo quando diceva che domava i cavalli “alla voce” intendeva questo: non far grandi fatiche, perché basta chiedere che cosa si desidera, accompagnandolo con i gesti, perché esegua passo, trotto, galoppo e cambi. Anche questo non l’ha dimenticato. Come non ha dimenticato la mia voce, che cerca drizzando le orecchie appena mi sente da lontano.

Montato poi, da Vildo naturalmente, non mi aspettavo di trovarlo così bravo. Credevo che avrebbe fatto il matto, sgroppato, e messo su una specie di rodeo che sarebbe anche stato divertente da guardare (dato che in sella non c’ero io ovvio, ma il più esperto uomo di cavalli che abbia mai conosciuto). Macché: un orologio, forse appunto perché pienamente consapevole del soggetto in questione che, per l’appunto, non ero io. Questo non è dato saperlo dato che io, non senza un notevole sforzo, ho mantenuto la promessa, e il divieto, di risalire in sella. La sella è la bardella di babbo, con le sue nappe rosse. Un tuffo al cuore rivederla sulla schiena del suo Velluto.

I cavalli montati da Vildo, se anche si reincarnasse Bucefalo in crini e zoccoli, sembrano tutti degli orologi. E lui non perde un capello, non muove un muscolo fuori posto, “non si annerva” mai: il primo insegnamento che dà a tutti i suoi allievi e che a suo tempo dette anche a me. Metterlo in pratica ovvio è un’altra cosa ché non c’è creatura sulla faccia della terra che metta alla prova nervi e pazienza quanto un cavallo bene intenzionato a farlo.

Poi lo ha montato anche Eleonora, la fidanzata di Simone ed è stata una riprova: com’erano belli! Hanno trovato subito la giusta sintonia: quel mix di fermezza e gentilezza che con lui funziona sempre. Lo so che dovrò darlo via questo cavallo, che la soluzione più giusta per lui, mettendo da parte gli egoismi, è trovare una persona che lo tratti proprio così. Non sarà facile, non sarà immediato, ancora una volta mi affiderò al destino, alle persone di cui mi fido, al mio istinto e a lui: a cavallo non posso più montare ma posso continuare a leggere il suo cuore. Questo sì.

Vorrei restare qui. Con la sensazione che sia il posto giusto.

Giusto per ritrovare un ritmo, per mettere al centro me stessa e ascoltarmi, giusto per lasciare che i ricordi del mio babbo, e di tanti momenti della mia vita, riaffiorino, circolino liberi e si posino dove meglio credono.

Giusto per trovare la giusta soluzione per questo cavallo, dal quale non avrei creduto che mi costasse così tanto l’idea di separarmi.

Giusto per essere circondata da persone che hanno capito qual è il loro posto nel mondo e magari, chissà, riesca a capirlo anche io. Giusto perché qui tutto è natura, cavalli e silenzio, gli unici rumori che si sentono sono le cicale, i nitriti e lo scalpitio degli zoccoli.

Giusto perché non voglio staccarmi da Velluto, vorrei continuare ogni mattina a fargli la doccia e ogni sera girarlo alla corda, qui. Qui e non altrove.

Giusto perché ci sto bene, e quando in un posto ci si sta bene bisognerebbe fare in modo di starci il più possibile.

E invece il mio tempo qui è finito, domani riparto. L’unico pensiero che mi consola è quello di trovare il modo di poter tornare, il prima possibile.

So che Velluto starà bene, e che lo troverò esattamente come lo lascio: nelle ottime mani di chi i cavalli li ama perché sono una ragione di vita.

Non è una vera e propria consolazione, ma quasi. Spero che funzioni.

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