“Cucino da cani” (Catullo docet)

Lo so, se volessi un blog di successo dovrei scrivere di cucina. I blog che parlano di cucina interessano a tutti. Cucinare è diventata un’operazione di gran moda, tant’è che adesso si parla di “cooking” e di “food” (food in tutti i modi e in tutte le declinazioni), di chef, che vanno in televisione, partecipando a talk show, reality e chi più ne ha più ne metta.

Perfino al Salone del Libro (di Torino) l’area più affollata è il “cookie corner”. Insomma, il cibo attrae, interessa. E di più: crea business. Non solo diretto, ma appunto, anche indiretto: i blog che parlano dell’argomento ne sono una – delle tante – prove pratiche. E allora?

Forse potrei lanciarmi e trasformare il mio blog, parlando di ricette, di cuochi famosi, di ristoranti, di prodotti… C’è solo un piccolo problema: io non solo non so cucinare, ma non capisco nulla di cibo e di tutto quel che lo riguarda.

È una cosa che proprio sanno tutti. Quando scrivo nei miei romanzi ricette, o descrivo piatti (anche di carne, nonostante che io sia vegetariana) non posso negare di affidarmi a delle “fonti”. Bene scelte, certe, ma di fonti pur sempre si tratta. Non di esperienza diretta, almeno nella maggior parte dei casi.

È come se volessi parlare di calcio, o di tennis, di qualcosa di cui conosco poco o nulla insomma, senza la minima capacità di distinguere un certo ingrediente. Senza considerare il fatto che non mangiando né carne né pesce di per sé è già esclusa una bella fetta di piatti e di cibi su cui posso avere una mia personale opinione. Certe cose semplicemente non le ho mai mangiate in vita mia, né, credo, mai le assaggerò. A me questa cosa che si debba assaggiare tutto per forza non mi è mai appartenuta, ecco. Perché dovrei essere “curiosa” di mangiare chennesò una scimmia, o degli insetti, oppure il pesce crudo? Per quanto mi riguarda è ovviamente parte anche di una scelta etica, ma considerando il fatto che non mangiavo “cadaveri” nemmeno quando ero bambina, di certo è qualcosa che ha a che fare con un concetto fondamentale per me. Si mangia per sopravvivenza e si mangia diciamo quello di cui si sente di avere bisogno, e non per chissà quale mai piacere. Lo so, è un concetto che atterrisce. Spesso quando timidamente (a volte, sempre più spesso metto da parte la timidezza) lo esprimo mi trovo davanti gli occhi sgranati (talvolta quasi schifati) dell’interlocutore.

Quasi mai riesco a spiegarmi bene. Non è che non mi piaccia mangiare, anzi io mangio di solito 5 volte al giorno: colazione merenda pranzo merenda cena. Però mangio sempre (più o meno) le stesse cose, e mangio perché e finché ho fame, sennò no. E soprattutto non ho alcuna passione  né propulsione per cucinare.

Questo singifica adattarsi ad alcune regole di base molto semplici: comprare cibi già pronti (purché accettabilmente sani); preparare cose semplicissime e sempre le stesse (pasta al pomodoro, insalate, uovo al tegamino e così via); accettare tutto ciò che qualcun altro (soprattutto mia madre) cucinano per me.

Sono principi su cui si può fondare tranquillamente la sopravvivenza alimentare (mia e di mio figlio, il cane per fortuna mangia le crocchette, mi ci mancherebbe di dover cucinare pure per lui). Però c’è un problema, o meglio una situazione che presenta qualche complicazione in più. Ovvero gli inviti a pranzo o a cena. Con un importante distinguo.

Se invito un amichetto di mio figlio è facile, se invito un’amica stretta è facile: sono persone che si accontentano di quel che mangio io – e che soprattutto segretamente sperano che ci sia in casa qualcosa che mi ha fornito mia madre (lasagne, minestrone, ravioli, torte salate e tante altre cose buone).

Il problema si pone quando invito un numero più elevato di persone… perché a me piace organizzare occasioni conviviali con gli amici: pur non amando cucinare, pur non capendo nulla di vini (ma lì è più facile, basta farsi dare dei suggerimenti precisi) non rinuncerei al piacere di invitare qualcuno a cena.

Che fare allora? Be’ qui il suggerimento più intelligente mi viene da parecchio lontano. Per la precisione dal famoso poeta latino Catullo, vissuto nel I secolo prima di Cristo (84-54 a.C.). Per la precisione dal suo tredicesimo Carme dedicato all’amico Fabullo che attacca così:

“Cenabis bene, mi Fabulle, apud me

paucis, si tibi di favent, diebus,

si tecum attuleris bonam atque magnam

cenam, non sine candida puella

et vino et sale et omnibus cachinnis”.

Ecco, detto meglio di così non si può! Ovviamente approvo solo che i miei ospiti portino “bonam atque magnam cenam”, la puella non è affatto richiesta e neppure il “sale” e le risate, per quelle fortunatamente mi posso attrezzare da sola.

Altrettanto ovvia è la motivazione, diversa dall’amato Catullo: lui lamenta di avere “il borsellino pieno di ragnatele”. Io, invece, molto più semplicemente, non so cucinare, né ho voglia di imparare. Insomma Catullo ha inventato 24 secoli fa il “porta-party”! E oggi è una formula molto in voga, non sono certo l’unica a proporlo, anche se alcuni la considerano poco educata. Ebbene io rispondo: la promulgava già Catullo, addirittura gli ha dedicato anche un Carme, che io ho stampato e appeso nella mia cucina. Come fonte mi pare piuttosto autorevole ecco. Se lo faceva lui voglio dire, lo posso fare anche io.

Io ci metto la casa, una bella apparecchiatura, il vino, le risate e tutto il resto: è sul cibo che sono una schiappa. E allora? Allora basta che a quello pensino gli ospiti (anche cucinando direttamente a casa mia volendo) io mi limito alla manovalanza e alla fornitura del materiale primo o delle cose più semplici.

Tornando quindi all’idea di un blog di cucina, adesso credo sia più chiaro perché non è il caso che mi butti sulla materia cibereccia. Sarebbe proprio un disastro temo.

A meno che, se proprio decidessi di cambiare il tema, e quindi il nome del mio blog, potrei buttarmi su un’unica scelta: trasformarlo da “scrivo da cani” in “cucino da cani”.

Tra i tanti super esperti di “cooking”, forse almeno raccatterei la solidarietà – e la simpatia – di qualcuno che, come me, pur non avendo il coraggio di ammetterlo pubblicamente, inneggia al porta-party di catulliana memoria come forma di “ammortizzatore sociale” per gli inetti dei fornelli…

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