Ai nostri tempi non usava

Ai nostri tempi non usava un sacco di cose. Prendi un argomento a caso: i compiti, quando mai i nostri genitori passavano interi pomeriggi a seguirci nella lezione per casa? Noi sì, naturalmente dopo aver consultato sia la chat delle mamme che il registro elettronico perché figurati se il tuo figliolo se li segna a mondo, i compiti da fare.

Colpa nostra, di noi mamme moderne, voglio dire. Ci sta. Però se lo facciamo più o meno tutte, mi dico io, come è possibile che siamo un branco di deficienti e che non se ne salvi nessuna (o quasi)?

Ai nostri tempi non usava consultare i bimbetti per qualsiasi cosa. Al massimo, ma se proprio ti andava di lusso, potevi scegliere se per merenda preferivi pane e pomodoro o pane e marmellata. Non è che per qualsiasi passo da muovere che lo riguardi il pargolo di casa poteva sindacare, nonché scegliere, se fosse più opportuno che quel tale passo lo si muovesse a destra, sinistra, avanti, indietro o se addirittura non fosse meglio stare fermi.

Restando nel mondo della scuola, e citando esempi personali per non sembrare che parli solo di teoria: prima di cambiare scuola a mio figlio in terza elementare (mai scelta fu più intelligente peraltro) ci abbiamo messo un anno, avendo consultato perfino esperti pedagogisti e psicologi se potesse essere la soluzione più opportuna o meno. Io ho fatto l’asilo (dalle suore) a Pistoia, poi ci trasferimmo a Parma, cambiando quindi anche città, dove ho fatto i primi tre anni di elementari per poi traslocare in quel di Pisa, dove fui iscritta (a caso) nella scuola elementare più vicina alla casa presa in affitto, per finire le elementari. In prima media mi mandarono, come era ovvio, nella scuola più prossima, solo che i miei genitori decisero di cambiare casa, e di trasferirci in un altro quartiere della città. Che fai la bimba la lasci laggiù che è scomodo? Chi ce la porta poi? Perché era ovvio e scontato che a scuola ci andavi da te, a piedi o in bicicletta a seconda del tempo e dell’età. Indi la seconda e la terza media l’ho fatta in un’altra scuola ancora, effettivamente molto più vicina alla nuova casa.

E non è che con questo voglio dire che i miei genitori erano dei cattivi genitori, o poco attenti. Anzi. È solo che “usava così”. I figlioli andavano dietro alle esigenze della famiglia e di certo non erano loro a dettare le condizioni di vita. Ma non solo nelle cose più importanti, come appunto la scelta della città in cui vivere o della scuola, ma perfino degli aspetti più spicci della quotidianità.

Un altro esempio? La televisione. Ecco quello non era un oggetto pensato per poter essere utilizzato dai bambini a loro piacimento. A me e a mio fratello era concesso di vedere i cartoni animati il pomeriggio, dopo i compiti, poi stop. La sera si guardava il telegiornale e poi un film scelto dai genitori, anche perché a una certa ora (prestino) ci spedivano a letto, con un libro e buonanotte.

Adesso a qualsiasi ora del giorno devi lottare per spiccicare l’infante dalla playstation, o in alternativa da qualche abominevole video dei più famosi YouTuber che fanno quattrini a palate parlando ai nostri figli di idiozie con voci stridule e insopportabili.

Anche questa è colpa nostra, ovvio, perché basterebbe tenerla spenta, quella benedetta televisione, oppure installarci un timer, alla fine di un tempo stabilito come per magia si spegne, o implode o esplode, insomma torna il silenzio in casa.

Ai nostri tempi poi non usava, quando ci si trovava con gli amichetti, giocare ai videogiochi, perché ci spedivano (e volentieri andavamo) nei giardini, cortili, o anche in strada. I giochi erano molto più semplici, spesso inventati, perché oltre una bici, qualche bambola o un pallone non avevamo. E non li avevamo perché nessuno li aveva, i bambini, di ogni ceto o estrazione sociale, giocavano allo stesso modo. Che bellezza. Se poi toccava stare in casa c’erano le Barbie, magari carte e qualche gioco da tavola.

E poi i lego. Quanto ci ho giocato con i lego (perché giocavo spesso con i maschi, avendo un fratello). Anche quelli erano diversi, semplici mattoncini, con quelle basi verdi, da utilizzare sprigionando la fantasia. Nessun manuale di istruzioni per costruire una cosa precisa, che poi una volta montata adesso metti lì e compri un’altra confezione. E così via. Perché una volta costruita, chessò la Millenium Falcon – 7500 pezzi, con un manuale di istruzioni pari a quello di meccanica 1 della facoltà di ingegneria – cosa fai poi la sbricioli? Ovvio che no! Ai nostri tempi non usava insomma comprare cinquanta confezioni di lego, perché giocavamo sempre con gli stessi mattoncini colorati che di volta in volta montavamo e smontavamo.

Mi rendo conto, man mano che scrivo, che mi vengono in mente decine di cose che effettivamente funzionavano in maniera parecchio diversa, e sono certa che altrettanto verranno in mente anche a voi, se state leggendo. Sta di fatto che “i tempi sono cambiati” per i bambini-ragazzi di oggi rispetto alla generazione dei loro genitori, ovvero la nostra. E non è che son passati cent’anni, e neppure cinquanta. È passato poco tempo eppure quasi tutto è cambiato.

Un male del tutto? Be’ forse no, questo sarebbe esagerato e ingiusto. Certo è che ad essere cambiata non è, di fatto, la natura dei bambini, ma il mondo in cui si sono trovati a nascere e soprattutto crescere. E questo è un dato di fatto, con il quale non possiamo non fare i conti, limitandoci al nostalgico “ai nostri tempi non usava”, perché ai nostri tempi era parecchio diverso anche l’ambiente che ci circondava. Spesso e volentieri si avevano a totale disposizione i nonni (noi per esempio siamo cresciuti con una nonna in casa), giocare nei giardini o per strada era comune usanza perché nessuno temeva pedofili, spacciatori et similia. Anche giocare nelle case altrui era diffusa abitudine, per cui fatti i compiti ci si ritrovava a casa di qualcuno o viceversa eravamo noi ad ospitare i compagni. I bambini non erano costretti a forsennate attività pomeridiane che variano oggi dai corsi di inglese, di musica, almeno due attività sportive, catechismo, scout per cui le madri arrancano come tassisti newyorkesi sballonzolando i figli a destra e a manca.

Che i bambini sono in realtà rimasti gli stessi me lo dico, rasserenandomi, quando osservo mio figlio, da solo o con amichetti, in uno spazio all’aria aperta: si rincorrono, giocando a nascondino, segnano le porte con le magliette e fanno una partita a pallone, si arrampicano sugli alberi o sulle balle di fieno. E io tiro un sospiro di sollievo.

Sempre se non hanno a portata di mano un cellulare, altrimenti si immobilizzano e si accrocchiano tutti intorno a quello. Potrebbe pararglisi davanti anche un unicorno e non se ne accorgerebbero.

Colpa loro? Colpa nostra? Difficile da dirsi, di fatto il saggio detto recita “la colpa morì fanciulla”. Di certo cavarsela con un semplice “ai nostri tempi non usava” mi rendo conto che è una strada troppo semplicistica, anche se la tentazione di brandirla come arma, di difesa, e non di accusa si intenda, è forte. Non possiamo sradicare dal mondo i cellulari, le playstation, i Nintendo e neppure quei malefici YuouTuber che loro tanto amano e che magari sognano di imitare.

L’unica cosa che mi sento di poter affermare con una qual sicurezza è che ai nostri tempi non usava che gli adulti si preoccupassero così tanto di cosa facevano i bambini. Noi forse lo facciamo troppo: li “sorvegliamo” troppo. Ma c’è forse un’altra scelta, rispetto al mondo in cui siamo cresciuti, così diverso da quello in cui crescono loro? Io non so dare una risposta, gli esperti ci provano con tante teorie, anche molto discordanti fra loro e io non saprei certo dire chi ha ragione, né quale sia la ricetta giusta.

Ammesso che la ricetta giusta esista, anche in questo, evidentemente, non sono una buona cuoca.

4 pensieri su “Ai nostri tempi non usava

  1. Piero Ciabattini ha detto:

    Piacevole leggerti, sopratutto se completamente d’accordo con ciò che scrivi.
    Una punta d’invidia sul tuo percorso scolastico; io sono stato meno fortunato a causa del lavoro di mio padre e ancora oggi, in procinto dei 62 anni, è una ferita aperta che non si rimarginera’ mai. Ma erano altri tempi e come giustamente dici “i figli andavano dietro la famiglia”. Eccolo, te lo descrivo:
    Dalla prima alla terza elementare a Pisa, alle Amedeo Parmeggiani, oggi asilo.
    Quarta e quinta elementare a Como.
    Prima e metà seconda media a Varese.
    Fine seconda media e fino al terzo anno delle superiori a Salerno. Gli ultimi due anni e la maturità di nuovo a Pisa.
    Mai rimandato a settembre. Mai respinto.
    Ma con una media voti non proprio eccelsa che faceva sì essere considerato dai miei genitori uno svogliato senza attitudine allo studio. Io sono di parere contrario, potevo drogarmi e non l’ho fatto, potevo diventare un serial killer ed invece sono una persona “normale?”. Ecco, forse normale normale no, ma nessuno è perfetto.
    Tu che ne pensi?
    Ciao, con affetto e stima
    Piero Ciabattini

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    • francepetrucci ha detto:

      accidenti Piero….mi batti alla grande! due anni di parmeggiani (4a e 5a elementare) li feci anche io! chiedersi quanto le scelte dei genitori possano incidere sul percorso della vita dei figli è legittimo, anche se forse alla fine quello che possiamo dirci è che…è andata come doveva andare, perché secondo me, magari attraverso strani giri, ma diventiamo quel che dovevamo diventare….no?

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  2. piero ciabattini ha detto:

    eh lo so, a livello trasferimenti scolastici penso di essere un imbattibile. Non so se è andata come doveva andare, alle medie eccellevo in tutte le materie artistiche e letterarie, adoravo il disegno, andavo bene in geometria e non in matematica. Avrei tanto voluto fare il liceo artistico per poi passare ad architettura. Vedevo il mio futuro in mezzo a fogli immensi, matite, penne a china e plotter, su e giù per cantieri con la mitica “scarpa”. Invece “loro” erano convinti che non fossi portato per lo studio e quindi dovessi fare una scuola che mi desse subito un diploma per poter lavorare, che se facevo l’artistico finivo a fare il madonnaro con i gessetti colorati. E di conseguenza hanno fatto in modo che mi iscrivessi a … geometri? noooooo, a ragioneria!. Lungimiranti. Infatti oggi sono al 37°anno di professione in attesa di finire per potermi dedicare negli ultimi anni che spero mi rimangano a tutto ciò che mi è stato tolto. E’ andata come doveva andare? Non lo so. Dovevo diventare un ragioniere? Non lo so, credo di no, penso di no, ma spero di si. Casomai veramente non imbroccavo e finivo chissà come. Ma, chi può dirlo? Lo hanno fatto per il mio bene, ciechi non vedevano l’ovvio davanti ai loro occhi (per divertimento disegnavo e urbanizzavo città immaginarie) e si sono comportati di conseguenza. Mi sorvegliavano troppo e non vedevano niente di me. Oggi, forse, se i ragazzi sono sorvegliati troppo, è perché i genitori hanno paura del mondo che li, ci,circonda.
    Buonanotte

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