L’arte di accumulare, da vizio a virtù

Questo mi serve. Questo lo tengo. Ah questo senz’altro dispiace buttarlo, è un ricordo. Questo? Si sa mai che poi torni di moda. Diciamo la verità, buttare è un peccato, se poi il posto ce l’hai tanto vale mettere da parte, no? Poi dopo deciderai. Poi. Dopo. Il bello arriva quando quel “poi” si presenta alla porta, bussa e con un sorrisetto di chi la sa lunga ti dice ciao ti ricordi di me? Sono quel “poi”, eccomi qua e adesso sono cavoli tuoi.

Lo so esiste anche un disturbo, di quelli veri eh, scientificamente provati e studiati. Si tratta, mi sono documentata, del disturbo da accumulo (Hoarding Disorder) altrimenti detto disposofobia, addirittura entrato ufficialmente a far parte della nosografia psichiatrica e psicopatologica nel 2013, con l’uscita del DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Insomma roba seria. Ma no, mi dico, mica mi riguarda, ora non esageriamo. Però vediamo le caratteristiche, sì dai le leggo, si sa mai. Tipo:

difficoltà a buttare via o separarsi dai propri oggetti con conseguente disagio. Oddio questo un po’ sì, lo devo ammettere.

accumulo che congestiona gli ambienti della casa e ne impedisce l’uso per cui erano originariamente designati. Questo no eh, non è che riempio la cucina in modo tale da non poter più nemmeno cucinare. Questo no. Menomale.

eccessiva acquisizione di oggetti non necessari, di valore limitato o per cui non vi è sufficiente spazio in casa. Ecco, qui la mia la posso dire.

Leggo anche che prima si tendeva ad associare questo disturbo a quello ossessivo-compulsivo e invece no! C’è la sua bella differenza, hanno scoperto. Ovvero i pensieri di chi accumula come se non ci fosse un domani sono egosintonici (cioè non sono percepiti come un problema dal soggetto). È chiaro no? Il problema è che la casa è troppo piccola, semmai!

Continuo a documentarmi, leggendo un paio di articoli scientifici e in effetti rimango esterrefatta. C’è chi arriva appunto a serie problematiche con la famiglia, chi riceve lo sfratto, chi incappa in guai legali o di salute. Non c’è da scherzarci. È un affare serio davvero.

Scopro che esiste anche la sindrome di Diogene, che porta le persone a conservare perfino i rifiuti, avanzi e cibo andato a male.

Ci sono poi soggetti che accumulano gli “animali”, disturbo terribile, anche perché ad essere coinvolti non sono oggetti ma esseri viventi! Quindi un atteggiamento che può apparire dettato da “amore incondizionato” per gli animali si configura addirittura in alcuni casi con il reato di maltrattamento perché certo una situazione di “accumulo” non può garantire il benessere. Anche questo disturbo ha un nome, e non certo a caso: Sindrome di Noè. Le persone affette da questa sindrome recuperano animali tenendoli in casa a decine o a centinaia, in condizioni poco salutari in seguito alla difficoltà di prendersi cura di tanti animali contemporaneamente.

In Italia è stato mandato in onda da Real Time perfino un programma dal titolo Sepolti in casa, realizzato sulla traccia di un docu-reality  statunitense che si chiamava Hoarding: Buried Alive.

Un disturbo insidioso, dunque, perché resta chiuso fra le mura domestiche, chiusa la porta di casa, nascosto il problema.

Gli specialisti consigliano massima allerta e prudenza, e soprattutto di lavorare sulla prevenzione. Prevenzione. Attenzione ai così detti “campanelli di allarme”, quali la raccolta e la conservazione di oggetti inutili, il disordine endemico in casa e negli spazi vitali, gli acquisti a ripetizione di una miriade di articoli di scarso valore: tutti campanelli d’allarme da non ignorare.

Guardo la distesa di oggetti di ogni sorta sbucati dalla mansarda dove sono stati “accumulati” per quasi dodici anni e penso ai contenuti degli articoli sul disturbo specifico. Ok non è che sono proprio patologica, però una riflessione vale la pena farla.

Perché quando ti trovi ad affrontare un trasloco il dilemma si pone: tengo o butto? Subito a ruota la domanda: se lo tengo, per quale motivo? E soprattutto per quale utilizzo? Ma gli oggetti poi devono per forza “servire a qualcosa”? Eh no eh, non ci cascare: questa vocina porta su una brutta strada. Se le vai dietro non butti nulla. E punto e capo. Lo studio poi è una selva oscura di fogli documenti di ogni sorta data e tipologia bozze degli undici libri scritti e pubblicati locandine biglietti inviti foto lettere… aiutoooo!

Mi armo di cestone della carta da un lato, per eliminare almeno tutti fogli che davvero ormai non servono più. Ma tutto il resto? Se lo butto comprarlo, o riceverlo in regalo non avrà avuto alcun senso. E così, finalmente, arriva la svolta. La consapevolezza che quanto decido di non tenere non andrà buttato: mi è stata indicata una persona di grandissimo cuore che si occupa di recuperare cose usate per distribuirle a persone bisognose.

E così è arrivata Sabrina e abbiamo riempito la sua e la mia macchina di abiti giochi elettrodomestici e chi più ne ha più ne metta che basterebbero ad allestire tre asili nido e due scuole materne. Santa Sabrina. È contenta, mi dice che sono circa 250 le persone bisognose di cui si occupa. “Saranno felici di ricevere tutte queste belle cose”.

Riempite le auto mi rendo conto che almeno di un pezzetto la mia quasi ex casa è più vuota, ma il mio cuore si è riempito.

Grazie alle persone come Sabrina, che mi ha fatto capire che conservare non ha senso, se quel che resterebbe inerte e dimenticato in uno scaffale o in una soffitta può davvero cambiare almeno un pochino la vita a qualcun altro.

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