Se un’alba d’autunno un cacciatore

Com’è andata ancora non si sa. E forse non si saprà mai. Fatto sta che a un certo punto, in un certo posto, da un fucile Winchester sono partiti dei colpi calibro 300 Magnum, e invece di un cinghiale hanno colpito prima il braccio, poi l’addome di un ragazzo. Passeggiava con il suo cane per i boschi, era l’alba, alcuni dicono che no, faceva parte della battuta di caccia pure lui, questo ragazzo di 19 anni, che si è trovato nel punto sbagliato nel millesimo di secondo sbagliato.

Un incidente, una terribile fatalità, un appuntamento con un tragico destino al quale Nathan, si chiamava così lo sfortunato giovane, era forse destinato dal giorno in cui è venuto al mondo. Chi può dirlo. Non sarebbe accaduto, se fosse passato soltanto pochi centimetri più in là, se quella mattina avesse avuto il raffreddore e non se la fosse sentito di uscire a passeggiare, se il fucile si fosse inceppato, se uno starnuto avesse distratto il colpo altrove. Se la caccia al cinghiale non fosse stata anticipata di due settimane in Liguria. Se la caccia non esistesse. Se. Ma quando muori in un modo così assurdo i se non contano, non te ne fai di nulla dei se, se perdi un figlio, un fratello, un amico, un fidanzato. Se ammazzi un uomo, invece di un cinghiale, con i se non ci dai da mangiare ai morsi che ti divoreranno lo stomaco per tutto il resto dei tuoi giorni. Quante vite rovinate? Parecchie, oltre a quella della vittima ovviamente.

Omicidio colposo, i carabinieri indagano, per capire, per ricostruire come sia potuto accadere: scambiare un fruscio per la presenza di una preda, un ragazzo (o forse il suo cane?) per un cinghiale. E noi tutti ci domandiamo, dall’alto del trono dell’onniscienza che social e web ci infonde a profusione, come possa essere potuto accadere. Ci scagliamo contro la caccia, noi “animalisti” (perché lo metto tra virgolette lo spiego un’altra volta, ma sappiate che non è a caso) soprattutto. La caccia è violenza, la caccia è barbara, la caccia va abolita. La caccia – e i cacciatori – sono il male assoluto, o almeno qualcosa che ci si avvicina molto, poiché in ogni caso sono portatori di morte: per gli animali, sempre, per altri essere umani, non così di rado. E su questo non ci piove e se anche ci piovesse l’acqua scivolerebbe giù che è una bellezza.

Io non amo la caccia, non mangio carne per ferma scelta fin da quando ero poco più di una bambina, non ammazzerei mai un essere vivente (se si escludono le zanzare, bisogna che lo ammetta). Questa come premessa, perché sia chiaro che non sono qui a difendere chi la mattina si alza, si arma come se dovesse andare in guerra, e passa la giornata acceso dal desiderio, quasi sempre appagato, di far fuori animali innocenti che spesso neanche vengono mangiati, ma solo utilizzati come trofei.

Ma non è neanche questo il motivo per cui secondo me la caccia andrebbe davvero abolita, non solo e non tanto perché è una pratica barbara che prevede l’uccisione di animali voglio dire. Scusate tanto se lo dico fuori dai denti, ma allora aboliamo gli allevamenti intensivi, i mattatoi, i trasporti di povere bestie che viaggiano giorno e notte stivate in camion senza cibo e senza acqua, con arti fracassati e ricoperte dai loro stessi escrementi perché tanto sono “carne da macello”. Ecco, questa posizione qui è un pochino troppo comoda, un po’ come sputare post al veleno su FaceBook per poi magari alzare il culo dalla poltrona e metterlo su una sedia, davanti a un bel piatto di petto di pollo. Ho sempre detto, ed è una provocazione ovvio, che se dovessi nascere pennuto preferire fagiano, per morire con una fucilata, che pollo di allevamento, per morire senza mai aver avuto nemmeno la possibilità di vedere la luce del sole.

E qui si apre un dibattito che non finisce più, tante e tante volte intrapreso con amici e persone che sostengono le più diverse posizioni: dai più integralisti in un senso, ai talebani nell’altro. Dove sta la verità? L’uomo è onnivoro, ha sempre mangiato carne, ha sempre cacciato, “voi animalisti” volete stravolgere le regole più antiche della storia.

Guardate che non è questione di volontà, è che le “regole del mondo” cambiano da sole, anche a non volerlo, primo; secondo a cambiare sono gli uomini (purtroppo non sempre in meglio), e l’atteggiamento con cui si fanno certe cose. Come andare a caccia. Cari miei cacciatori, la verità, al di là degli incidenti, al di là delle tragiche fatalità, che possono capitare ovunque e a chiunque ma, guarda caso, sono sempre di più (e fatevele due domande no?) è che non siete in grado di imbracciare un fucile e andare in giro per i boschi. Siete, per la maggior parte, improvvisati, incompetenti, incoscienti. In altre parole: mine vaganti. Io il punto lo vedo qui. E questo io credo faccia parte di un normale evolversi delle cose, di sensibilità, di interessi, di saperi, di urgenze, di formazioni. Non basta ottenere in qualche modo un porto d’armi per ricevere con esso il brevetto di “cacciatore”, ovvero di uno che può andare in giro armato, e cimentarsi soprattutto nella caccia al cinghiale, la più pericolosa in assoluto, perché si fa “a squadre”.

A parlare di caccia si accendono in me, ogni volta, vivissimi i ricordi di quando ero bambina. Mio padre era un cacciatore, per tanti anni è andato per boschi con cane e fucile, solitamente da solo.

Io mi alzavo prima dell’alba, ho sempre dormito poco anche da bimba, per augurargli “buona caccia” proprio mentre stava per uscire. Il dispetto più grande che si può fare a un cacciatore che quasi non parte neanche se si sente dire una roba del genere. Mi piaceva osservare il cane, la Jusy, poi Brina, Cosetta, e il grande Ares, la Betta e tutti quelli che abbiamo avuto. Diventavano matti quando capivano che era giunto il gran giorno. Il mio babbo li addestrava con pazienza al difficile compito della ferma, per poi far volare l’animale al cenno del conduttore e infine andarlo a recuperare una volta caduto a terra per riportarlo, intatto. Questa pratica per me è sempre rimasta una teoria, perché i nostri cani li ho sempre e soltanto visti in casa sul divano o sui letti, in giardino a giocare al sole o in giro per prati. A caccia mai.

Una volta il mio babbo insistette fino allo sfinimento: il nostro bracco di Weimar, Ares, aveva ottenuto il titolo di campione italiano, non era possibile che non conoscessi questo suo aspetto, se davvero gli volevo bene dovevo vederlo al lavoro, e non solo in casa o in giro in campagna per divertimento. Insomma, non so come, ma mi feci convincere. Ovviamente quel giorno non gli feci prendere nulla: quel fagiano era senz’altro troppo giovane, l’altra era una femmina, di sicuro aveva i piccoli, e quello? Quello no, non vedi che è anziano, sarà carne durissima. Tornarono a casa con un diavolo per capello, e per pelo: lui e il cane che, secondo mio padre, “si era sdegnato” con lui per avergli scovato almeno quattro o cinque fagiani che erano poi volati via tranquilli, con grande disapprovazione del cane, e soddisfazione mia.

Erano tante però le volte in cui, dopo ore e ore passate in giro in solitudine per i boschi, in particolare quelli del nostro Appennino, mio padre e il cane tornavano a casa a mani vuote, avendo cercato invano la preda più ambita: la beccaccia. Le ricordo come fossero adesso, quelle giornate piovose e fosche d’autunno, il cane che tornava zuppo e distrutto, mia madre lo asciugava con un vecchio asciugamano e lui si andava ad acciambellare accanto al fuoco, per dormire poi per tre giorni, stanco, e pienamente soddisfatto, da quell’attività e dal lavoro svolto con mio padre che per tutti loro è sempre rimasto il preferito, il vero punto di riferimento.

Mi ricordo quando sbirciavo il bottino di caccia, solitamente un paio di fagiani, sapevo distinguere i maschi dalle femmine, e accarezzavo le piume multicolori, se si trattava di un maschio – verde blu arancio, una meraviglia – più spenti i piumaggi delle femmine, neri e dorati. Mi dispiaceva di più per le femmine, lo devo ammettere, perché temevo sempre che avessero lasciato orfani i loro piccoli. Pensavo a com’erano belli, DA VIVI, con quei colori, a volare nel cielo, una cosa che noi umani, che le ali non le abbiamo, non sapremo mai fare.

Ho fatto una lunga digressione, con questi ricordi di infanzia, lo so che apparentemente c’entra poco, ma invece fa parte del concetto che volevo esprimere. Nel dire che la caccia non mi è mai piaciuta, nemmeno da bambina, e mai l’approverò in nessuna sua forma, ma che comunque ci sono, o forse è più corretto dire c’erano, cacciatori e cacciatori, e modi di cacciare assai diversi fra loro.

Per chiudere, sennò la faccio lunga che non finisce più, quel che volevo dire è che di cacciatori che si comportino nel modo sopra descritto di fatto non ce ne sono più, e non è possibile nemmeno che ce ne siano, per quel naturale evolversi del mondo che oggi non permette più una formazione di questo tipo, che prima veniva tramandata dai padri o dai nonni, insieme a una profonda conoscenza dei territori, degli animali e anche una maggiore dimestichezza con le armi, va detto.

Quel tempo è finito, passato, appartiene a un’altra epoca.

È tempo adesso che quella stessa passione, quella stessa voglia che spingeva i nostri nonni e i nostri padri ad alzarsi la mattina alle cinque per vivere una giornata immersi nella natura, imbracciando però un fucile, la trasmettiamo ai nostri figli OGGI in una forma diversa. Il fucile lasciatelo a casa, gli animali lasciamoli vivere in pace e impariamo ad osservarli, a proteggerli anzi, perché sono una risorsa da tutelare e non prede da uccidere.

È un concetto semplice, alla fine, chiaro, pulito, e soprattutto non ammazza nessuno, che abbia due o quattro zampe. Vi pare poco?

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