Tema: il richiamo. Svolgimento: come essere più interessanti della cacca

Quello del richiamo è un tema “caldo” per qualsiasi proprietario, per tutti coloro che hanno la fortuna di dividere la proprio vita con un cane da caccia direi che è “bollente”.

Il punto è: quando porti in campagna, o nel bosco, un arnese di 35 chili di muscoli e cineticità, dotato di un naso che potrebbe essere utilizzato da Google Maps per mappare la presenza di pollai, recinti con pecore, capre, asini, cavalli, per non parlare di daini, caprioli, cinghiali, volpi, conigli o perfino gatti su un territorio di dieci chilometri quadrati come fai? A) Non lo sciogli. Non ci piace. B) Lo sciogli e ti fai il segno della croce. La seconda. Più che il segno della croce, sennò sembra una cosa esagerata, speri con tutto il cuore che tutto quello che costruisci con lui ogni giorno porti qualche frutto. Perché dedicare tempo a educarlo, leggere fior fiori di libri, frequentare corsi, e farsi seguire da esperti educatori cinofili potrebbe, come dire, non bastare.

Di fronte a certe tentazioni, cui è difficilissimo resistere, se ti metti nei panni, o meglio nel pelo, per esempio, di un bracco italiano che porta nel suo dna un camion di geni che gli suggeriscono “vai e scova la preda”. Quindi dicevo, lo sciogli e lo osservi partire felice con quel suo trotto fiero e il naso per aria, non ti perde mai di vista, che l’abbandono è una brutta cosa sia mai che tu decida di lasciarlo lì e andartene, ma contemporaneamente gli stimoli che arrivano dall’esterno attivano in quel suo cervellino una rotellina che ogni tanto scatta e tac! Parte.

E io lo so quando parte, lo vedo, lo conosco talmente bene che, anche se spesso non riesco ad individuare il motivo – o il movente – esatto, capisco che qualcosa ha attirato la sua attenzione o meglio il suo nasone e ciao.

Ciao amica cui voglio tanto bene e se ti perdo di vista un secondo torno indietro frignando, io c’ho da fare un attimo una cosa importante e poi torno eh? Cioè, non pensare che non torni, aspettami e vedrai che sorpresa ti faccio.

Oggi, per esempio, ho portato il braccone a fare una delle nostre camminate, in un posto bellissimo dove andiamo spesso, e lì, me ne sono ormai accertata, pollai non ce ne sono. C’è a un certo punto una baracca dove suppongo siano tenute delle pecore che a volte abbiamo incontrato in giro (con grande gioia del pastore a cui ho risposto quando lei legherà le pecore io legherò il cane), ma lì, in quel recinto, non ce le ho mai viste. Ci trovo spesso invece due poveri cani legati a una catena che abbaiano come matti quando passiamo ma Cirano, il suddetto bracco, è per la pace nel mondo nei confronti dei suoi simili, nonché uno scansaguai che mai e poi mai si avvicinerebbe a un cane che gli abbaia contro legato a una catena.

Quindi, ci metterei la mano sul fuoco, non gli interessa andare dai quei cani.

Però si ferma, tira su il tartufone, una frazione di secondo e parte. Ciaone. Attraversa con quelle gambe lunghe e veloci tutto un campo (ovviamente coltivato con non so che) per raggiungere la zona della baracca. Io lo osservo dall’alto perché stavamo camminando sull’argine e campo e baracca sono nella zona che si trova sotto.

Lo richiamo, ma niente. Ecco che scopro l’oggetto di cotanto interesse e desiderio che, per una volta, non è esattamente una preda, ma insomma ha forse un appeal ancora maggiore. Ha individuato infatti un bel mucchio di indefinito materiale, che dopo scopro essere letame, di pecora credo, e ci si rotola con grande soddisfazione una prima volta. Secondo richiamo, simile all’urlo di Tarzan: CIROOOOOOOOOOOO!!!. Niente. Al secondo urlo corrisponde una seconda, goduriosa rotolata nella cacca. Allora, ripassiamo. Il tono della voce deve restare calmo, più ti alteri peggio è, allegro, possibilmente, come se tu lo stessi chiamando per andare insieme a fare la cosa più bella del mondo. Col cavolo.

Parte il terzo: CIROOOOOOOOOO VIENI QUI! SUBITOOOOOO!!!!!

Un’ultima, ma rapida, rotolatina nella cacca. Poi si ferma, mi guarda da lontano, perché saranno cinquecento metri, e pensa. Ma cosa stai pensando in quel cervello di predatore col naso completamente fatto dal fantastico odore della cacca di pecora? Un altro richiamo. Sempre deciso.

E parte.

Parte e fa il percorso inverso, sempre con quelle falcate enormi, da puledro scombinato, le orecchie al vento. Riattraversa tutto il campo, risale l’argine e corre verso di me. Arriva con la lingua penzoloni, con un’aria tra il soddisfatto e il contrito che un pelino lo sa che una bella cosa non l’ha fatta, ma scusa mettiti nei miei peli era un’occasione davvero ghiotta. Mi si ferma davanti e al mio gesto della mano si siede.

Sporco di cacca e puzzolente, la voglia di dargli un paccone e dirgli maperchécavolononmiascoltimaiquandotichiamo c’è. Lo ammetto. Ma la ricaccio giù subito. Cerco un punto del petto che non sia troppo sporco di cacca e gli allungo tre belle pacche di soddisfazione condite con un “BRAVO”. Poi con il braccio lo sgancio e gli do il “VAI”. Riparte felice e contento, stavolta lungo l’argine senza farsi riprendere dalla tentazione.

Anche la voglia di mettergli il guinzaglio c’è, in questi casi, ma me la infilo in tasca e gli restituisco la fiducia e la libertà di correre, perché comunque, alla fine, risultare più interessante di un mucchio di cacca è davvero un’enorme soddisfazione. E non ha prezzo.

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