PER BALLARE IL TANGO SERVE CORAGGIO, PAROLA DI NORMA GOMEZ TOMASI

In una intervista si chiede a Norma Gomez Tomasi di definire che cosa significa il tango, la sua risposta mi ha colpito molto: “Qué significa el tango? La mejior definición es bailarlo”.

Credo che in queste poche parole possa racchiudersi l’essenza dello spirito del tango e del suo metodo di insegnamento, di cui ci ha dato un ottimo assaggio in uno stage suddiviso in due moduli, di tre ore ciascuno, presso il Centro Nagual il 15 e 16 novembre, organizzato dai nostri maestri Selene e Luca.

Io non conoscevo Norma – ballerina, coreografa e insegnante di tango con oltre 45 anni di esperienza – per molti del nostro gruppo invece è stato un ritrovarsi con lei, pieno di affetto, di memoria viva, seppure trascorsi alcuni anni dal suo ultimo viaggio, e ciclo di incontri, in Italia ha abbracciato tutti, chiamandoli per nome e dedicando a ciascuno un’attenzione, una cura particolare nel saluto. Connessione. Primo passo verso il tango.

Norma vive a Buenos Aires dove ha fondato con Ernesto Carmona la prima scuola di tango di Buenos Aires “Bohemia, Rincón de Arte”, in cui formano con il loro metodo unico per l’insegnamento del tango, registrato presso il Registro della Proprietà Intellettuale, ballerini professionisti e insegnanti di tango, ma insegnano anche a coloro che vogliono semplicemente comprendere che cosa “significa” ballare il tango.

Era questo, per me, lo scopo della partecipazione alle sue lezioni, che proponevano lo studio e l’approfondimento di alcuni aspetti fondamentali: “Abbraccio ed equilibrio. Musicalità e creatività”.

Ci siamo abbracciati, abbiamo cercato nuovi equilibri, ascoltando la musica, cercandola dentro di noi, per arrivare a interpretarla con creatività condivisa.

È stata un’esperienza molto formativa, un’occasione di riflessione e arricchimento non soltanto per ballare il tango, ma per cogliere le molte similitudini che ci offre con la vita, e con il modo con cui scegliamo di affrontarla.

“Il tango richiede coraggio – ci dice Norma – e fiducia, prima di tutto in se stessi e poi nell’altro”.

Senza coraggio non si balla, senza coraggio non si vive. Il coraggio della presenza, del volersi mettere in gioco, esporsi, offrirsi, magari sbagliare, ma nel tango l’errore non esiste: si tratta solo di un’occasione per creare qualcosa di nuovo, di inaspettato che sarà, perché no, forse, anche migliore. Di sicuro diverso, che cosa c’è di male? Chi decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? che cosa posso fare e che cosa è vietato? Tutte domande che la maestra ci pone perché cambiamo punto di vista, e proviamo ad aprirci a un nuovo modo di ballare: se lo sento, lo faccio.

Norma ci ha spinto così a uscire dagli schemi, a non ballare, e quindi porsi verso l’altro, con un pre-concetto, aspettandosi qualcosa di preciso e preconfezionato, ma a provare ad ascoltare, prima di tutto, la musica che nasce da dentro.

“Ognuno di noi ha una sua musica – suggerisce – provate quando camminate per strada a cantare o fischiare, forse chi vi vede vi prenderà per matto, ma vi accorgerete che anche i vostri passi sono una danza, si accordano a un ritmo, e sarà più facile ballarlo”.

È bello pensare che ciascuno abbia la sua musica, anche se il difficile è sentirla in due e riuscire a ballare la stessa! Riflettiamo sul valore dell’ascolto, dell’apertura verso l’altro: può trattarsi di una persona che non abbiamo mai visto, che forse non rivedremo mai più, che magari non parla la nostra lingua e non sappiamo neppure come si chiama. In che modo possiamo comunicare allora?

Con il linguaggio universale del corpo.

El cuerpo – spiega ancora Norma nell’intervista – non sabe mentir y que quando queremos mentir con el cuerpo se hace mas evidente la mentira”.

Un concetto davvero interessante. Il corpo dunque non può che esprimere qualcosa di vero, se lasciamo che fluiscano le emozioni, passandole all’altro, si crea così un cerchio che si autoalimenta, senza strappi, angoli o spigoli. È quello che accadeva all’origine di questo ballo, ci racconta in un momento di pausa Norma, ci sediamo a terra e ascoltiamo.

Immaginiamo l’epoca e i luoghi in cui le persone si ritrovavano, provenienti da parti lontanissime del mondo: Africa, Italia, Polonia, Spagna, Russia. Lingue diverse, storie diverse, abitudini, usanze, tradizioni, cibi diversi. Eppure c’era qualcosa che univa tutte queste persone così differenti. La solitudine, il senso di smarrimento, il bisogno umano di contatto. È così che nasce, nei barrios e negli spazi comuni delle abitazioni povere, il tango: toccarsi, abbracciarsi un’esigenza umana, prima di tutto. Si mischiano i suoni, i ritmi, c’è molto delle danze tribali africane, per esempio, ed ecco spiegato il motivo: su tre persone una era di colore.

Norma ci invita a pensare a questo quando balliamo: sentire l’abbraccio come un punto di contatto, di connessione e provare a “scrivere” con i piedi, con il corpo, un linguaggio nuovo, forte, vero. E da qui un altro concetto: El tango es MUGRE. Sporco. Non c’è perfezione, affettazione, si improvvisa e quindi quello che si fa può essere irripetibile, unico, non pulito.

È la danza del “qui e ora”, richiede presenza, partecipazione, saper dire: Eccomi, sono io, intero, unico, imperfetto.

Balliamo, ascoltiamo la musica, le parole di Norma, proviamo a farle nostre, le tre ore di lezione volano e si esce più leggeri, con qualcosa che ciascuno porta a casa per metterlo in condivisione di nuovo la mattina seguente, per altre tre ore di lezione.

Partiamo assonnati, ma ritroviamo subito lo spirito del giorno precedente: pensieri profondi – va bene portare nel ballo anche la rabbia, la tristezza, la nostalgia o la preoccupazione – ma vanno sempre tradotti in leggerezza. Come si fa a essere tristi o arrabbiati “in modo leggero”? una bella sfida, da cogliere, da provare a mettere in pratica. Un punto di vista diverso: profondo non vuol dire pesante.

Quanto della vita c’è nel tango e quanto ballare il tango può essere utile anche nella vita?

Molto, moltissimo, se lo si intende in questo modo. Che poi credo che sia quello più vero, come testimonia chi lo pratica e lo insegna da una vita intera.

Salutarci non è triste, c’è la promessa di rivedersi, magari a Buenos Aires, Norma ci assicura che troveremo una porta aperta e una bella tazza di mate sempre pronta.

Il saluto in realtà è più breve del previsto: ci rivediamo la sera stessa alla prima milonga organizzata dalla neo costituita associazione “Tango Spring”, che abbiamo voluto creare proprio per promuovere occasioni nelle quali esprimere questo concetto di tango.

Accoglienza, gioia, voglia di stare insieme, questi i principi della “Otra Milonga” che abbiamo organizzato con cura e attenzione a ogni minimo dettaglio, al Jazz Road in via Bovio a Pisa: la risposta è stata positiva: tante le persone che hanno partecipato, apprezzando la musica, l’ambiente caldo, il buffet semplice ma accurato. Il clima è di accoglienza, di voglia di ballare e stare bene.

Sarà una bellissima serata, in cui aleggerà, leggero ma profondo, lo spirito che Norma ci ha trasmesso nello stage. Lei ci osserva, seduta, annuendo: sono sicura che avrà pensato di aver fatto un ottimo lavoro con noi. Non possiamo che confermarlo.

Alla prossima milonga allora (il 13 dicembre per la “Otra”, sempre al Jazz Road) per rivedere Norma invece toccherà andare in Argentina…

Chiamata senza risposta

Oggi voglio parlare di un tema diverso, niente cani, niente cavalli, libri, bozze, autori, niente del genere.

Oggi voglio parlare di un vero e proprio mistero che, sono certa, non avvolge solo la mia esperienza, ma credo riguardi quella di molte madri di adolescenti.

Sì adolescenti, presente quelle creature che fino a ieri l’altro erano deliziosi bambini con la finestrella nei denti che ti facevano disegni con su scritto “ti voglio bene mamma” e oggi fanno finta di non conoscerti se ti incontrano per caso in strada imbrancati con gli amici, o peggio ancora, in compagnia di un’amica o di un amico speciale del quale tu devi ignorare l’esistenza perché se ti azzardi poi a chiedere “chi era quello/a?” vieni azzannata alla giugulare da un affilato “sono affari miei”? Quelli.

Quelle personcine che all’improvviso sono diventati più alti di te di venti centimetri ai quali non puoi più comprare simpatiche magliette o tutine nel reparto “bimbi” perché quando ti viene in mente di prendergli qualcosa, che tanto comunque non gli piacerà, ti rendi conto che gli ci vuole la M da uomo. Quei soggetti indecifrabili, imperscrutabili e impraticabili che si aggirano per casa o si spiaggiano in posizioni improbabili sul divano, sempre ovunque e comunque con il cellulare in mano. Gli si modificheranno le dita, a questi qui, perché praticamente non gliele vedi mai senza cellulare dentro, ci vivono in simbiosi, ci scrivono, ci leggono, ci fanno perfino i compiti con il telefonino, o così almeno ci vogliono far credere. Eppure… eppure… eppure, cosa succede quando provate a telefonare a vostro figlio o mandargli un messaggio? NIENTE. Esatto: non succede niente perché NON RISPONDE. E se poi ti ci incavoli e protesti ti dice: “eh ma non avevo sentito/visto!”. Come cavolo fai a non aver sentito (per carità forse ci sta anche, lo tengono sempre silenziato il telefono altro mistero dei misteri) oppure visto il cellulare dato che non te ne separi nemmeno per guardare dove metti i piedi quando cammini?

Eppure te la dicono questa cosa qui, come se fosse poi normale, si risentono anzi: “non posso mica stare sempre a guardare il telefono stavo facendo altro”. Ecco una cosa che mi fa saltare i nervi: “stavo facendo ALTRO”. Ma altro cosa? E poi a un certo punto, mettiamo anche se tu stessi facendo altro e che tu sia stato – quanto? sette minuti? – senza guardare il cellulare a un certo punto, dico, lo avrai notato che c’hai una chiamata persa, un messaggio, di tua madre, no? Oppure c’hai il telefono con la selezione all’ingresso, che le chiamate di tua madre e pure i suoi messaggi li dirotta sulla luna? Perché è da lì che sembrano provenire quando il povero genitore risentito cerca di mostrare le proprie istanze. E puoi anche chiamarli a ripetizione eh, così per gusto: non rispondono comunque. E quando trovano otto chiamate senza risposta della madre non è che un minino si preoccupano, pensando oh cielo mentre “stavo facendo altro” magari è andata a fuoco la casa, ci hanno rapinato, mia madre ha bisogno di me e mi devo precipitare come fossi Batman. Macché. Non richiamano.

Lo stesso però, ovviamente, non vale quando sono loro a scrivere alla madre, magari perché hanno bisogno di qualcosa: di essere accompagnati, ripresi, di ospitare tizia o tizio o giù di lì. Ecco, in quel caso devi rispondere subito, e di sì ci mancherebbe, perché se la prendono a male se non dai risposta – affermativa – entro due minuti. Ma come? Non lo hai visto che ti ho scritto? E lì la tentazione arriva, direttamente proprio sulla punta delle dita, di rispondere: “No, abbi pazienza ma stavo facendo altro”. Tipo lavorare, o comunque qualsiasi altra cosa che non mi ha permesso di visualizzare (altro tema: moltissimi la spunta blu dei messaggi l’hanno tolta perché sennò “si stressano”) le tue richieste. Eh no, questo a una madre non è concesso, ovvio. Questa cosa di non rispondere non è transitiva insomma, ma credo ve ne siate accorte anche voi, non dico nulla di nuovo. E ogni tanto penso, ma non era più facile la vita senza i telefonini? Per comunicare ci si doveva vedere, sì c’era il telefono di casa, ma era proprio tutt’altra roba, al limite serviva per quello che dovrebbe servire un telefono: per darsi un appuntamento, ci vediamo alla tale ora in tale posto, oppure no oggi non ce la faccio devo studiare e poi andare agli allenamenti e allora ti restava il magone fino al giorno dopo, o alla volta successiva in cui ti potevi rivedere e ti batteva forte il cuore. Ma a loro quando gli batte forte il cuore, mi domando? Mentre chattano, mentre guardano reel su Instagram, quando di preciso? Non è che voglio fare la nostalgica, sarebbe ridicolo, il mondo va avanti e se dio vuole ci mancherebbe però… però… però…

Siamo sicuri che questi benedetti aggeggi l’abbiano migliorato la comunicazione? Che servono davvero a fare “rete”, a “stare connessi”? O talvolta sortiscono invece proprio l’effetto contrario, di estraniamento, allontanamento dalla vita reale, dalle persone reali? Perché la funzione principale che dovrebbe avere una comunicazione telefonica è proprio un’altra: qualcosa da dirsi, tipo ci vediamo in un certo posto, ti va di uscire, che fai stasera, insomma cose così. Un telefono dovrebbe essere un ponte, comodissimo, su cui salire, da attraversare per trovare dall’altro lato la realtà, la vita vera, un’altra persona, non un altro cellulare.

Ecco credo che il primo passo verso questa nuova consapevolezza, rivoluzionaria, stupefacente, cari ragazzi, sarebbe quello di rispondere alle vostre mamme quando vi chiamano. Perché di sicuro è per dirvi qualcosa di importante, e i telefoni dovrebbero servire proprio a questo: a dirsi qualcosa di importante. Non vi pare?

Anche a te e famiglia!

Parliamoci chiaro: questa cosa degli auguri al tempo dei social, Facebook, Instagram, Whatsapp et similia andrebbe abolita. O almeno andrebbero aboliti gli “auguri generici”, cumulativi, per intenderci: quelli che mandi a tutti e che ti intasano il telefono senza via di scampo a partire almeno almeno dal 20 dicembre e via così fino a Befana, il che significa più di due settimane di assillo con immagini di ogni sorta dimensione forma e colore, gif, video, animazioni e chi più ne ha più ne metta alle quali, almeno per quanto mi riguarda, mi rifiuto di rispondere.

Perché se davvero mi vuoi “fare gli auguri”, fai lo sforzo di scrivere qualcosa di personale, anche chennesò “auguri Francesca”, scrivi una cosa a me, perché mi vuoi sentire proprio me, in quel momento, e non perché annaffi la tua intera rubrica con una pioggia di stupidaggini qualsiasi che ti viene in mente di spedire nell’etere. È una cosa che mi manda in bestia, perché – anche con un certo sforzo – non arrivo a comprenderne il senso. Anzi, peggio, mi urtano il sistema nervoso. Ricevere un messaggio del genere da una persona che non sento mai con questa modalità mi rattrista. Perché se ti va di “sfruttare” l’occasione natalizia in cui siamo tutti più buoni e vogliamo sentirci benefattori dell’umanità e magari “mandare gli auguri” a qualcuno di cui non hai notizie da tempo, con cui magari hai discusso e ti tornerebbe male scrivergli in un giorno qualsiasi una minchiata qualsiasi, che sarebbe in ogni caso decisamente più apprezzabile degli orridi auguri suddetti, ti prendi la briga di usare le ditina per scrivere: “Con l’occasione del Natale mi è venuta voglia di sentirti e di farti gli Auguri”. Ecco, ma dico io, cosa ci vorrà mai a pensare e inviare un messaggio di questo tipo invece di Babbo Natale, renne, elfi, palle di ogni sorta o, peggio ancora, della Sacra Famiglia riunita e la scritta in caratteri dorati “Buon Natale”?

Vorrei tanto avere il garbo di rispondere con un “Anche a te e Famiglia” che, si sa, va bene su tutto, ci fai bella figura, sempre che uno una famiglia la abbia, naturalmente, che ci trascorra il Santo Natale insieme, che davvero lo faccia perché lo vuole fare e non detestandosi e riunendosi solo perché così vuole la “tradizione” per strafogarsi di cibo, buttandone via poi almeno la metà, e scambiandosi inutili regali comprati all’ultimo minuto tanto per non presentarsi a mani vuote. Eh no, nemmeno “anche a te e famiglia” rispondo agli auguri lanciati a caso come coriandoli di martedì grasso. Rispondo solo a chi mi scrive “Buon Natale Francesca”. Perché il Natale è una cosa personale, è un fatto intimo, una questione delicata, che andrebbe presa tanto più sul serio e al tempo stesso con tanta più leggerezza.

È un giorno come un altro, il Santo Natale, per chi è solo, per chi ha perso qualcuno di recente, per chi è infelice nella famiglia in cui vive, per chi ha perso il lavoro, per chi non lo trova, per chi è costretto ad andarci invece dei festeggiare, per chi non sa come dire al marito o alla moglie che lo/la tradisce e non ne può più, per chi deve iniziare una chemioterapia, per chi lascia il pranzo a metà per correre a salvare qualcun altro che si è cacciato in un guaio e deve essere “salvato”. Perché tutti dobbiamo essere salvati, ogni giorno, non solo a Natale, ma forse a Natale un po’ di più.

Perché a Natale quel che manca pesa di più. Si sente di più. È questo, no, per chi ha il dono della fede, il significato della nascita del bambino Gesù. Che si è fatto uomo, si è fatto piccolo e si è fatto “ultimo”: non ha scelto certo di nascere in una casa elegante e calduccia, con babbo e mamma ricchi e una bella tavola imbandita di ogni bene che poi finirà a gonfiare l’enorme cumulo di rifiuti in cui (un quarto) dell’umanità si sta seppellendo, mentre gli altri due terzi muore di fame. Eh no, Gesù nasce in una stalla, con un padre anziano, forse ormai poco capace di accudirlo e che pure cerca di fare del suo meglio per dare alla giovane compagna, senz’altro spaventata, la possibilità di partorire in un luogo “sicuro”, senza denari per permettersi di meglio. E nasce in Palestina Gesù Cristo, guarda un po’, nasce in un posto dove oggi c’è la guerra, dove muoiono ogni giorno bambini proprio uguali identici spiccicati a lui, anche nel giorno del Santo Natale. Come si fa a non pensarci. A questa cosa qui, e a tutte le cose tristi del mondo che, appunto se esistono sempre, in un giorno in cui si dovrebbe essere tutti “sereni, felici e contenti” di sicuro pesano di più che negli altri 364 dell’anno.

E allora che dobbiamo fare, direte voi, stare tutti con il muso lungo per Natale? Stare chiusi in casa, soli, tristi, senza farsi regali, imbandire tavole, e riunirsi per pranzo con le proprie famiglie?

No, non voglio dire questo, ci mancherebbe. Si fa bene a fare festa, a provarci, a stare insieme, a stare “in serenità”, almeno il giorno di Natale, a crederci, almeno per qualche ora, che siamo tutti più buoni e che le cose andranno meglio, tutto sommato è uno sforzo che si può fare, lasciarsi coinvolgere e illuminare dallo Spirito del Natale è una cosa bella, altrimenti saremmo tutti come l’arido Ebenezer Scrooge, per l’amor del Cielo!

Quindi, festeggiamo, brindiamo, stiamo il più possibile con i nostri familiari e non solamente con loro, ci mancherebbe. L’unica cosa, per favore, almeno, fate uno sforzo: gli auguri mandateli “ad personam”, a chi desiderate sentire, uno per uno, prendetevi qualche minuto, non è poi così difficile, ma liberateci dalle catene di Santa Claus!

Di filo in filo, di nodo in nodo

Se ne vanno tante persone, in questi giorni.
Lo so, è la vita, e quindi la morte, che fanno il loro corso, ogni giorno ci sono persone che nascono, persone che muoiono, si ammalano, soffrono, lottano, alcune circondate da affetti e sostegno, altre in solitudine, senza nessuno che le pianga, che ne senta la mancanza.
È difficile cercare di capire, impossibile trovare delle risposte: alla morte di qualcuno che ci è vicino non ci abitueremo mai, che sia improvvisa, come è stata per Antonio, che in pochi attimi ha concluso il suo percorso sulla terra, lasciando famiglia e amici nello sgomento e nello smarrimento più assoluti, o che sia dopo una lunga ed estenuante malattia, come è stato per Francesco: neanche “prepararsi” in realtà serve a molto.
Niente: alla morte non ci si abitua, non ci si rassegna, non ci ci prepara. Quando arriva, e ci sottrae dagli occhi, dalle braccia, dal nostro quotidiano qualcuno che amiamo, sentiamo solo un grande vuoto, un senso di piccolezza che ci fa capire quanto sia rapido, e leggero, il nostro passaggio nel mondo.
Chi ha la fede che lo sostiene può darsi pace, può trovare un aiuto, chi non crede invece che ci sia un disegno divino che traccia le nostre esistenze fatica di più, e arranca.
Occorre fare un percorso a ritroso, in questi momenti, guardarsi bene attorno, fermando tutto, per ricercare il filo della vita terrena che si è spezzato; e raccoglierlo, stringerlo forte tra le dita e portarlo con sé. Ogni giorno, in tutto quello che facciamo, in quello che siamo. Perché siamo pezzi anche di chi non c’è più. Ce lo dobbiamo portare dentro, sentire la sua voce, accogliere la sua presenza che cambia forma, e modo di comunicare, ma resta in noi. Un lungo filo, che cuce le vite, che si spezza e viene raccolto, riannodato. Un filo pieno di nodi, che passa di mano in mano e tesse le esistenze delle persone.
Solo così possiamo avere un senso, solo così possiamo sopravvivere a chi ci lascia. Solo pensando che non ci lascia mai davvero, perché se guardiamo bene, lo troviamo quel filo, rotto in malomodo a volte, a volte strappato con violenza, a volte consunto e sfilacciato.
Raccogliamolo, con delicatezza, è un dono prezioso, annodiamolo al nostro. Portiamo i nostri morti nella nostra vita senza paura, solo così non ci lasceranno mai, la loro vita vivrà in noi e così di filo in filo, di nodo in nodo.

O è NO, o è BOH, a volte DOPO: come risponde un adolescente a qualsiasi domanda l’adulto gli ponga

Qualsiasi domanda si ponga a un adolescente la risposta non desterà alcuna sorpresa: o è NO o è BOH, a volte se si è molto fortunati può essere un enigmatico DOPO. La sfumatura tra le prime due risposte non è trascurabile, e senz’altro merita un’approfondita analisi che porterà non certo a un’esegesi univoca ma, quanto meno, alla definizione di una rosa di possibilità che possa, se non dare certezze, almeno un conforto, nel mondo inaccessibile dell’adolescente moderno.

Già, l’adolescente moderno: una strana creatura che vive tra il divano e il letto che raggiunge sbattendo alle pareti perché percorre la distanza, breve o lunga che sia, con il cellulare sotto il naso. Sul divano solitamente si svolge l’attività numero uno, ovvero giocare alla play station, e al limite guardare orride serie tv su Netflix, mentre stravaccati sul letto, in strane posizioni che garantiscono una futura discopatia, si sta al cellulare (che solitamente si consulta anche mentre si guarda la TV), e si svolgono i compiti, attività peraltro secondaria e assai limitata nel tempo alla quale dedicare non più di dieci minuti al giorno (non saranno da imputarsi alla scuola, almeno, i problemi ortopedici dell’avvenire forse non poi così tanto lontano).

Mentre l’adolescente, ovvero un soggetto che abbia dai 12 ai 24 o anche 26 anni, perché l’adolescenza a questo punto è un periodo lunghissimo e dai confini incerti e ampiamente allargabili, è immerso in una di queste importanti attività che gli occupano l’intera giornata e, spesso, anche parte della notte, può capitare che l’adulto di riferimento debba porgli un quesito. Anche semplice eh, tipo:

– Cosa vuoi per pranzo?

– Hai fatto i compiti?

– Come sei organizzato oggi?

Sono domande apparentemente banali, lo si capisce, nell’arco della giornata può capitare che ci si trovi nella condizione di dover formulare quesiti di questo tipo, ai quali, ci si potrebbe scommettere tutto quel che si ha in banca, il soggetto adolescente risponderà con un sonoro, prolungato e ben evidenziato BOH.

Può capitare anche, ma qui si entra in un campo ancora più difficile, che l’adulto abbia l’ardire di fare affermazioni che comporterebbero un’azione conseguente che non è affatto detto che l’adolescente emetta, tipo:

– È pronto, vieni a tavola.

– Apparecchia per favore

– Metti in ordine la tua stanza entro stasera.

Ecco simili, inutili, affermazioni, non solo non ricevono risposta positiva (sarebbe meraviglioso sentirsi dire “arrivo”, “lo faccio subito” o anche un semplice, stringato ma consolatorio “Ok”), invece solitamente – direi per approssimazione in positivo 99 volte su 100 – cadono nel vuoto, e lì ti chiedi se il soggetto sia: a) diventato sordo; b) rincorbellito del tutto dall’aggeggio elettronico a cui è attaccato h24 tipo polmone d’acciaio; c) ti ignori volutamente. Tre ipotesi parimenti preoccupanti, c’è da dire; forse più di tutti l’ultima.

In alternativa, l’unica risposta che si può pensare di ricevere a queste sollecitazioni non è affatto divertente, anche se rappresenta una forma di interlocuzione e, per assurdo, addirittura di ascolto; l’unica risposta che si può pensare di ottenere, dicevo è: DOPO.

“Dopo” è meravigliosa perché di fatto mette l’anima in pace al simpatico fanciullo, che non gira nemmeno la testa o alza gli occhi per pronunciarla, mantenendoli fissi sullo schermo della tv o del cellulare: e qui ti frega. Perché “DOPO” non è un “NO”, ma di fatto è come se lo fosse. Solo più evasivo, più garbato ecco. Perché se ti chiedo di fare una cosa, solitamente, e implicitamente, dovrebbe significare che va fatta ORA, e non DOPO (che può voler dire anche tra un’ora, o un giorno, o una settimana, DOPO non ha un’indicazione temporale definita). Se ti dico che il pranzo è in tavola, per esempio, vuol dire che si mangia ORA, non DOPO. Se ti chiedo di apparecchiare, o sparecchiare, non si tratta di attività fattibile, chennesò tra due ore quando avrai finito la tua imperdibile partita al videogioco di turno, al pari di scaricare dall’auto e mettere a posto la spesa, perché potrebbero con buona probabilità esserci alimenti, che peraltro l’adolescente medio consuma in quantitativi ingiustificabili e inspiegabili per un esserino umano, che nel mentre, se non messi prontamente in frigo o congelatore, sarebbero da buttare via. Per dire. “Dopo” non è una bella risposta, in conclusione, anche se potrebbe essere considerata migliore di BOH o NO. Torniamo un attimo su queste due.

Riprendiamo il BOH. Sostanzialmente non vuol dire “non lo so”, come la consuetudine vorrebbe, questa risposta ha un significato molto preciso, anche se poco conformante. Vuol dire infatti “non ho alcuna voglia di risponderti, di pensarci, di sforzarmi di ragionare su questa cosa”. Implica, la domanda a cui esso risponde BOH, uno “sforzo di intelletto”. Insormontabile, si intende. Ecco che il giovane sapiens (sorvolo sul dubbio che l’evoluzione abbia davvero svolto un ruolo, in questi casi) usa il BOH per una serie molto vasta, e articolata, di quesiti, tipo: Come è andata a scuola? Come ti vuoi organizzare stasera? Mi spieghi perché hai preso 5 a storia? Preferisci invitare tizio o caio? Ma perché rispondi così? E via e via, i casi in cui dare come risposta un bel BOH sono parecchi. Denominatore comune, se ci fate caso: attivare i neuroni per mettere insieme discorsi con un senso, uguale troppa fatica.

All’adolescente non piace fare fatica, diciamolo pure, può giocare per otto ore di fila alla play, scrivere su WA centosettanta messaggi, ma darti una risposta sensata quello proprio no, è uno sforzo che non può affrontare. E allora sfodera il magico BOH e ciao. Cosa ribatti a un BOH? Nulla.

Anche a un NO ribatti male. Però almeno ti indigni, non che serva a qualcosa si intende. Se dunque il minimo comune denominatore rispetto alla risposta BOH è da individuarsi nella mancanza di voglia di compiere un qualsiasi sforzo di intelletto, il NO corrisponde invece al totale rifiuto di una qualsiasi azione fisica che implichi l’allontanamento dagli habitat prediletti dell’animale adolescente. Ecco qualche esempio banale:

– Andiamo al mare?

– Mi accompagni a fare la spesa?

– Andiamo a salutare la nonna?

– Ci fermiamo in centro?

NO. NO. NO e NO. Facile. Rispondere. Tutto NO, perché si tratta di azioni alle quali è impossibile non preferire una delle suddette irrinunciabili attività: divano, letto; letto, divano.

Vi pare un panorama sconfortante? Lo capisco, significa che o non avete figli, o li avete ma non sono ancora adolescenti (e allora poi lo capirete), o avete messo al mondo un raro esemplare di adolescente sapiens e allora beati voi.

Tutti gli altri genitori, purtroppo, staranno leggendo facendo di Sì con la testa e sorridendo un po’ perché in fondo un mal comune, in qualche modo, di solito, si trasforma in un mezzo gaudio.

O no? BOH!

PS: Dimenticavo una postilla importante: le suddette attività gli adolescenti le compiono non soltanto in forma individuale, ma anche in piccoli branchi, che ritrovi assiepati in casa, in ordine sparso distribuiti sul divano o sui letti, a giocare alla play, o ai cellulari o appiccicati a una serie TV. In questi casi è vivamente sconsigliato porre domande, di qualsiasi natura, tanto non risponderebbero né BOH, né NO, né DOPO. In questi casi è vivamente consigliato fare una cosa soltanto: riuscire. E tornare quando c’è da mettere in ordine e pulire.

La magia del tango: la prima milonga non si scorda mai

“C’è una milonga sabato sera alla stazione Leopolda, andiamo!”. Così i nostri maestri, Katy e Claudio hanno spinto gli allievi, perfino i più che neofiti come me, a partecipare alla prima, vera, serata di tango.

Pur avendo alle spalle solo cinque lezioni di tango accetto. Sono poche, cinque lezioni, ma non importa: troppa la curiosità, l’attrazione, il fascino verso questo ballo che da tanti anni mi “mirava” e che finalmente mi ha inviato a ballare, proprio come si fa nelle milonghe.

Perché ci sono regole, consuetudini, precise, nelle milonghe: ce le spiega con la sua eleganza ed esperienza Katy. La donna deve essere inviata, con una “mirada” appunto, ovvero con uno sguardo, dell’uomo che le chiede in questo maniera antica e silenziosa se ha piacere di ballare. La risposta è altrettanto chiara, seppur sempre muta: si ricambia lo sguardo, se si vuole accettare, lo si abbassa se non si ha voglia o piacere di ballare. Si ballano tre, o quattro, tanghi con lo stesso cavaliere, che poi si ringrazia e con il quale, quasi certamente, non si ballerà più per l’intera serata, accettando gli inviti di altri, e così via, a rotazione, tutti ballano con tutte.

L’ambiente è sobrio, e al tempo stesso pieno di colore, di fascino di altri tempi, per cui ti senti improvvisamente catapultata in un altro mondo, in un’altra epoca. Entrando nella bellissima sala della Stazione Leopolda ho percepito chiaramente di aver varcato un confine, lasciando fuori una realtà che soltanto a fine serata si recupera. Ed è bellissimo. All’interno di quello spazio, una bolla sospesa nel tempo e nello spazio, potresti essere in un’altra città, a Buenos Aires perché no, in un’altra epoca, negli anni Quaranta magari, e niente cambierebbe.

La modernità e la tecnologia si manifestano soltanto nel fatto che la musica è diffusa da un impianto e non da un’orchestra che suona, per il resto nulla ci indica che il tempo è passato, perché questo ballo ha conservato la sua marca antica, che consiste alla fine nel contatto alchemico fra due corpi, messi in connessione dalla musica.

Siamo agli inizi del secolo scorso, a Buenos Aires. L’Habanera cubana, la Payada dei gauchos, il Candombè africano si mischiano nei sobborghi e quello che ne viene fuori è la Milonga, un ritmo sincopato, pieno di struggente passione, legato alla terra. Una musica triste, malinconica e al tempo stesso densa di vita, di passione, nata dagli immigranti costretti a lasciare le proprie case, un incontro della cultura popolare europea con quella locale.

Gl incontri avvengono nei “conventillos” (grandi case con cortili) che si trovavano negli Orilla, i quartieri creati per gli immigrati, per ballare, ed è qui che si mischiano le storie, i ritmi, le lingue. È qui che nasce il tango.

Nei bordelli le donne si fanno pagare, per ballare con gli uomini, che in questo ballo di coppia assumono un ruolo di “guida”, che non significa comando, ma interpretazione, attesa, indicazione, invito, ascolto, capacità di permettere alla donna di esprimere al meglio la sua interpretazione della musica.

Ha perfino una sua lingua, a quel tempo, il tango: il Lunfardo, un miscuglio formato dalla contaminazione del castigliano con termini spagnoli, italiani, francesi, inglesi e tedeschi.

Presto questo ballo viene esportato in Europa, e conosciuto nei salotti borghesi, italiani, parigini, ed ecco che avviene “il salto”: il lato sensuale e il fascino del tango viene subito apprezzato, ma anche fortemente avversato, proprio come era avvenuto anche con il Valzer, neanche a dirlo subito viene bollato tanto come osceno e immorale.

L’epoca d’oro del tango sono stati gli anni Quaranta: ogni Barrio di Buenos Aires suona e balla la sua milonga. Poi gli anni bui, dei colpi di stato, dell’occupazione militare, le tragiche vicende dei desaparecidos: il tango viene “quasi” dimenticato. Molti fuggono all’estero, lasciando con dolore la propria terra, portano nel cuore la musica e i passi del tango, che abbandona così la classificazione di musica etnica, entrando nelle sale da concerto con nomi come Piazzola e Galliano.

Ed eccoci al presente, ecco che ottanta anni dopo, in una sala qualsiasi di un posto qualsiasi che potrebbe essere ovunque, tutto questo si racconta nei passi di sconosciuti che ascoltano la stessa musica e, inconsapevolmente o meno, ne mettono in scena il rito di origine, reinterpretandone ciascuno in un modo del tutto diverso la storia.

Non è forse magia questa?

Guido io o guidi tu?

Ho sempre avuto questo problema, a ballare. Ricordi di quando ero giovane, si intende, che si sono rinfrescati quando ho deciso di fare la lezione di prova del corso di danze caraibiche che Martina ha inserito nella sua scuola dove faccio pilates ormai da diverso tempo.

– Eddai vieni a provare!

– Sono vent’anni che non ballo, non mi ricordo nemmeno più come si fa…

Scuse, labili, che hanno retto poco. E infatti, ovviamente, sono andata. Perché ne avevo voglia, perché il latino mi è sempre piaciuto, anche se non lo ballo davvero da tanto tempo, e poi un corso vero e proprio non l’ho mai fatto, li ho sempre trovati noiosi. In realtà se hai un buon senso del ritmo e del movimento puoi imparare andando a ballare, se trovi i giusti cavalieri che ti sanno insegnare, e ti sanno “guidare”… Sembra facile, ma non è proprio così scontato.

Come previsto e prevedibile, quasi tutte donne. Nessun problema, finché si imparano (o ripassano) i passi ognuno per conto proprio, ovvero senza formare le “coppie”.

Ma, al momento di mettere in pratica le sequenze apprese insieme a un partner, è sorto il dilemma: come facciamo se ci sono così pochi uomini?

Io ho colto la palla al balzo: – Per me non c’è problema, faccio l’uomo.

Rovesciare i passi non è poi un grosso ostacolo, primo perché è vero che ho ballato tanti anni fa ma è vero anche che ho ballato tanto, e alla fine è come andare in bici, si traballa un po’ ma come far girare le ruote si trova il verso di ricordarselo. Secondo perché a me, fare l’uomo, piace.

Ho sempre avuto infatti un piccolo problema a ballare: guida l’uomo, dovrebbe. Non la donna. La donna deve stare lì, a farsi guardare, a farsi scegliere, e rifiutare tutti quelli che vuole finché non trova quello che le va a genio. Oh, almeno nel ballo funziona così eh! Ecco, quando il cavaliere che si propone ti sconfinfera gli dici di sì, e accetti di ballare. E dentro di te speri che sappia guidare, sennò, c’è poco da fare, finisce che guidi tu.

E hai voglia a rifarti quel discorso, che – anche qui, almeno nel ballo – il bello è farsi trasportare, lasciare che comandi il cavaliere, staccare il cervello, non pensare, ai passi da fare, alla direzione da prendere, alle figure, no… niente di tutto questo. Almeno nel ballo cavolo, ci pensa lui! Tu devi solo lasciarti andare.

Ecco, così dovrebbe essere. Ma all’atto pratico va diversamente, perlomeno a me.

E così mi sono detta stasera faccio l’uomo. Non me la sono mica cavata male: una signora mi ha perfino detto “però, ce ne fossero di uomini con la tua capacità di guidare!”. Mi sono sentita fiera del mio ruolo di maschio, almeno per una volta ricevo un elogio, per questa mia propensione, e non un rimprovero!

A un certo punto l’istruttore ha deciso che avevo fatto l’uomo abbastanza e che dovevo ripetere la stessa sequenza facendo la donna. E lì è stato meno facile. Non tanto rovesciare i passi – invertire i giri, cambiare la gamba e la direzione con cui si parte – quanto tornare mentalmente al concetto di “lasciarsi andare”; e non è andata benissimo. Soprattutto con quei poveretti di allievi che erano alle prime armi: con uno ho fatto lo stesso i passi dell’uomo, e devo essere stata talmente convinta e convincente che quello ha fatto i passi della donna senza manco rendersene conto. Con un altro sono stata più brava, e almeno ho fatto i passi giusti, ma quanto a lasciarlo guidare non se ne è parlato proprio. Poi allora mi ha preso l’istruttore, che aveva assistito divertito alle scene, all’attacco della musica mi ha guardato sorridendo e mi ha detto:

– Guido io.

Va bene, guida tu, che ti devo dire. E così, in effetti, è stato. O quasi, non posso dire di essermi affidata del tutto e tutti quei discorsi lì, ma insomma, si è creato il gioco, ed è stato divertente.

Quello che mi sento di dire a mia giustificazione è che non è colpa mia. Se guido io intendo. Perché il ballo è in qualche modo una metafora della vita appunto, solo con la musica di sottofondo, ed è uno dei motivi per cui mi piace tanto.

E allora lo voglio dire chiaro e tondo: se guido io, cari uomini, è perché non siete mai in grado di farlo voi. Perché non mi parrebbe il vero di trovare un cavaliere che ti cinge, ti guarda negli occhi e ti dice: – Segui me. Ci penso io.

E poi lo sa fare davvero, non che lo dice e dopo dieci secondi non sa dove e come farti girare. Non che lo dice e poi senti il “vuoto decisionale” che qualcuno deve pur riempire sennò il tempo passa e perdi il ritmo, e resti indietro, e resti fermo. Perché quando balli fermo non ci puoi stare, devi ballare, seguire la musica, devi andare fluido, deciso, sicuro. E per far questo ci vuole qualcuno che ci sappia andare davvero, non che faccia finta e dopo le prime due figure si è già perso e, di fatto, anche se non lo ammetterà mai, te lo chiede, con lo sguardo, con l’atteggiamento del corpo, con quel tempo che salta e che fa perdere il ritmo: per favore fallo tu, guida tu, che io non me la sento. Pensavo di sì e invece no. Ecco come stanno le cose.

Questa faccenda del dilemma “guido io o guidi tu” si pone per questi motivi, perché se un uomo sa guidare davvero, vai tranquilla che la domanda non te la pone neanche. Lo fa e basta. Senza tanti discorsi e senza tanti rimproveri alla donna che ha la pretesa di guidare al posto suo, perché vuol fare l’uomo. Non è che vuole fare l’uomo per forza, non vuole guidare per forza, il fatto è che siamo in due cavolo, e bisogna andare da qualche parte, qualcuno dovrà pur deciderlo, o no?

Intanto io ho deciso che mi darò a un corso di tango, vediamo se almeno lì sarò più fortunata…

Decalogo dell’abbandono

Quando qualcuno ti lascia dovresti fare una cosa soltanto: sparire.
Quando qualcuno ti dice che non vuole più stare con te vuol dire che non vuole più stare con te. Non che vorrebbe tanto ma non ce la fa…che sei un grande amore, ma non se la sente di portare avanti questa storia perché poi in futuro potrebbe farvi soffrire. O andare a finire male e allora tanto vale non andare avanti affatto.
Quando qualcuno ti lascia vuol dire, in teoria, che ha valutato tutto, tentato tutto, in misura naturalmente di quelle che sono le proprie capacità, possibilità e soprattutto volontà, e alla fine di questa valutazione ha deciso che… non ne vale la pena. Tu non ne vali la pena.
Il gioco non vale la candela. Non ci sono i presupposti, rischiare non vale quel che si potrebbe vincere, in parole povere.
È un concetto piuttosto semplice, lo capisce anche un bambino di sei anni, se glielo spieghi così.
Eppure, quando qualcuno ti lascia, la verità è che te ne fotti di tutto questo ragionamento, e delle regolette che magari tu stesso fino a quel momento hai sempre applicato, nonché consigliato, anche con una certa perizia e ottime capacità argomentative.
Quando qualcuno ti lascia ecco che cosa succede, davvero.
Succede che tu non ci credi, prima, poi ti dici che senz’altro hai capito male, e quindi ri-chiedi, poi passi alla fase in cui vuoi argomentare, perché sei certo che spiegando parlando e dirimendo le cose si posso risolvere. Se sei abbastanza fortunato il lasciante ti fa il dono di ridirti che non vuole più avere a che fare con te, magari con buon garbo, degno di un lucchese, e modi gentili, degni d’un torinese: falso e cortese.
A questo punto il lasciato dovrebbe aver compreso che sì, le cose stanno così: sei stato lasciato, prima lo capisci, prima ti rassegni e meglio è, soprattutto per te. Ma spesso, purtroppo, nei fatti anche qui le cose vanno in modo diverso.
L’altra regoletta d’oro vorrebbe infatti che ci si attenesse alle parole, o meglio ancora ai fatti, e non ci si attaccasse invece ai non detti, ai forse ha detto/scritto questo ma intendeva l’opposto, oppure ancora mi dice così perché desidera che faccio cosà. NO. Ti dice così perché le cose stanno così. E se così non è, alla fine, è un problema suo perché il mondo è pieno di guerre scatenate da problemi di comunicazione, figuriamoci se c’è bisogno di inzupparli anche nelle relazioni personali.
Ecco, con gli animali è più facile: se un cane ti scodinzola, abbassa la testa e ti viene incontro vuol dire che vuole un contatto con te. Se invece tira indietro le orecchie e solleva il labbro emettendo un suono sinistro vuole dire che te ne devi stare alla larga. Funziona. In questo caso la comunicazione funziona, chiara, lineare, diretta. Perché per gli esseri umani non è così?
Ci sono poi regole che, ti suggeriscono, hanno a che fare con la dignità e l’orgoglio. Ti ha lasciato? Non ti merita! Non ti vuole più? Non sa cosa si perde! Non ti vuole nemmeno incontrare per dirtelo di persona? Sai quanti ne trovi di meglio! Ecco, anche tutte queste belle cosette qui, non funzionano. Non è debolezza, è forza: chi è forte non ha paura di mostrare le proprie fragilità, non ha paura di piangere, di chiedere, perfino di supplicare; non ha paura di amare. Anche se rischia di farsi male, anche se è certo che se ne farà: non importa. Chi è forte non fugge, neppure di fronte al dolore, se lo prende come una fucilata nel petto e se lo porta dentro: una ferita diventa medaglia.
Perciò se ti ha lasciato una persona a cui tenevi davvero, dell’orgoglio non te ne frega nulla, se ritieni, nel tuo cuore, di avere ancora parole, e soprattutto gesti, da mettere in campo le regole non contano. Conta il fatto che non sei pronto a mollare, e che vuoi poterti dire un giorno: ho fatto tutto quello che era in mio potere. Perché la vita non è una corsa che si vince o si perde a tavolino, per sapere come andrà occorre buttarsi in pista e correre più veloce che si può. Non importa se si perde: nella vita tanto, alla fine, si perde sempre. O forse si vince sempre, se si vive qualcosa che ci rende felici, che ci arricchisce, che ci fa sentire vivi. Anche per un giorno in più. Anche per una sola ora in più.
Rinunceresti a goderti un tramonto perché dopo arriva la notte? Rinunceresti alla vista di una cima perché la sera senz’altro faranno male le gambe? E all’emozione di un galoppo, perché la tua schiena ti chiederà il conto? Tutto quello che siamo, che facciamo, presenta il suo conto.
Non è fatalismo, è accettazione di un principio semplice, ma fondamentale: la vita la vivi in campo o stai in panchina. Punto.
Ci sono occasioni in cui scegliere la panchina è saggio e giusto: perché ci si deve riposare, riprendere fiato dopo un lungo sforzo, perché si ha bisogno di un tempo per chiarirsi le idee e decidere la prossima strategia. Oppure perché si sa di avere una partita più importante da giocare e quella che si ha davanti non vale la pena, non vale la pena di stancarsi, magari rischiare di farsi male. Il pensiero è già altrove.
Ma non tutto è negativo, per chi viene lasciato, ci sono punti a suo vantaggio.
Innanzitutto non deve portare il peso di una scelta, che non ha compiuto, non che accettarla sia facile, tutt’altro, ma non comporta il fatto di doversi far carico del dolore dell’altra persona. Non è poco.
Si può perdere il sonno, la fame, ci si può domandare mille e mille volte dove non si è capito, ma poi ci si rassegna. E arriva la serenità, o almeno una parvenza. Un soffio di leggerezza che ti spiega che non potevi comunque farci nulla, più di quello che hai fatto fregandotene di tutte le regole che il decalogo dell’abbandono vorrebbe imporre. Essertene fregato e aver mostrato solo amore, apertura, possibilità, ti sarà d’aiuto a questo punto. Perché saprai che più di questo non era nelle tue possibilità fare. Ed è una cosa importante nella vita: dire ho perso la corsa, ma nelle gabbie ci sono entrato e al via ho corso più veloce che ho potuto. Non ho perso a tavolino, ho rischiato. Sì, forse sapevo che avrei perso, ma c’ho provato, sono caduto, mi sono fatto male, ma so che mi rialzerò. Con qualche osso rotto, la testa confusa, i muscoli dolenti, la sconfitta che brucia. Ma sarebbe bruciato di più non averci provato.
Ecco allora che alla fine, in questo breve “decalogo dell’abbandono”, altro non mi sento di consigliare se non di seguire il proprio cuore. Giusto, sbagliato, non importa. Perché alla fine di tutto, quando la sconfitta brucerà meno, quando le ossa si saranno risaldate, le ferite chiuse, i muscoli riposati, alla fine di tutto non è a te che resterà l’amaro in bocca, e soprattutto mai e poi mai nel resto dei tuoi gironi dovrai convivere con quella subdola domanda: ma se ci avessi provato… se ci avessi creduto un po’ di più, e quella partita l’avessi giocata invece di decidere di non farlo perché tanto sapevo di perdere, che cosa sarebbe successo?
Ecco, chi sceglie di non giocare, non lo saprà mai.
E questo in realtà vale anche per chi lascia, anche se sembra assurdo: lasciare per sopravvivere, lasciare quando si è tentato tutto, lasciare quando si è certi di aver detto provato cercato ogni via e si è fallito. Allora, sì, si rinuncia, caricandosi sulle spalle anche la responsabilità del dolore dell’altro. È senz’altro più difficile, e faticoso. Ma anche per questo vale lo stesso principio: ce l’ho messa tutta. Solo in questo modo il fallimento si trasformerà in pacifica accettazione.
Perciò alla fine, che tu sia lasciato o che sia tu a chiudere, la cosa che conta davvero è la consapevolezza di aver corso più veloce che hai potuto.
Perché l’unico fallimento che brucia davvero, e che resta, è quello di non averci creduto abbastanza.

Facile, ma non facilissimo

Almeno non per me, questo va detto.

Tema: prenotazione del vaccino.

Svolgimento, per tentativi.

TENTATIVO NUMERO 1. Appostata al computer, quando è scattata l’ora X mi sono accorta che, dopo l’attesa, non lunghissima questo va detto, non mi dava il mio anno. L’amica e collega Lisa mi viene in supporto: devi ricaricare la pagina! La pagina non si ricarica: panico. Minuti preziosi che scorrono via, visioni apocalittiche di luoghi ameni dove dover andare, ovviamente perdendomi, per la prima e ultima volta in vita mia, a farsi la puntura magica.

TENTATIVO NUMERO 2. Provo dal cellulare, come alcuni saggiamente avevano suggerito, ma visto che c’è un sacco di tempo da aspettare riprovo anche dal computer, cancellando la cronologia, ma mi dice bellina ma sei scema? c’hai già il numerino di là, non fare la furba e rimettiti in fila al posto tuo. Come non detto.

TENTATIVO NUMERO 2 e 1/2. Arriva il mio turno (sul cellulare) vado alla grande, poi mi dice ti si manda un numero per SMS te lo copi qui e vai. Diamine, e secondo te io come faccio a vedere il numero su un SMS? Genio: chiudo e vado ad aprire l’SMS. Perso tutto. Sconforto, ma breve.

TENTATIVO 3. Torno sul computer, attendo, tutto fila liscio, vado, metto tutto, anche il CF a memoria che è una roba che non m ricordo mai…fino alla data. Vaccino 13 luglio, il 13 mi piace, è un numero che porta fortuna (sì ma muoviti che qui se traccheggi capace scade tutto) – Richiamo 24 agosto. Eh no! il 24 agosto no! Mi garberebbe essere in ferie cavolo! e qui non c’è il mela-zeta come sul mio mac e – altro colpo di genio – pigio la freccina in alto a destra del browser per tornare indietro. RI-perdo tutto.

TENTATIVO 4. Riparto, chi si ferma è perduto e non c’è due senza tre il quattro vien da sé. Vado liscia stavolta faccio un calcolo furbo: se prendo il primo appuntamento la settimana dopo, tipo il 20, il richiamo, se non son proprio sadici, sarà il 30 o il 31 ora il conto, in un momento così difficile, non lo so fare ma dai…proviamo e vai!

VACCINO 20 LUGLIO – RICHIAMO 31 AGOSTO. Alle otto, perché casomai servisse andarci digiuna come per le analisi del sangue non mi va di stare senza niente nello stomaco fino a tardi.

Non mi voglio soffermare sul luogo che riecheggia un po’ inquietante: “HUB Ospedaletto”, sarà uno di quei posti dove io mi perdo di sicuro. Ma ci penserò più avanti, tipo il 19 luglio, quando chiederò a qualcuno di accompagnarmi, oppure metterò il navigatore per arrivarci, perdendomi comunque nel parcheggio o tra i vari ingressi.

Non importa! Sono fiera di me, ce l’ho fatta! Diversi mi avevano incoraggiato ma temo con una buona di dose sopravvalutazione nei miei confronti e aspettative troppo alte.

Comunque ce l’ho fatta dai. In fondo era facile, anche se, va detto, non facilissimo.

Tempo al tempo

Vorrei che tu ci fossi, per dirmi ancora che sono l’ufficio complicazioni affari semplici.

Per ricordarmi che prendo troppo sul serio le cose, le persone, e soprattutto i miei sbagli, ché nella vita non può essere tutto o bianco o nero, perché esiste anche il grigio nel mezzo e potrebbe non essere così male.

Per discutere con te fino all’ultimo fiato una mia scelta, per subire le tue critiche affilate come le lame della tua pattada che passavi con lentezza sulla pietra per arrotarla e divertirti a tagliarci un foglio di carta, sapendo che non avrei cambiato idea ma ne sarei uscita più convinta e più consapevole.

Vorrei che tu mi ricordassi ancora che esiste anche il lieto fine, che non deve finire tutto in tragedia per forza, e se poi accade non muore nessuno.

Che dovrei dormire di più e pensare di meno, che tanto sennò poi rompo i coglioni al prossimo, e leverei la pazienza anche a Giobbe. Che sfinisco, che affondo il coltello senza indietreggiare quando a volte dovrei avere pietà, prima di tutto di me stessa.

Che non mollare mai a volte non è la cosa più sensata da fare e neppure spaccare il capello in cento parti che poi non sembra più nemmeno un capello.

Vorrei che suonasse il telefono “Cocca, domani mattina monti te? Guarda non galoppare e basta che gli sciupi il passo, c’ho messo mesi a farglielo venire così. E smetti di baciare il cavallo che è una bestia e se poi ti bacia lui vedrai ti passa la voglia”.

Vorrei spiegarti ancora e ancora perché non mangio carne e vedere che mi riempi il bicchiere di vino anche se non lo bevo perché sennò metti tristezza a tavola.

Vorrei che ti fosse scappato qualche volta un “brava sono orgoglioso di te” ma eri uno che di chiacchiere ne facevi poche, e uscita dalla sala operatoria la prima cosa che mi hai chiesto è: “Quando rimonti?”. “Babbo ora si guarda, intanto fammi vedere se mi rizzo”.

Vorrei che tu mi aiutassi a ricordare che spesso le cose sono più semplici di quel che pare, basta sgombrare il tavolo dai fronzoli, oppure basta saper aspettare: tempo al tempo, dicevi sempre, perché il tempo è galantuomo e risolve lui quel che a noi non ci riesce.

E poi vorrei che almeno arrivasse il sole, ho guardato il Lamma babbo, perché per andare a cavallo si guardava sempre quello, dicevi che è l’unico affidabile, ma poi era bello uscire anche con la pioggia, perché tanto il sole, quando vuole arrivare arriva e tanto vale godersi il tempo che abbiamo lo stesso, al meglio di quello che si può.

Perché meglio un giorno da leoni che cento da pecora, sempre per te.