Per favore non chiamateli “sacrifici necessari”

In questo anno si è detto e scritto di tutto. Troppo. Siamo tutti diventati virologi, politici, economisti, esperti di ogni settore, senza, di fatto, poter far nulla se non adeguarci alle varie misure che sono state indicate, ingoiando e baciando rospi, sperando che si sarebbero trasformati, mese dopo mese, se non proprio in prìncipi in qualcosa che potesse assomigliare alla “normalità”.  Numerosi Dpcm si sono susseguiti, imponendo alle nostre vite rinunce e nuove abitudini, a partire dall’uso di mascherine e disinfettanti; abbiamo imparato nuovi concetti, facendo entrare nel nostro vocabolario quotidiano parole prima relegate a rare e inusuali occasioni: distanziamento, assembramento, contagio. Via le occasioni “sociali”, via i pranzi, le cene, gli apertivi, le feste con i nostri cari, le sagre, le fiere, via il cinema, il teatro, via i concerti, gli spettacoli, le presentazioni di libri. Via le attenzioni alla salute e al benessere: chiusi palestre, piscine, centri termali, centri estetici. Togliere, ogni giorno, qualcosa delle nostre abitudini “sociali”, che prima davamo per scontate, senza neppure renderci conto di quanto fossero importanti e quanto ci sarebbe costato rinunciarci.

Ma sono stati “sacrifici necessari”, quante volte ci è stato detto, quante volte ce lo ripetiamo: per cercare di arginare questa epidemia, per non far collassare gli ospedali e intasare le terapie intensive, per non morire o non far morire i più fragili.

Perché c’è chi ha dovuto rinunciare a ben di più: c’è chi c’ha lasciato la vita, propria o di qualcuno caro, c’è chi è morto lavorando, come medico o come infermiere, c’è chi s’è fatto la terapia intensiva, c’è chi non l’ha potuta fare morendo in fila davanti all’ospedale. C’è chi ha perso il lavoro, chi ha chiuso il proprio locale, c’è chi non sa più come pagare l’affitto di fondi che non usa, chi non sa a chi vendere merce che ha prodotto, chi non sa come produrre merce che poi teme di non vendere. E poi ci sono loro.

I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. Un esercito muto che ha assistito, inerme, a tutto questo, subendone conseguenze che resteranno indelebili e che avranno un peso, ad oggi ancora non ponderabile, sulla crescita e lo sviluppo delle nuove generazioni.

Silenziosi, si sono adeguati all’uso delle mascherine, a non poter abbracciare i propri compagni di classe, a non conoscerli quasi, per chi ha frequentato la prima superiore, a cercare di imparare qualcosa stando davanti a uno schermo dalla mattina alla sera.

Svegliarsi, far colazione e sedersi davanti a un computer, se ti va di lusso, altrimenti allo schermo di un telefonino perché magari in casa un computer per ciascuno non c’è. Passarci tutta la mattina, cercando di seguire anche se non ne hai voglia; il tempo non passa, la testa ti scoppia e non puoi girarti e incrociare lo sguardo della tua compagna che con un gesto o un’espressione buffa ti regala un sorriso. Non ha senso aspettare la ricreazione, per giocare prendendo una boccata d’aria in giardino, oppure per vedere quel ragazzo o quella ragazza che ti piace che magari oggi ricambia la tua occhiata, o forse lo becchi che fa il furbo con qualcun altro, ma almeno hai le tue amiche del cuore accanto, e sapranno consolarti e, sgomitando, ti faranno scoppiare a ridere. Non ha senso neppure attendere la fine della mattinata, perché al massimo dovrai fare quattro passi dalla scrivania alla cucina, e invece vorresti fare casino per il corridoio mentre suona la campanella e dici “evvai un altro giorno di scuola è andato, menomale che non mi ha interrogato”. Non ti puoi fermare all’uscita di scuola per metterti d’accordo con qualcuno con cui studiare il pomeriggio o fare un giro in bici finiti i compiti.

A pranzo non hai fame, perché non può venirti fame a stare buttato su una sedia, o sul divano, o sul letto tutta la mattina. Ma pranzi lo stesso. E dopo che fai? Guardi un po’ di tele, o chatti, o fai una partita alla play, prima di rimetterti a fare i compiti guardando i video caricati su classroom. A danza, a calcio, a pallavolo, a basket, a lezione di teatro, di circo, di chitarra o di cosa facevi prima non ci vai più. Finiti i compiti riparte il ciclo di vita virtuale che come la ruota di un criceto gira tra cellulare e televisione.

Sì, c’è tua madre che si sgola per farti uscire almeno dieci minuti, anche se con la mascherina, per farti prendere un raggio di sole che sei bianco come un lenzuolo steso. Ma non ne hai voglia.

Tutto quello che vorresti è stare in pigiama tutto il giorno, mangiarti biscotti e giocare alla play, o chattare con i tuoi amici, perché tanto nessun altro alla fine lo può capire che per te questi non sono sacrifici. Sono un furto.

Un furto di un momento che non tornerà mai più.

Un furto di una crescita che non ha a che fare solo con la formazione scolastica e l’istruzione, che peraltro sarebbero già più che sufficienti, si tratta di una crescita psicologica, emotiva, che non può essere fatta in DAD. Non può passare attraverso uno schermo, la vita. Non è vita. Non è reale. Non accade davvero. E spaventa. Spaventa quello che diventeranno, questi ragazzi, privati del sole che scotta la pelle, dell’acqua che ti senti affogare e devi imparare a nuotare, del fango che ci scivoli ma poi il tuo amico del cuore ti afferra e ti tira su. Perché il mondo, questo mondo oggi malato di coronavirus, è a loro che lo lasceremo. Ma senza istruzioni, e senza gli strumenti per potersele scrivere da soli, le loro istruzioni.

È difficile riportare tutto questo sotto all’egida del “sacrificio necessario”, e non perché sia facile trovare una soluzione, altrimenti voglio pensare che sarebbe stato fatto.

Io non ce l’ho la ricetta pronta, al contrario di tanti leoni da tastiera: io non lo so dire che cosa si potrebbe o dovrebbe fare, non è il mio mestiere, non sono formata per risolvere questo tipo di situazioni, e certo non invidio chi ha la responsabilità di farlo. Non lo so in che modo sarebbe possibile restituire a questi bambini e ragazzi un terreno sotto ai piedi sul quale camminare la loro vita. Ma so che occorre metterci ogni sforzo, considerando la scuola, e la loro vita, un’assoluta priorità, un bene prezioso da tutelare, da difendere, da scaldare, in ogni modo, a scapito di altro, se necessario. Considerare la scuola “sacrificabile” è troppo facile, e non sempre la scelta più semplice è quella più giusta. Anzi, quasi mai.

Nella vita ho imparato che prima di rinunciare a qualcosa di importante devo pormi una domanda: sono sicura di aver fatto tutto, davvero tutto, e tutto il meglio di quello che potevo? Soltanto allora ci si può arrendere. E forse neppure…

Ecco, io vorrei che ci si ponesse questa domanda anche per la scuola, e non credo che la risposta del nostro Paese possa essere: sì, siamo certi che rinunciamo perché abbiamo fatto tutto il meglio e tutto il possibile.

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