Regionale

Non prendevo un treno da diverso tempo. Forse perché gli ultimi mesi li ho passati tra una frattura e l’altra e, spesso, da sola con il mio cane. Ma ti annoi? No, non mi annoio da sola. Leggo, scrivo (se ce la faccio), penso.

Poi per lavoro sono dovuta andare a Firenze e così, non senza un velo d’ansia, ho ripreso il treno. Trovo parcheggio? Arrivo in orario? Prendo il treno giusto? Ce la faccio a salire e scendere senza combinare qualche guaio tipo cadere? Ce la faccio a piedi dalla stazione al posto che devo raggiungere? Domande così, interrogativi che si pone, di solito, un’ottantenne che esce di casa una volta ogni sei mesi e che prende il treno per andare a trovare una cugina che ha appena ricevuto l’estrema unzione.

E invece ce la faccio: ad arrivare in orario e anche a parcheggiare. Oddio, la sbarra dell’ingresso al parcheggio non funzionava e l’erogatore del biglietto era fuori uso. E adesso? Metodo Petrucci: “Scusi ma voi come avete fatto a entrare?” chiedo a due signore che si stanno dirigendo verso i binari, “dall’altra parte della sbarra”. Mi guardano e indicano l’altro ingresso, esattamente a fianco di quello che non funziona e preciso identico. “Provi con l’altra sbarra”. In effetti. E infatti l’altra funzionava. Botte di culo, alle volte. Il biglietto ce l’ho già, il treno, caso altrettanto fortunato, parte dal binario 1. Strano però. Ma così recita il tabellone elettronico che riporta “Firenze Santa Maria Novella” in arancione. Fidiamoci va.

Il treno stranamente non è molto affollato, perché sono scesi tutti a Pisa (a Firenze non ci vuole andare nessuno stamani? … Ma andrà a Firenze davvero questo treno?). Le destinazioni sono importanti, se prendi il treno. E mi viene in mente una volta, anni fa eh, in cui non mi resi conto del tempo – stavo leggendo, o meglio studiando – e mi dimenticai di scendere alla mia fermata che era “Bagni di Lucca”. Me ne accorsi a Piazza al Serchio, amena località dove peraltro non ero mai stata, che forse era meglio se scendevo. Era inverno e già buio, c’era un capostazione (ora sono estinti lo so, forse qualcuno lo hanno messo in un museo o ne fatto il calco di cera) e gli chiesi: “Scusi per andare a Bagni di Lucca?”. Quello mi guardò stranito e ripose: “Ma lei c’è appena passata da Bagni di Lucca”. Evvabene ci devo tornare, scusa a te che ti importa. E invece, per fortuna, gli importava e si prese a cuore il fatto che c’era una persona che mi attendeva alla stazione di Bagni di Lucca, che avrei raggiunto con oltre un’ora di ritardo, se andava bene, e che in qualche modo dovevo avvertire. No i telefoni cellulari non c’erano, o meglio c’erano ma io ancora non ce lo avevo. Fa strano vero? Ma come lo avverti uno che è lì che aspetta? Il santo capotreno, forse per il fatto che poteva essere il mio babbo, chiamò il suo collega alla stazione di Bagni di Lucca e gli disse vai un po’ a vedere se trovi un ragazzo così e così che è lì che aspetta e digli che la sua ragazza è qui a Piazza al Serchio e appena passa un altro treno arriva. E quello andò, trovò il ragazzo e gli disse di aspettare. Mi aspettò, anche se poi ovviamente il fatto che io mi distraggo e non scendo alla stazione giusta fu oggetto di divertimento pubblico per parecchio tempo.

Non sono mica passati cinquant’anni, eppure adesso una situazione come quella non si ripeterebbe più. Non mi riferisco alla possibilità che io non scenda alla fermata giusta, per carità quello sì che può ricapitare. Ma certo non troverei più nessun capostazione e comunque avrei il cellulare per avvertire.

Sorrido ricordando quell’episodio, cinquanta no, ma vent’anni son passati tutti… Intanto il mio regionale arriva a Firenze, non prima di aver fermato in tutte le minuscole stazioni che costellano la ferrovia nel tratto Pisa-Firenze (ovviamente con tutti i treni super veloci ne ho preso uno che ci ha messo un’ora e mezza).

Mi ci vuole un caffè, dopo questa impresa. Tiro fuori la moneta da un euro e mi metto in fila alla cassa insieme a una frotta di turisti. “Un caffè per favore”. “Un euro e dieci”. “Ah. Aspetti che cerco i dieci, scusi sa, ma a Pisa il caffè costa un euro”.

Ps. Non l’ho scritto perché mi pareva davvero troppo, però vi voglio tranquillizzare: sono riuscita anche a tornare a casa.

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