PER BALLARE IL TANGO SERVE CORAGGIO, PAROLA DI NORMA GOMEZ TOMASI

In una intervista si chiede a Norma Gomez Tomasi di definire che cosa significa il tango, la sua risposta mi ha colpito molto: “Qué significa el tango? La mejior definición es bailarlo”.

Credo che in queste poche parole possa racchiudersi l’essenza dello spirito del tango e del suo metodo di insegnamento, di cui ci ha dato un ottimo assaggio in uno stage suddiviso in due moduli, di tre ore ciascuno, presso il Centro Nagual il 15 e 16 novembre, organizzato dai nostri maestri Selene e Luca.

Io non conoscevo Norma – ballerina, coreografa e insegnante di tango con oltre 45 anni di esperienza – per molti del nostro gruppo invece è stato un ritrovarsi con lei, pieno di affetto, di memoria viva, seppure trascorsi alcuni anni dal suo ultimo viaggio, e ciclo di incontri, in Italia ha abbracciato tutti, chiamandoli per nome e dedicando a ciascuno un’attenzione, una cura particolare nel saluto. Connessione. Primo passo verso il tango.

Norma vive a Buenos Aires dove ha fondato con Ernesto Carmona la prima scuola di tango di Buenos Aires “Bohemia, Rincón de Arte”, in cui formano con il loro metodo unico per l’insegnamento del tango, registrato presso il Registro della Proprietà Intellettuale, ballerini professionisti e insegnanti di tango, ma insegnano anche a coloro che vogliono semplicemente comprendere che cosa “significa” ballare il tango.

Era questo, per me, lo scopo della partecipazione alle sue lezioni, che proponevano lo studio e l’approfondimento di alcuni aspetti fondamentali: “Abbraccio ed equilibrio. Musicalità e creatività”.

Ci siamo abbracciati, abbiamo cercato nuovi equilibri, ascoltando la musica, cercandola dentro di noi, per arrivare a interpretarla con creatività condivisa.

È stata un’esperienza molto formativa, un’occasione di riflessione e arricchimento non soltanto per ballare il tango, ma per cogliere le molte similitudini che ci offre con la vita, e con il modo con cui scegliamo di affrontarla.

“Il tango richiede coraggio – ci dice Norma – e fiducia, prima di tutto in se stessi e poi nell’altro”.

Senza coraggio non si balla, senza coraggio non si vive. Il coraggio della presenza, del volersi mettere in gioco, esporsi, offrirsi, magari sbagliare, ma nel tango l’errore non esiste: si tratta solo di un’occasione per creare qualcosa di nuovo, di inaspettato che sarà, perché no, forse, anche migliore. Di sicuro diverso, che cosa c’è di male? Chi decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? che cosa posso fare e che cosa è vietato? Tutte domande che la maestra ci pone perché cambiamo punto di vista, e proviamo ad aprirci a un nuovo modo di ballare: se lo sento, lo faccio.

Norma ci ha spinto così a uscire dagli schemi, a non ballare, e quindi porsi verso l’altro, con un pre-concetto, aspettandosi qualcosa di preciso e preconfezionato, ma a provare ad ascoltare, prima di tutto, la musica che nasce da dentro.

“Ognuno di noi ha una sua musica – suggerisce – provate quando camminate per strada a cantare o fischiare, forse chi vi vede vi prenderà per matto, ma vi accorgerete che anche i vostri passi sono una danza, si accordano a un ritmo, e sarà più facile ballarlo”.

È bello pensare che ciascuno abbia la sua musica, anche se il difficile è sentirla in due e riuscire a ballare la stessa! Riflettiamo sul valore dell’ascolto, dell’apertura verso l’altro: può trattarsi di una persona che non abbiamo mai visto, che forse non rivedremo mai più, che magari non parla la nostra lingua e non sappiamo neppure come si chiama. In che modo possiamo comunicare allora?

Con il linguaggio universale del corpo.

El cuerpo – spiega ancora Norma nell’intervista – non sabe mentir y que quando queremos mentir con el cuerpo se hace mas evidente la mentira”.

Un concetto davvero interessante. Il corpo dunque non può che esprimere qualcosa di vero, se lasciamo che fluiscano le emozioni, passandole all’altro, si crea così un cerchio che si autoalimenta, senza strappi, angoli o spigoli. È quello che accadeva all’origine di questo ballo, ci racconta in un momento di pausa Norma, ci sediamo a terra e ascoltiamo.

Immaginiamo l’epoca e i luoghi in cui le persone si ritrovavano, provenienti da parti lontanissime del mondo: Africa, Italia, Polonia, Spagna, Russia. Lingue diverse, storie diverse, abitudini, usanze, tradizioni, cibi diversi. Eppure c’era qualcosa che univa tutte queste persone così differenti. La solitudine, il senso di smarrimento, il bisogno umano di contatto. È così che nasce, nei barrios e negli spazi comuni delle abitazioni povere, il tango: toccarsi, abbracciarsi un’esigenza umana, prima di tutto. Si mischiano i suoni, i ritmi, c’è molto delle danze tribali africane, per esempio, ed ecco spiegato il motivo: su tre persone una era di colore.

Norma ci invita a pensare a questo quando balliamo: sentire l’abbraccio come un punto di contatto, di connessione e provare a “scrivere” con i piedi, con il corpo, un linguaggio nuovo, forte, vero. E da qui un altro concetto: El tango es MUGRE. Sporco. Non c’è perfezione, affettazione, si improvvisa e quindi quello che si fa può essere irripetibile, unico, non pulito.

È la danza del “qui e ora”, richiede presenza, partecipazione, saper dire: Eccomi, sono io, intero, unico, imperfetto.

Balliamo, ascoltiamo la musica, le parole di Norma, proviamo a farle nostre, le tre ore di lezione volano e si esce più leggeri, con qualcosa che ciascuno porta a casa per metterlo in condivisione di nuovo la mattina seguente, per altre tre ore di lezione.

Partiamo assonnati, ma ritroviamo subito lo spirito del giorno precedente: pensieri profondi – va bene portare nel ballo anche la rabbia, la tristezza, la nostalgia o la preoccupazione – ma vanno sempre tradotti in leggerezza. Come si fa a essere tristi o arrabbiati “in modo leggero”? una bella sfida, da cogliere, da provare a mettere in pratica. Un punto di vista diverso: profondo non vuol dire pesante.

Quanto della vita c’è nel tango e quanto ballare il tango può essere utile anche nella vita?

Molto, moltissimo, se lo si intende in questo modo. Che poi credo che sia quello più vero, come testimonia chi lo pratica e lo insegna da una vita intera.

Salutarci non è triste, c’è la promessa di rivedersi, magari a Buenos Aires, Norma ci assicura che troveremo una porta aperta e una bella tazza di mate sempre pronta.

Il saluto in realtà è più breve del previsto: ci rivediamo la sera stessa alla prima milonga organizzata dalla neo costituita associazione “Tango Spring”, che abbiamo voluto creare proprio per promuovere occasioni nelle quali esprimere questo concetto di tango.

Accoglienza, gioia, voglia di stare insieme, questi i principi della “Otra Milonga” che abbiamo organizzato con cura e attenzione a ogni minimo dettaglio, al Jazz Road in via Bovio a Pisa: la risposta è stata positiva: tante le persone che hanno partecipato, apprezzando la musica, l’ambiente caldo, il buffet semplice ma accurato. Il clima è di accoglienza, di voglia di ballare e stare bene.

Sarà una bellissima serata, in cui aleggerà, leggero ma profondo, lo spirito che Norma ci ha trasmesso nello stage. Lei ci osserva, seduta, annuendo: sono sicura che avrà pensato di aver fatto un ottimo lavoro con noi. Non possiamo che confermarlo.

Alla prossima milonga allora (il 13 dicembre per la “Otra”, sempre al Jazz Road) per rivedere Norma invece toccherà andare in Argentina…

Il peso delle parole

Le parole sono pietre, sono mattoni, sono armi, ali, frecce, imbuti; sono ponti, sono bombe, sono coltelli, sono fili, che cuciono, uniscono, sono fobici che lacerano, separano. Le parole sono potenti.

Non a caso in greco antico “parola” è indicata dalla stessa espressione che significa “ragione” e che contraddistingue l’uomo, assumendo anche una valenza filosofica articolata e complessa: λόγος (lógos). Stessa radice del verbo λέγω (légο), che significa “scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare”.

Quindi il legame tra la parola e il pensiero è strettissimo, anzi, si identifica e si sovrappone ad esso.

Per quali affascinanti e talvolta incomprensibili meccanismi linguistici in italiano sia passata la derivazione dal greco παραβολή, parabolè, attraverso il latino parabŏla, e poi paràula nel volgare non stiamo qui ad indagare.

Resta il fatto che la parola rappresenta l’elemento basilare della comunicazione verbale, l’unità minima di trasmissione ed espressione dei concetti. La parola è, al tempo stesso, instabile, fragile, frutto di continua manipolazione, soggettivizzazione, distorsione e incomprensione. La parola è di per sé fraintendibile, interpretabile, oggetto di continua metamorfosi.

Nonostante questa sua fragilità, rimane lo strumento di comunicazione più potente che esiste al mondo. È questo è un fatto.

Non ci credete? Pensate che siano solo gargarismi intellettuali di gente che passa la giornata a arzigogolare sul nulla? Roba da linguisti e glottologi e nulla più? Errato. Basta fare qualche prova pratica, velocissima, e tutto appare chiaro.

Mettiamo che due persone si incontrano e una dice all’altra, che ne so: “ti amo”. Cambia qualcosa? Oppure: “ti lascio”. Che accade? Ti licenzio, sei assunta, hai un cancro, sono tuo padre, o mille e mille altre piccolissime parole che hanno il potere di cambiare la vita delle persone. Stravolgerla anche. Con così poco: due o tre paroline, che muovono un mondo e innescano dei cambiamenti, accendono azioni.

Le parole sono micce.

È una cosa incredibile e ogni volta che ci penso mi si riempie il cuore di meraviglia, quello stesso cuore che una parola può far brillare di felicità oppure svuotare, spegnere, strizzare fino a fare male. Per così poco, per una parola: ci pensate? È una cosa straordinaria, secondo me.

Ma non esistono solo le parole dette, quelle è vero assumono il peso maggiore, più importante, quelle sono piccole guerriere operose, opliti che armano l’esercito della vita.

Ultimamente mi capita molto spesso di riflettere anche sulle parole meno fortunate, quelle NON DETTE, quelle OMESSE, TACIUTE, DIMENTICATE, che restano a vagare senza trovare un fiato coraggioso che le esprima, che le faccia esistere strappandole al loro limbo di incompiutezza. Per distrazione, negligenza, trascuratezza, per orgoglio.

Quante – e quali – sono le parole che non diciamo? Molto spesso sono quelle che riteniamo semplicemente “scontate”, pensando che non serva pronunciarle, o ripeterle. Perché?

Le parole non sono un UNA TANTUM, qualcosa che detto una volta basta per sempre.

Ecco un’altra caratteristica della parola: è importante coltivarla, ripeterla, rinnovarla, arricchirla, inserirla in diversi contesti, momenti. Si rischia altrimenti che resti al buio, che si opacizzi, si spenga, perda forza, che come tante cose della vita “sia scaduta”. Ma le parole scadono? Un’altra bella domanda. Temo di sì. E quanto dura una parola? Questa forse è più facile: una parola dura il tempo in cui si rende necessario ripeterla. Ecco quanto dura. Questo tempo però è soggettivo, non è uguale per tutti. E qui nascono le difficoltà, nei rapporti, tra le persone.

E dove finiscono le parole non dette? A volte le immagino, galleggiare nell’aria senza meta, inquiete, irrisolte perché non dette, come fantasmi senza posa in un limbo senza tempo. Una parola non detta, non scritta, esiste ugualmente? Una parola non espressa, che resta muta, vale? E quanto? Lo stesso? No. Purtroppo non può valere lo stesso. Eppure esiste, da qualche parte, anche lei. E aspetta, perché può sempre capitare che un giorno succeda anche a lei il miracolo di essere scelta, e pronunciata, di abbandonare il limbo e prendere forma.

Se è vero che tacere è un’arte, una pratica che dovremmo perseguire più spesso, è altrettanto importante capire che le parole vanno dette. Quelle necessarie almeno, quelle che servono a nutrire un rapporto, di qualsiasi genere esso sia: d’amore, d’amicizia, di parentela, di lavoro o di collaborazione. A volte anche una parola detta a uno sconosciuto può assumere un grande valore. Inaspettato. Altra caratteristica meravigliosa della parola: la capacità di creare stupore. Di accendere una fiamma, che resta, anche dopo che si è spento il fiato che le ha dato vita. Che sembra breve, un attimo, i pochi secondi che servono per pronunciarla, eppure il suo effetto continua a risuonare, lavora, scava, crea, demolisce, nella mente di chi la riceve.

Le parole non sono tutte uguali, alcune sono malefiche, portano dolore, distruzione, altre illuminano, danno speranza, accendono i cuori. Bisogna fare molta attenzione, nella scelta delle parole, perché una volta detta, una parola non torna indietro, come una freccia arriva dritto al suo bersaglio, e non la puoi fermare, non le puoi impedire di fare il suo centro.

La parola è λόγος, per tornare ai greci, è pensiero, è ragione, è VITA.

La parola fa la differenza. Ecco il suo peso, il vero valore; è diverso, dirla una cosa o non dirla.

Con buona pace dell’universo, perché sono tante, delle parole non dette, ogni volta che una di loro viene “scelta” e abbandona il limbo per prendere vita, si accende una fiamma. Che continua a brillare.

Aggressione fa rima con disinformazione

Troppo spesso si sente e si legge di “cani assassini”, in seguito ad aggressioni da parte di cani, spesso di famiglia, verso bambini che in alcuni casi sono rimasti gravemente feriti o purtroppo non sono sopravvissuti.

Sono notizie terribili, che non vorremmo mai leggere, ma forse, dico forse, per non leggerle più occorrerebbe fare intanto la nostra parte, magari piccola ma importante, e qui parlo da appartenente alla categoria (quella dei giornalisti), cominciando a utilizzare un linguaggio corretto, e anche a promuovere occasioni di corretta informazione. Perché in fondo questo è il nostro, primo, dovere: raccontare la verità dei fatti, fare informazione ad essa pertinente, e continente. Ecco, non sempre accade, soprattutto – e troppo spesso – nell’ambito di queste tragiche circostanze, a maggior ragione delicate proprio per questo.

I cani non sono degli “assassini” poiché non uccidono né feriscono un essere umano agendo per una volontà premeditata o intenzionale, sembra un concetto banale, ma credo sia importante partire da qui.

Partiamo anche dall’assunto che ci sono, oggettivamente, razze più complesse da gestire di altre, non “pericolose” in sé e per sé, ma che presentano caratteristiche motivazionali peculiari, per le quali senza dubbio alcuno è fondamentale la consapevolezza del proprietario.

Scegliere come compagno di vita un barboncino toy oppure un pitbull, un maltese o un rottweiler, per fare esempi grossolani ma significativi, è ovvio che non è la stessa cosa, fermo restando che l’adozione – o acquisto – di un cane deve sempre essere, qualsiasi cane si scelga, accompagnato da un percorso di consapevolezza volto a tenere in considerazione tre fattori principali, che ricorda ed elenca sempre in maniera molto chiara l’etologo Roberto Marchesini, ma evidentemente non è mai abbastanza: dunque vale la pena ripeterli questi fattori.

Occorre prima di tutto conoscere e informarsi molto bene sulle doti innate e sugli aspetti genetici di quella data razza, leggendo il più possibile, prendendo contatto con altri proprietari che hanno avuto quel tipo di cane, e anche con gli allevatori, educatori, veterinari, insomma cercare di raccogliere più esperienze possibili di persone che conoscono bene quella razza.

Questo ovviamente non basta: ogni cane è un individuo e avrà quindi anche delle peculiarità proprie, legate alla sua storia, e anche al suo carattere che con qualche aiuto si può capire anche se si tratta di un cucciolo.

Infine, terzo elemento ma certamente fondamentale, occorre sapere che assume un aspetto di enorme rilevanza la relazione che il cane ha con il suo proprietario.

Senza avere questi tre elementi è impossibile fare una valutazione corretta e sensata di qualsiasi cane, di qualsiasi razza.

Se è vero che niente, o poco, si può fare sulle caratteristiche genetiche o sulle esperienze pregresse, altrettanto vero è che la relazione può fare, e farà, la differenza. Ecco perché occorre una grande consapevolezza, e una forte capacità di cognizione e controllo del proprio cane per poter costruire una relazione solida ed equilibrata che sarà alla base di una vita felice, sia per il cane che per tutti gli esseri umani con cui verrà in contatto, a partire dal suo proprietario.

Leggiamo ancora termini come “capobranco”, “dominante”, “soggetto alfa” e altre amenità di questo tipo che l’etologia e l’educazione cinofila “moderna” hanno relegato nell’armadio (dei vecchi scheletri) eppure appunto non è infrequente imbattersi in pareri, anche di esperti, che utilizzano questa terminologia. Ancora una volta il linguaggio è importante.

Il proprietario di un cane non deve essere il capobranco, ma deve essere una persona consapevole, che sia in grado di accompagnare il cane in un percorso in cui le sue caratteristiche possano trovare un’espressione adeguata. E questo non è possibile se non conoscendo in maniera approfondita proprio le motivazioni del cane stesso.

Ormai si sente parlare sempre più spesso di “test di valutazione”, benissimo, importante che non siano pensati solo per il cane, ma volti a sondare se il proprietario possiede le capacità per una conduzione corretta del cane stesso. Perché poi non si debba leggere che il cane è “un assassino”, tanto per intenderci.

Ma che cosa significa è un “cane impegnativo”? senz’altro si tratta di un cane che presenta delle caratteristiche motivazionali, sostanzialmente predatorie, che necessitano di essere bene incanalate per non sfociare in comportamenti scorretti e in aggressioni, che possono risultare anche letali per i più fragili, come bambini o anziani. Nessuno vorrebbe più leggere di bambini azzannati da cani, magari di casa appunto. Non è accettabile eppure accade e anche con una certa frequenza. Perché?

Prima cosa: sfatiamo il mito che un cane per forza e di default debba o possa essere “il migliore amico di un bambino”. Senza ombra di dubbio quello che un bambino può ricevere dalla relazione con un cane è scientificamente provato, soprattutto per i primi sei anni di vita, rappresentando una “base sicura” rafforza l’autostima, e costituisce un enorme stimolo per nuove avventure conoscitive che un essere umano non è in grado di offrire. Il discorso sarebbe lunghissimo – e non ci addentriamo qui – se ci mettessimo a parlare di tutti gli aspetti positivi che una relazione con un cane può apportare nel processo educativo ed evolutivo di un bambino. Preme però sottolineare che tutto questo non può accadere senza l’attenta supervisione dell’adulto e senza che appunto a monte ci sia un percorso condiviso e consapevole che renda quel cane “di famiglia” un soggetto competente ed equilibrato nel suo ruolo all’interno della famiglia stessa. Non può stare in piedi il concetto secondo il quale il bambino dovrebbe essere “gerarchicamente” superiore al cane, perché non è così che funzionano le relazioni sane. Ma fermiamoci qui, dato che io non sono certo né un’educatrice, né una veterinaria comportamentalista, né un’etologa, sono soltanto una persona che nel suo piccolo ha sempre cercato di divulgare informazioni corrette e questo continuerò a fare, nella speranza che possa diffondersi una vera cultura di “informazione”, solo questa parola può far rima infatti con “protezione”.

Chiamata senza risposta

Oggi voglio parlare di un tema diverso, niente cani, niente cavalli, libri, bozze, autori, niente del genere.

Oggi voglio parlare di un vero e proprio mistero che, sono certa, non avvolge solo la mia esperienza, ma credo riguardi quella di molte madri di adolescenti.

Sì adolescenti, presente quelle creature che fino a ieri l’altro erano deliziosi bambini con la finestrella nei denti che ti facevano disegni con su scritto “ti voglio bene mamma” e oggi fanno finta di non conoscerti se ti incontrano per caso in strada imbrancati con gli amici, o peggio ancora, in compagnia di un’amica o di un amico speciale del quale tu devi ignorare l’esistenza perché se ti azzardi poi a chiedere “chi era quello/a?” vieni azzannata alla giugulare da un affilato “sono affari miei”? Quelli.

Quelle personcine che all’improvviso sono diventati più alti di te di venti centimetri ai quali non puoi più comprare simpatiche magliette o tutine nel reparto “bimbi” perché quando ti viene in mente di prendergli qualcosa, che tanto comunque non gli piacerà, ti rendi conto che gli ci vuole la M da uomo. Quei soggetti indecifrabili, imperscrutabili e impraticabili che si aggirano per casa o si spiaggiano in posizioni improbabili sul divano, sempre ovunque e comunque con il cellulare in mano. Gli si modificheranno le dita, a questi qui, perché praticamente non gliele vedi mai senza cellulare dentro, ci vivono in simbiosi, ci scrivono, ci leggono, ci fanno perfino i compiti con il telefonino, o così almeno ci vogliono far credere. Eppure… eppure… eppure, cosa succede quando provate a telefonare a vostro figlio o mandargli un messaggio? NIENTE. Esatto: non succede niente perché NON RISPONDE. E se poi ti ci incavoli e protesti ti dice: “eh ma non avevo sentito/visto!”. Come cavolo fai a non aver sentito (per carità forse ci sta anche, lo tengono sempre silenziato il telefono altro mistero dei misteri) oppure visto il cellulare dato che non te ne separi nemmeno per guardare dove metti i piedi quando cammini?

Eppure te la dicono questa cosa qui, come se fosse poi normale, si risentono anzi: “non posso mica stare sempre a guardare il telefono stavo facendo altro”. Ecco una cosa che mi fa saltare i nervi: “stavo facendo ALTRO”. Ma altro cosa? E poi a un certo punto, mettiamo anche se tu stessi facendo altro e che tu sia stato – quanto? sette minuti? – senza guardare il cellulare a un certo punto, dico, lo avrai notato che c’hai una chiamata persa, un messaggio, di tua madre, no? Oppure c’hai il telefono con la selezione all’ingresso, che le chiamate di tua madre e pure i suoi messaggi li dirotta sulla luna? Perché è da lì che sembrano provenire quando il povero genitore risentito cerca di mostrare le proprie istanze. E puoi anche chiamarli a ripetizione eh, così per gusto: non rispondono comunque. E quando trovano otto chiamate senza risposta della madre non è che un minino si preoccupano, pensando oh cielo mentre “stavo facendo altro” magari è andata a fuoco la casa, ci hanno rapinato, mia madre ha bisogno di me e mi devo precipitare come fossi Batman. Macché. Non richiamano.

Lo stesso però, ovviamente, non vale quando sono loro a scrivere alla madre, magari perché hanno bisogno di qualcosa: di essere accompagnati, ripresi, di ospitare tizia o tizio o giù di lì. Ecco, in quel caso devi rispondere subito, e di sì ci mancherebbe, perché se la prendono a male se non dai risposta – affermativa – entro due minuti. Ma come? Non lo hai visto che ti ho scritto? E lì la tentazione arriva, direttamente proprio sulla punta delle dita, di rispondere: “No, abbi pazienza ma stavo facendo altro”. Tipo lavorare, o comunque qualsiasi altra cosa che non mi ha permesso di visualizzare (altro tema: moltissimi la spunta blu dei messaggi l’hanno tolta perché sennò “si stressano”) le tue richieste. Eh no, questo a una madre non è concesso, ovvio. Questa cosa di non rispondere non è transitiva insomma, ma credo ve ne siate accorte anche voi, non dico nulla di nuovo. E ogni tanto penso, ma non era più facile la vita senza i telefonini? Per comunicare ci si doveva vedere, sì c’era il telefono di casa, ma era proprio tutt’altra roba, al limite serviva per quello che dovrebbe servire un telefono: per darsi un appuntamento, ci vediamo alla tale ora in tale posto, oppure no oggi non ce la faccio devo studiare e poi andare agli allenamenti e allora ti restava il magone fino al giorno dopo, o alla volta successiva in cui ti potevi rivedere e ti batteva forte il cuore. Ma a loro quando gli batte forte il cuore, mi domando? Mentre chattano, mentre guardano reel su Instagram, quando di preciso? Non è che voglio fare la nostalgica, sarebbe ridicolo, il mondo va avanti e se dio vuole ci mancherebbe però… però… però…

Siamo sicuri che questi benedetti aggeggi l’abbiano migliorato la comunicazione? Che servono davvero a fare “rete”, a “stare connessi”? O talvolta sortiscono invece proprio l’effetto contrario, di estraniamento, allontanamento dalla vita reale, dalle persone reali? Perché la funzione principale che dovrebbe avere una comunicazione telefonica è proprio un’altra: qualcosa da dirsi, tipo ci vediamo in un certo posto, ti va di uscire, che fai stasera, insomma cose così. Un telefono dovrebbe essere un ponte, comodissimo, su cui salire, da attraversare per trovare dall’altro lato la realtà, la vita vera, un’altra persona, non un altro cellulare.

Ecco credo che il primo passo verso questa nuova consapevolezza, rivoluzionaria, stupefacente, cari ragazzi, sarebbe quello di rispondere alle vostre mamme quando vi chiamano. Perché di sicuro è per dirvi qualcosa di importante, e i telefoni dovrebbero servire proprio a questo: a dirsi qualcosa di importante. Non vi pare?

Un Sanremo che cura poco (e che poco si cura delle donne)

Eh sì quest’anno l’ho guardato anche io Sanremo, forse è stata la prima volta in cui l’ho seguito davvero e con più attenzione, ovvio che non sarei credibile spacciandomi per esperta critica musicale profonda conoscitrice della kermesse più attesa dell’anno. Tuttavia, avendoci fatto le due di notte per vedere la conclusione, sento di potermi arrogare il diritto di dire qualcosa anche io – visto tra l’altro che al tempo dei social lo fanno tutti.

Tanto per cominciare è stata una bella serata, perché ci ha offerto l’occasione di riunirci a casa di amici per guardare (sentire si sentiva poco) e più che altro commentare cantanti, look, presentatori e presentatrici, ospiti e via dicendo. Quando un evento funziona da aggregatore sociale, unendo trasversalmente generazioni diverse, è sempre una bella cosa, a mio parere. E questo il primo punto. Da lì a fare “un prodotto”, come dicono quelli che ci capiscono, di qualità e di livello, che veicoli messaggi importanti, che ri-porti al centro la valenza professionale e la potenza evocativa dell’arte di fare musica in un’epoca in cui tutti sanno dicono scrivono – e ovviamente cantano – ce ne corre.

Ecco dunque il bastone, dopo la carota: un po’ sono occasioni perse, queste in cui c’è la possibilità di arrivare nelle case, e nelle menti, di così tante persone – stiamo parlando di 13,4 milioni di spettatori mica bruscolini – diretti come missili se non le si sfruttano e colgono per “fare la differenza”. E io la differenza non l’ho vista, son sincera, ho visto piuttosto una rassicurante e confortante conferma, specchio di una società che certe cose le vuole dire, le vuole vedere, un pochino, il giusto dai, solo per poter dire che le ha dette e viste ecco (e ce le hanno messe proprio tutte eh). Perché “si deve”. Nulla più.

Ma andiamo per ordine, prima i cantanti, dato che dovrebbe essere la musica protagonista di questo festival no? Questo temo a tratti sia un po’ sfuggito, ma insomma forse anche no. Perché se nella cinquina di finalisti abbiamo Cristicchi, Brunori, Lucio Corsi che è stato forse la vera “rivelazione” di questa edizione mi sta bene. Peccato che c’è Fedez, per dirne uno, sul quale mi taccio che è meglio, peccato che Giorgia, signora indiscussa per classe e per voce, è stata esclusa dalla cinquina dei finalisti anche se consolata dal premio “TIM” e più che altro dal pubblico, che forse alla fine è anche il riconoscimento più bello che un’artista può ricevere. Forse è anche giusto che a vincere sia un ragazzo di 23 anni con un nome e un look improbabili che parla di un tema improbabile (la nostalgia che poi anche in italiano è un’altra cosa da quello che canta lui, ma insomma non stiamo a scendere nella semantica che mi pare eccessivo sennò) ma decisamente “fresco”, largo ai giovani in questo caso ha funzionato, anche se questo risultato credo abbia fatto storcere la bocca a molti.

Dicevo contenta per Lucio Corsi, invece, un ragazzo che sa cantare, e sa suonare, intanto, e non mi pare cosa scontata in quel circo lì, che ha saputo porre con leggerezza e originalità un tema, questo sì, di grande impatto anche sociale, non solo per i più giovani: un elogio della fragilità e dell’imperfezione, posto con la cifra vincente dell’umiltà e dell’ironia. Tanto di cappello. Andarsi bene per come si è, anche senza essere “duri”, eroi, tatuati, muscolati, vestiti di pelle nera, con catenazzi, piercing e occhiali scuri, quelli con “troppo sole” per dirla proprio con Lucio. Insomma quasi tutti gli altri partecipanti, almeno maschili, mentre la componente femminile faceva a chi ce l’ha più grosse, più pompate e più scoperte (scegliete voi se le tette, le labbra o anche gli zigomi). Ops, scusate sto divagando, scivolando pericolosamente su un altro terreno. Mi fermo che è meglio.

Di musica me ne intendo poco, la ascolto molto, questo sì, ma quello che mi sento di dire è non più di quanto detto, felice per questi personaggi che ho citato – bellissimo il testo della canzone di Cristicchi che ha avuto il merito, anche se non originale, ci aveva già provato Ruggeri (escluso da Amadeus) con la bellissima canzone “Dimentico” qualche anno fa, di parlare di un tema drammatico quanto attuale, quello della “cura” verso i genitori e gli anziani che tornando “piccoli” ci costringono a fare i conti con la nostra di piccolezza.

Due parole le voglio dire invece sulle conduzioni, e qui mi sento di essere meno lusinghiera. Non mi ha convinto Carlo Conti, non l’ho proprio trovato all’altezza, ancora meno soddisfatta delle conduttrici femminili, a parte ammirare il coraggio e la classe di Bianca Balti, anche questo un messaggio importante, non ho visto professioniste, non ho visto nessuna fare la differenza, per tornare su questo tema. Ho visto una serie di vestiti strabilianti – alcuni molto belli altri meno – portati a spasso su un palco, talvolta anche goffamente, da manichini poco disinvolti perfino nella lettura del testo che scorre sul monitor, nessuna padronanza di quel palco, né tantomeno, della comunicazione, che a mio avviso ne esce svilita e perdente. Come la figura e il ruolo professionale della donna del resto, ecco alla fine lo voglio dire, che non mi è piaciuto come è stato portato su quel palco (ah tra l’altro i cinque finalisti tutti uomini, anche questo un caso?), questa sì che è stata una grande occasione persa, quella di poter mostrare che le donne, ma come gli uomini del resto, nel mondo della musica, dell’arte, della comunicazione devono avere talento, che spicca, che spacca, che buca, che fa la differenza, che illumina, che dice ai giovani e non solo eccomi, io ce l’ho fatta, anche se sono un fragile, come dice Lucio, ma ci ho creduto, mi sono impegnato, con fatica, con dedizione, con coraggio, con ironia e lucidità, perché credo in quel che sono e che valgo, seppur diverso da quello che ci impone questa società rimpolpata di silicone.

Per tornare alla carota, perché solo bastone fa davvero troppo radical-chic che non mi appartiene per nulla, l’ho guardato volentieri questo Festival, devo confessare in realtà che ho visto solo tre serate su cinque, ma le canzoni le ho ascoltate tutte e attentamente. Mi piace il fatto che unisca, divida, che faccia discutere, appassionare, che sia l’occasione – anche se non sfruttata a pieno e al meglio s’è detto – di parlare (anche) di tumore, di malattia mentale, di demenza senile e vecchiaia, di depressione, ma anche d’amore, ovvio, di cuoricini, di figli, della vita, in tutte le sue sfumature, vissuta, immaginata, cantata, condivisa.

Io intanto rimango dell’idea che un bravo artista, che si occupi di musica, di scrittura, di pittura, deve fare la differenza, per me la differenza a questo giro l’ha fatta avere una voce, una classe, una presenza e una professionalità come quella di Giorgia, o un talento ironico potente nella sua iconica fragilità di Lucio. Tutto il resto è noia…(incluso e soprattutto l’insopportabile spiegone dell’Albertone Angela, ecco l’ho voluto dire).

Il ciabattino va in giro con le scarpe bucate (e gli editor con i siti da aggiornare)

I detti popolari hanno sempre un fondo di verità, è innegabile. È così che il ciabattino va in giro scalzo, o meglio con le scarpe da sistemare, il perché si capisce facilmente: perché il suo tempo lo impiega ad aggiustare le scarpe degli altri, lasciando sempre indietro le proprie. Poi magari quando smette di lavorare, dopo ore e ore passate chino a sistemare tacchi, risuolare, incollare e inchiodare di tutto ha voglia tranne che di mettersi a fare un paio di scarpe in più che, per l’appunto, sarebbero le sue!

Non è troppo diversa la situazione di chi trascorre la giornata a leggere, editare, sistemare, riscrivere i testi degli altri e finisce per dedicare poco (o quasi punto) tempo ai propri. Non è una cosa bella, è vero, e neppure fatta bene, ma se l’immagine del povero ciabattino stanco di spaccarsi le mani e gli occhi sommerso da scarpe da sistemare suscita una certa forma di pietas mi dico che posso essere indulgente anche con me stessa, per non aver aggiornato per diverso (troppo, va detto) tempo il mio sito, al punto che non avevo neppure inserito le ultime cinque pubblicazioni. Mica bruscolini! E anche questo blog ho trascurato, verissimo, per quei pochi che hanno il piacere di leggere le (dis)avventure editoriali o bracchesche una mancanza considerevole che conto e spero di poter riparare.

E voi penserete: bravo ciabattino che finalmente ha messo da parte le scarpe di qualcuno per mettere sul bancone le proprie e darci dentro con il lavoro… macché! Inutile non dire la verità e prendersi meriti che non ho per nulla. Alla fine è andata che il ciabattino si è deciso e ha fatto una cosa saggia: ha chiesto una mano a un altro ciabattino, più bravo di lui in queste cose, sennò col cavolo che le aggiustava da solo le sue scarpe!

Eleonora, oltreché un’amica con cui è sempre piacevole conversare e trascorrere il tempo, è colei che il mio sito lo ha fatto di sana pianta, dando a me “soltanto” il compito di fare il copy – attività nella quale lei eccelle peraltro – in parole più semplici: io ho dovuto solo riempire gli spazi che lei aveva creato. E avrei anche dovuto aggiornarli, e invece… che dire chi è un bravo ciabattino scagli la prima suola! Io me ne guardo bene.

Abbiamo deciso per un pranzo, certe cose è bene farle a pancia piena, e per riempirla abbiamo optato per un quarto di pizza alla pisana e schiacciatina con cecina. Con le dita belle unte poi ci siamo messe al lavoro. Io come una scolaretta consapevole di non aver fatto i compiti e quindi di non poter certo aspirare a una pagella decente, lei con la consueta professionalità e competenza. Insomma, a ognuno il suo. O quasi…

Il risultato è che adesso almeno il sito è aggiornato! E sono comparse magicamente le ultime cinque “fatiche editoriali”, come le chiamano quelli che si danno una certa aria; nella home abbiamo inserito l’ultimo libro uscito (Sono solo bestie. Maltrattamento e benessere animale. Domande e risposte, Primamedia editore, 2024) che meritava davvero uno spazio adeguato, così come i festival letterari che da qualche anno occupano non poco del mio tempo e sono diventate creature a cui sono particolarmente affezionata.

Che lavorone che hanno fatto queste ciabattine! Per premiarlo e darci un minimo di soddisfazione vi chiederei di farci una giratina su questo sito aggiornato, e se vi va anche di dare dei suggerimenti perché c’abbiamo messo dell’impegno, è vero, ma poi le scarpe ammucchiate da sistemare hanno avuto la meglio e terminato lo spazio che ci eravamo ritagliate – pizza e cecina comprese – ciascuna è tornata a incollare tacchi e suole e buonanotte suonatori!

Quindi, contiamo sul vostro aiuto!

DI CANI MAL-EDUCATI, PROPRIETARI INGNORANTI E CANI COMPETENTI

A volte mi chiedo se tutto il lavoro fatto con il mio cane nei suoi 11 anni di vita sia servito a qualcosa. A volte mi chiedo se non ho sprecato tempo, soldi anche, con educatori cinofili, ore e ore trascorse a trovare un dialogo costruttivo e rispettoso delle esigenze di un grande bracco-predatore, cercando di farle combaciare in armonia con le abitudini ed esigenze umane, a volte così tanto distanti e difficili da conciliare.

A volte, per fortuna, arriva la risposta, e mi riempie il cuore di gioia.

Stamani molto presto ho portato Cirano nella “nostra” strada per una passeggiata fresca, ho visto che un po’ più avanti c’era una signora con due cani, meticci, di mezza taglia, sciolti. Non è un problema, mi sono detta, come sempre: li lascio andare avanti, poi noi giriamo per i campi a destra e ciao, tanto Ciro viene con me.

Arrivati al bivio per girare però uno dei due, il maschio, ci ha visti, la femmina è rimasta accanto alla proprietaria, mentre lui invece ci ha raggiunti, nonostante i richiami, con fare un po’ baldanzoso: della serie qui c’è mio, te che ci fai e chi ti ha detto che ci puoi stare senza il mio permesso?

Mentre ci raggiunge trotterellando a coda ritta – la proprietaria continua a urlare, io taccio semplicemente continuando ad andare avanti con la speranza che dopo qualche passo torni dalle sue donne – Cirano si mette in posizione a “T” rispetto al nuovo arrivo. Si tratta di una posizione non belligerante, che in linguaggio cinofilo, se il soggetto in questione lo conoscesse e lo rispettasse come sarebbe bene che facesse un cane ben-educato, significa non voglio litigare con te. Ma lui nulla, si appiccica al sedere di Cirano, che continua a camminare verso di me, guardandomi e chiedendomi che fare. Quando il tuo cane emette il comportamento corretto verso un altro cane, mentre questo ne ignora il significato e lui ti guarda perplesso come a chiederti che si fa con questo cafone? ti si apre il cuore. Perché vuol dire tante cose. Vuol dire che ce li hai davanti, i frutti di anni di lavoro, di costruzione di una relazione sana e solida, non basata sull’ubbidienza, che di per sé non ha senso e non esiste – come mostra il nostro amico ignorando totalmente le urla della proprietaria, che comunque non si è mossa di un passo da dove era, mentre noi continuiamo a camminare nella direzione opposta.

Il rompiscatole appiccicato al sedere di Ciro, con fare da bulletto (un po’ di pit nel suo sangue di sicuro c’è), Cirano che continua a guardarmi chiedendo che fare. Io lo rassicuro, gli dico che è molto bravo, sperando che l’atteggiamento indifferente di Cirano, il mio tono di voce calmo e tranquillo e i passi lenti ma costanti scoraggino il molestatore da continuare a seguirci. Macché.

A questo punto penso che sia meglio tornare indietro, tanto quello non molla, la sua padrona resta dov’è a urlare, tanto vale riportarglielo indietro, sperando che la pazienza di Cirano duri nel tragitto, e che non cambino gli equilibri riavvicinandosi alla sua proprietaria e all’altra canina.

È andata bene, lo dico subito sennò state anche voi con il fiato sospeso come sono stata io. Un paio di volte Ciro è stato tentato da comunicargli in maniera più decisa, peraltro con il suo vocione e la sua stazza da quasi 40 chili ne avrebbe anche tutto il potenziale, ma gli ho chiesto di non farlo, ed è stato davvero molto bravo.

Come previsto, arrivati vicino alle sue due donne il ragazzo ha ben visto di alzare la cresta e di tentare un atteggiamento più aggressivo, a quel punto, ormai prossima la sua padrona mi sono arrabbiata io, e gli ho tirato un urlo deciso mettendomi in mezzo tra lui e Cirano. Per fortuna questo è servito a destabilizzarlo un attimo, e alla sveglia proprietaria a riacchiappare il damerino.

Le ho suggerito, anche troppo garbatamente, di imparare a gestire meglio il suo cane, altrimenti se non è in grado di farlo di tenerlo legato.

Sarcastica mi ha detto “Grazie per la lezione”. Eh no signora cara, non ringrazi me per la lezione, ringrazi piuttosto il buon senso, l’educazione e la competenza del mio cane, perché se al posto suo ce n’era un altro tipo il suo bel maleducato non era finita per niente bene.

Anche a te e famiglia!

Parliamoci chiaro: questa cosa degli auguri al tempo dei social, Facebook, Instagram, Whatsapp et similia andrebbe abolita. O almeno andrebbero aboliti gli “auguri generici”, cumulativi, per intenderci: quelli che mandi a tutti e che ti intasano il telefono senza via di scampo a partire almeno almeno dal 20 dicembre e via così fino a Befana, il che significa più di due settimane di assillo con immagini di ogni sorta dimensione forma e colore, gif, video, animazioni e chi più ne ha più ne metta alle quali, almeno per quanto mi riguarda, mi rifiuto di rispondere.

Perché se davvero mi vuoi “fare gli auguri”, fai lo sforzo di scrivere qualcosa di personale, anche chennesò “auguri Francesca”, scrivi una cosa a me, perché mi vuoi sentire proprio me, in quel momento, e non perché annaffi la tua intera rubrica con una pioggia di stupidaggini qualsiasi che ti viene in mente di spedire nell’etere. È una cosa che mi manda in bestia, perché – anche con un certo sforzo – non arrivo a comprenderne il senso. Anzi, peggio, mi urtano il sistema nervoso. Ricevere un messaggio del genere da una persona che non sento mai con questa modalità mi rattrista. Perché se ti va di “sfruttare” l’occasione natalizia in cui siamo tutti più buoni e vogliamo sentirci benefattori dell’umanità e magari “mandare gli auguri” a qualcuno di cui non hai notizie da tempo, con cui magari hai discusso e ti tornerebbe male scrivergli in un giorno qualsiasi una minchiata qualsiasi, che sarebbe in ogni caso decisamente più apprezzabile degli orridi auguri suddetti, ti prendi la briga di usare le ditina per scrivere: “Con l’occasione del Natale mi è venuta voglia di sentirti e di farti gli Auguri”. Ecco, ma dico io, cosa ci vorrà mai a pensare e inviare un messaggio di questo tipo invece di Babbo Natale, renne, elfi, palle di ogni sorta o, peggio ancora, della Sacra Famiglia riunita e la scritta in caratteri dorati “Buon Natale”?

Vorrei tanto avere il garbo di rispondere con un “Anche a te e Famiglia” che, si sa, va bene su tutto, ci fai bella figura, sempre che uno una famiglia la abbia, naturalmente, che ci trascorra il Santo Natale insieme, che davvero lo faccia perché lo vuole fare e non detestandosi e riunendosi solo perché così vuole la “tradizione” per strafogarsi di cibo, buttandone via poi almeno la metà, e scambiandosi inutili regali comprati all’ultimo minuto tanto per non presentarsi a mani vuote. Eh no, nemmeno “anche a te e famiglia” rispondo agli auguri lanciati a caso come coriandoli di martedì grasso. Rispondo solo a chi mi scrive “Buon Natale Francesca”. Perché il Natale è una cosa personale, è un fatto intimo, una questione delicata, che andrebbe presa tanto più sul serio e al tempo stesso con tanta più leggerezza.

È un giorno come un altro, il Santo Natale, per chi è solo, per chi ha perso qualcuno di recente, per chi è infelice nella famiglia in cui vive, per chi ha perso il lavoro, per chi non lo trova, per chi è costretto ad andarci invece dei festeggiare, per chi non sa come dire al marito o alla moglie che lo/la tradisce e non ne può più, per chi deve iniziare una chemioterapia, per chi lascia il pranzo a metà per correre a salvare qualcun altro che si è cacciato in un guaio e deve essere “salvato”. Perché tutti dobbiamo essere salvati, ogni giorno, non solo a Natale, ma forse a Natale un po’ di più.

Perché a Natale quel che manca pesa di più. Si sente di più. È questo, no, per chi ha il dono della fede, il significato della nascita del bambino Gesù. Che si è fatto uomo, si è fatto piccolo e si è fatto “ultimo”: non ha scelto certo di nascere in una casa elegante e calduccia, con babbo e mamma ricchi e una bella tavola imbandita di ogni bene che poi finirà a gonfiare l’enorme cumulo di rifiuti in cui (un quarto) dell’umanità si sta seppellendo, mentre gli altri due terzi muore di fame. Eh no, Gesù nasce in una stalla, con un padre anziano, forse ormai poco capace di accudirlo e che pure cerca di fare del suo meglio per dare alla giovane compagna, senz’altro spaventata, la possibilità di partorire in un luogo “sicuro”, senza denari per permettersi di meglio. E nasce in Palestina Gesù Cristo, guarda un po’, nasce in un posto dove oggi c’è la guerra, dove muoiono ogni giorno bambini proprio uguali identici spiccicati a lui, anche nel giorno del Santo Natale. Come si fa a non pensarci. A questa cosa qui, e a tutte le cose tristi del mondo che, appunto se esistono sempre, in un giorno in cui si dovrebbe essere tutti “sereni, felici e contenti” di sicuro pesano di più che negli altri 364 dell’anno.

E allora che dobbiamo fare, direte voi, stare tutti con il muso lungo per Natale? Stare chiusi in casa, soli, tristi, senza farsi regali, imbandire tavole, e riunirsi per pranzo con le proprie famiglie?

No, non voglio dire questo, ci mancherebbe. Si fa bene a fare festa, a provarci, a stare insieme, a stare “in serenità”, almeno il giorno di Natale, a crederci, almeno per qualche ora, che siamo tutti più buoni e che le cose andranno meglio, tutto sommato è uno sforzo che si può fare, lasciarsi coinvolgere e illuminare dallo Spirito del Natale è una cosa bella, altrimenti saremmo tutti come l’arido Ebenezer Scrooge, per l’amor del Cielo!

Quindi, festeggiamo, brindiamo, stiamo il più possibile con i nostri familiari e non solamente con loro, ci mancherebbe. L’unica cosa, per favore, almeno, fate uno sforzo: gli auguri mandateli “ad personam”, a chi desiderate sentire, uno per uno, prendetevi qualche minuto, non è poi così difficile, ma liberateci dalle catene di Santa Claus!

Il palio di Siena: chi più ne ha più ne metta

Quest’anno non l’ho guardato il palio, e ho fatto bene.
Da quando ero piccola, anzi piccolissima, il palio si è sempre seguito in casa, mio padre era un grande appassionato, con amici fantini e allenatori che anche io ho conosciuto e frequentato.
Figuriamoci che il primo cavallo di cui ho memoria è proprio un cavallo del palio.
Abbiamo sempre discusso, fin da bambina appunto, spesso litigato, guardando in tv questa folle corsa, che non ho mai visto dal vivo e che ho sempre visto con occhio critico, anche se appunto ero solo una bambina.
L’ho sempre guardato con l’ansia nel cuore, il battito accelerato, con il terrore che si facesse male qualche cavallo, cosa che poi puntualmente, e inevitabilmente, accade.
No, il Palio non mi piace, non me ne vogliano gli amici senesi, non me ne voglia chi lo segue con grande passione e ardore, chi ci lavora, chi ne conosce ogni singolo aspetto: lo so che lo fate con “passione”, che ai cavalli “gli volete bene”, li trattate come cristiani, li portate in clinica a operare una volta fratturati e che poi semmai esiste anche un pensionato dove possono essere ospitati a vita se non sono più in grado di fare niente. E se invece vanno abbattuti ci piangete, oh se ci piangete, ma questa era la loro sorte e hanno combattuto con gloria.
So anche che ci sono ambienti molto più crudeli con i cavalli, perfino quelli che sembrano più patinati, anzi proprio quelli, so tutto.
Perché il mondo dei cavalli lo conosco e bene, in ogni suo ambito e quindi parlo con cognizione di causa.
So dunque che ci sono realtà anche meno in vista del palio di Siena, dove accadono cose terribili, ma siccome non se ne dà notizia in Tv o sui social è come se non esistessero.
Ma non per questo mi piace il palio di Siena, anzi non mi piace doppiamente: perché essendo così famoso e in vista dovrebbe cominciare a porsi nell’ottica di dare il buon esempio.
Il mondo sta cambiando, e la sensibilità verso gli animali si sta modificando, non sempre in maniera equilibrata, ne convengo, ma ad ogni modo adesso molti guardano con “occhi diversi”, forse non ancora con quelli giusti, ma ci arriveremo, o almeno lo spero.
Ecco, il punto è che io ho sempre guardato, fin da bambina, con gli occhi degli animali, ed è proprio attraverso gli occhi dei cavalli che ribadisco: il palio non mi piace. Perché nessun cavallo al mondo se fosse davvero ascoltato sceglierebbe di mettersi in una condizione del genere.
Il fatto che poi ci stiano, e che vinca addirittura un cavallo scosso, dovrebbe dircela lunga e farci capire la grandezza di questi animali, la loro forza, il loro coraggio, e la loro enorme fragilità al tempo stesso.
E quanto siamo piccoli, stupidi, ciechi e incapaci di vedere e capire la loro natura profonda.

Quando penso al cavallo quello che provo è un enorme senso di gratitudine, per tutto quello che ha fatto per l’uomo nel corso della storia: non ci saremmo mai evoluti senza le gambe del cavallo, che in alcuni contesti siamo disposti a mettere a repentaglio con tanta leggerezza. Alle loro gambe, al loro cervello, alla loro schiena, al loro coraggio dobbiamo tanto. E non mi capacito di come non si riesca a capire questo, e a rendere onore a queste creature magnifiche che ci hanno permesso di diventare quello che siamo.
Inchiniamoci dunque davanti al cavallo che taglia il traguardo del Palio “scosso”, non perché lo vince, semplicemente perché ha più cervello di noi.

Anche di fronte alle nerbate ininterrotte del fantino dell’Aquila (e non solo le sue) chiniamo il capo, ma per la vergogna.

Di filo in filo, di nodo in nodo

Se ne vanno tante persone, in questi giorni.
Lo so, è la vita, e quindi la morte, che fanno il loro corso, ogni giorno ci sono persone che nascono, persone che muoiono, si ammalano, soffrono, lottano, alcune circondate da affetti e sostegno, altre in solitudine, senza nessuno che le pianga, che ne senta la mancanza.
È difficile cercare di capire, impossibile trovare delle risposte: alla morte di qualcuno che ci è vicino non ci abitueremo mai, che sia improvvisa, come è stata per Antonio, che in pochi attimi ha concluso il suo percorso sulla terra, lasciando famiglia e amici nello sgomento e nello smarrimento più assoluti, o che sia dopo una lunga ed estenuante malattia, come è stato per Francesco: neanche “prepararsi” in realtà serve a molto.
Niente: alla morte non ci si abitua, non ci si rassegna, non ci ci prepara. Quando arriva, e ci sottrae dagli occhi, dalle braccia, dal nostro quotidiano qualcuno che amiamo, sentiamo solo un grande vuoto, un senso di piccolezza che ci fa capire quanto sia rapido, e leggero, il nostro passaggio nel mondo.
Chi ha la fede che lo sostiene può darsi pace, può trovare un aiuto, chi non crede invece che ci sia un disegno divino che traccia le nostre esistenze fatica di più, e arranca.
Occorre fare un percorso a ritroso, in questi momenti, guardarsi bene attorno, fermando tutto, per ricercare il filo della vita terrena che si è spezzato; e raccoglierlo, stringerlo forte tra le dita e portarlo con sé. Ogni giorno, in tutto quello che facciamo, in quello che siamo. Perché siamo pezzi anche di chi non c’è più. Ce lo dobbiamo portare dentro, sentire la sua voce, accogliere la sua presenza che cambia forma, e modo di comunicare, ma resta in noi. Un lungo filo, che cuce le vite, che si spezza e viene raccolto, riannodato. Un filo pieno di nodi, che passa di mano in mano e tesse le esistenze delle persone.
Solo così possiamo avere un senso, solo così possiamo sopravvivere a chi ci lascia. Solo pensando che non ci lascia mai davvero, perché se guardiamo bene, lo troviamo quel filo, rotto in malomodo a volte, a volte strappato con violenza, a volte consunto e sfilacciato.
Raccogliamolo, con delicatezza, è un dono prezioso, annodiamolo al nostro. Portiamo i nostri morti nella nostra vita senza paura, solo così non ci lasceranno mai, la loro vita vivrà in noi e così di filo in filo, di nodo in nodo.