In una intervista si chiede a Norma Gomez Tomasi di definire che cosa significa il tango, la sua risposta mi ha colpito molto: “Qué significa el tango? La mejior definición es bailarlo”.
Credo che in queste poche parole possa racchiudersi l’essenza dello spirito del tango e del suo metodo di insegnamento, di cui ci ha dato un ottimo assaggio in uno stage suddiviso in due moduli, di tre ore ciascuno, presso il Centro Nagual il 15 e 16 novembre, organizzato dai nostri maestri Selene e Luca.
Io non conoscevo Norma – ballerina, coreografa e insegnante di tango con oltre 45 anni di esperienza – per molti del nostro gruppo invece è stato un ritrovarsi con lei, pieno di affetto, di memoria viva, seppure trascorsi alcuni anni dal suo ultimo viaggio, e ciclo di incontri, in Italia ha abbracciato tutti, chiamandoli per nome e dedicando a ciascuno un’attenzione, una cura particolare nel saluto. Connessione. Primo passo verso il tango.
Norma vive a Buenos Aires dove ha fondato con Ernesto Carmona la prima scuola di tango di Buenos Aires “Bohemia, Rincón de Arte”, in cui formano con il loro metodo unico per l’insegnamento del tango, registrato presso il Registro della Proprietà Intellettuale, ballerini professionisti e insegnanti di tango, ma insegnano anche a coloro che vogliono semplicemente comprendere che cosa “significa” ballare il tango.
Era questo, per me, lo scopo della partecipazione alle sue lezioni, che proponevano lo studio e l’approfondimento di alcuni aspetti fondamentali: “Abbraccio ed equilibrio. Musicalità e creatività”.
Ci siamo abbracciati, abbiamo cercato nuovi equilibri, ascoltando la musica, cercandola dentro di noi, per arrivare a interpretarla con creatività condivisa.
È stata un’esperienza molto formativa, un’occasione di riflessione e arricchimento non soltanto per ballare il tango, ma per cogliere le molte similitudini che ci offre con la vita, e con il modo con cui scegliamo di affrontarla.
“Il tango richiede coraggio – ci dice Norma – e fiducia, prima di tutto in se stessi e poi nell’altro”.
Senza coraggio non si balla, senza coraggio non si vive. Il coraggio della presenza, del volersi mettere in gioco, esporsi, offrirsi, magari sbagliare, ma nel tango l’errore non esiste: si tratta solo di un’occasione per creare qualcosa di nuovo, di inaspettato che sarà, perché no, forse, anche migliore. Di sicuro diverso, che cosa c’è di male? Chi decide che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? che cosa posso fare e che cosa è vietato? Tutte domande che la maestra ci pone perché cambiamo punto di vista, e proviamo ad aprirci a un nuovo modo di ballare: se lo sento, lo faccio.
Norma ci ha spinto così a uscire dagli schemi, a non ballare, e quindi porsi verso l’altro, con un pre-concetto, aspettandosi qualcosa di preciso e preconfezionato, ma a provare ad ascoltare, prima di tutto, la musica che nasce da dentro.
“Ognuno di noi ha una sua musica – suggerisce – provate quando camminate per strada a cantare o fischiare, forse chi vi vede vi prenderà per matto, ma vi accorgerete che anche i vostri passi sono una danza, si accordano a un ritmo, e sarà più facile ballarlo”.
È bello pensare che ciascuno abbia la sua musica, anche se il difficile è sentirla in due e riuscire a ballare la stessa! Riflettiamo sul valore dell’ascolto, dell’apertura verso l’altro: può trattarsi di una persona che non abbiamo mai visto, che forse non rivedremo mai più, che magari non parla la nostra lingua e non sappiamo neppure come si chiama. In che modo possiamo comunicare allora?
Con il linguaggio universale del corpo.
“El cuerpo – spiega ancora Norma nell’intervista – non sabe mentir y que quando queremos mentir con el cuerpo se hace mas evidente la mentira”.
Un concetto davvero interessante. Il corpo dunque non può che esprimere qualcosa di vero, se lasciamo che fluiscano le emozioni, passandole all’altro, si crea così un cerchio che si autoalimenta, senza strappi, angoli o spigoli. È quello che accadeva all’origine di questo ballo, ci racconta in un momento di pausa Norma, ci sediamo a terra e ascoltiamo.
Immaginiamo l’epoca e i luoghi in cui le persone si ritrovavano, provenienti da parti lontanissime del mondo: Africa, Italia, Polonia, Spagna, Russia. Lingue diverse, storie diverse, abitudini, usanze, tradizioni, cibi diversi. Eppure c’era qualcosa che univa tutte queste persone così differenti. La solitudine, il senso di smarrimento, il bisogno umano di contatto. È così che nasce, nei barrios e negli spazi comuni delle abitazioni povere, il tango: toccarsi, abbracciarsi un’esigenza umana, prima di tutto. Si mischiano i suoni, i ritmi, c’è molto delle danze tribali africane, per esempio, ed ecco spiegato il motivo: su tre persone una era di colore.
Norma ci invita a pensare a questo quando balliamo: sentire l’abbraccio come un punto di contatto, di connessione e provare a “scrivere” con i piedi, con il corpo, un linguaggio nuovo, forte, vero. E da qui un altro concetto: “El tango es MUGRE”. Sporco. Non c’è perfezione, affettazione, si improvvisa e quindi quello che si fa può essere irripetibile, unico, non pulito.
È la danza del “qui e ora”, richiede presenza, partecipazione, saper dire: Eccomi, sono io, intero, unico, imperfetto.
Balliamo, ascoltiamo la musica, le parole di Norma, proviamo a farle nostre, le tre ore di lezione volano e si esce più leggeri, con qualcosa che ciascuno porta a casa per metterlo in condivisione di nuovo la mattina seguente, per altre tre ore di lezione.
Partiamo assonnati, ma ritroviamo subito lo spirito del giorno precedente: pensieri profondi – va bene portare nel ballo anche la rabbia, la tristezza, la nostalgia o la preoccupazione – ma vanno sempre tradotti in leggerezza. Come si fa a essere tristi o arrabbiati “in modo leggero”? una bella sfida, da cogliere, da provare a mettere in pratica. Un punto di vista diverso: profondo non vuol dire pesante.
Quanto della vita c’è nel tango e quanto ballare il tango può essere utile anche nella vita?
Molto, moltissimo, se lo si intende in questo modo. Che poi credo che sia quello più vero, come testimonia chi lo pratica e lo insegna da una vita intera.
Salutarci non è triste, c’è la promessa di rivedersi, magari a Buenos Aires, Norma ci assicura che troveremo una porta aperta e una bella tazza di mate sempre pronta.
Il saluto in realtà è più breve del previsto: ci rivediamo la sera stessa alla prima milonga organizzata dalla neo costituita associazione “Tango Spring”, che abbiamo voluto creare proprio per promuovere occasioni nelle quali esprimere questo concetto di tango.
Accoglienza, gioia, voglia di stare insieme, questi i principi della “Otra Milonga” che abbiamo organizzato con cura e attenzione a ogni minimo dettaglio, al Jazz Road in via Bovio a Pisa: la risposta è stata positiva: tante le persone che hanno partecipato, apprezzando la musica, l’ambiente caldo, il buffet semplice ma accurato. Il clima è di accoglienza, di voglia di ballare e stare bene.
Sarà una bellissima serata, in cui aleggerà, leggero ma profondo, lo spirito che Norma ci ha trasmesso nello stage. Lei ci osserva, seduta, annuendo: sono sicura che avrà pensato di aver fatto un ottimo lavoro con noi. Non possiamo che confermarlo.
Alla prossima milonga allora (il 13 dicembre per la “Otra”, sempre al Jazz Road) per rivedere Norma invece toccherà andare in Argentina…