Le parole sono pietre, sono mattoni, sono armi, ali, frecce, imbuti; sono ponti, sono bombe, sono coltelli, sono fili, che cuciono, uniscono, sono fobici che lacerano, separano. Le parole sono potenti.
Non a caso in greco antico “parola” è indicata dalla stessa espressione che significa “ragione” e che contraddistingue l’uomo, assumendo anche una valenza filosofica articolata e complessa: λόγος (lógos). Stessa radice del verbo λέγω (légο), che significa “scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare”.
Quindi il legame tra la parola e il pensiero è strettissimo, anzi, si identifica e si sovrappone ad esso.
Per quali affascinanti e talvolta incomprensibili meccanismi linguistici in italiano sia passata la derivazione dal greco παραβολή, parabolè, attraverso il latino parabŏla, e poi paràula nel volgare non stiamo qui ad indagare.
Resta il fatto che la parola rappresenta l’elemento basilare della comunicazione verbale, l’unità minima di trasmissione ed espressione dei concetti. La parola è, al tempo stesso, instabile, fragile, frutto di continua manipolazione, soggettivizzazione, distorsione e incomprensione. La parola è di per sé fraintendibile, interpretabile, oggetto di continua metamorfosi.
Nonostante questa sua fragilità, rimane lo strumento di comunicazione più potente che esiste al mondo. È questo è un fatto.
Non ci credete? Pensate che siano solo gargarismi intellettuali di gente che passa la giornata a arzigogolare sul nulla? Roba da linguisti e glottologi e nulla più? Errato. Basta fare qualche prova pratica, velocissima, e tutto appare chiaro.
Mettiamo che due persone si incontrano e una dice all’altra, che ne so: “ti amo”. Cambia qualcosa? Oppure: “ti lascio”. Che accade? Ti licenzio, sei assunta, hai un cancro, sono tuo padre, o mille e mille altre piccolissime parole che hanno il potere di cambiare la vita delle persone. Stravolgerla anche. Con così poco: due o tre paroline, che muovono un mondo e innescano dei cambiamenti, accendono azioni.
Le parole sono micce.
È una cosa incredibile e ogni volta che ci penso mi si riempie il cuore di meraviglia, quello stesso cuore che una parola può far brillare di felicità oppure svuotare, spegnere, strizzare fino a fare male. Per così poco, per una parola: ci pensate? È una cosa straordinaria, secondo me.
Ma non esistono solo le parole dette, quelle è vero assumono il peso maggiore, più importante, quelle sono piccole guerriere operose, opliti che armano l’esercito della vita.
Ultimamente mi capita molto spesso di riflettere anche sulle parole meno fortunate, quelle NON DETTE, quelle OMESSE, TACIUTE, DIMENTICATE, che restano a vagare senza trovare un fiato coraggioso che le esprima, che le faccia esistere strappandole al loro limbo di incompiutezza. Per distrazione, negligenza, trascuratezza, per orgoglio.
Quante – e quali – sono le parole che non diciamo? Molto spesso sono quelle che riteniamo semplicemente “scontate”, pensando che non serva pronunciarle, o ripeterle. Perché?
Le parole non sono un UNA TANTUM, qualcosa che detto una volta basta per sempre.
Ecco un’altra caratteristica della parola: è importante coltivarla, ripeterla, rinnovarla, arricchirla, inserirla in diversi contesti, momenti. Si rischia altrimenti che resti al buio, che si opacizzi, si spenga, perda forza, che come tante cose della vita “sia scaduta”. Ma le parole scadono? Un’altra bella domanda. Temo di sì. E quanto dura una parola? Questa forse è più facile: una parola dura il tempo in cui si rende necessario ripeterla. Ecco quanto dura. Questo tempo però è soggettivo, non è uguale per tutti. E qui nascono le difficoltà, nei rapporti, tra le persone.
E dove finiscono le parole non dette? A volte le immagino, galleggiare nell’aria senza meta, inquiete, irrisolte perché non dette, come fantasmi senza posa in un limbo senza tempo. Una parola non detta, non scritta, esiste ugualmente? Una parola non espressa, che resta muta, vale? E quanto? Lo stesso? No. Purtroppo non può valere lo stesso. Eppure esiste, da qualche parte, anche lei. E aspetta, perché può sempre capitare che un giorno succeda anche a lei il miracolo di essere scelta, e pronunciata, di abbandonare il limbo e prendere forma.
Se è vero che tacere è un’arte, una pratica che dovremmo perseguire più spesso, è altrettanto importante capire che le parole vanno dette. Quelle necessarie almeno, quelle che servono a nutrire un rapporto, di qualsiasi genere esso sia: d’amore, d’amicizia, di parentela, di lavoro o di collaborazione. A volte anche una parola detta a uno sconosciuto può assumere un grande valore. Inaspettato. Altra caratteristica meravigliosa della parola: la capacità di creare stupore. Di accendere una fiamma, che resta, anche dopo che si è spento il fiato che le ha dato vita. Che sembra breve, un attimo, i pochi secondi che servono per pronunciarla, eppure il suo effetto continua a risuonare, lavora, scava, crea, demolisce, nella mente di chi la riceve.
Le parole non sono tutte uguali, alcune sono malefiche, portano dolore, distruzione, altre illuminano, danno speranza, accendono i cuori. Bisogna fare molta attenzione, nella scelta delle parole, perché una volta detta, una parola non torna indietro, come una freccia arriva dritto al suo bersaglio, e non la puoi fermare, non le puoi impedire di fare il suo centro.
La parola è λόγος, per tornare ai greci, è pensiero, è ragione, è VITA.
La parola fa la differenza. Ecco il suo peso, il vero valore; è diverso, dirla una cosa o non dirla.
Con buona pace dell’universo, perché sono tante, delle parole non dette, ogni volta che una di loro viene “scelta” e abbandona il limbo per prendere vita, si accende una fiamma. Che continua a brillare.