Un Sanremo che cura poco (e che poco si cura delle donne)

Eh sì quest’anno l’ho guardato anche io Sanremo, forse è stata la prima volta in cui l’ho seguito davvero e con più attenzione, ovvio che non sarei credibile spacciandomi per esperta critica musicale profonda conoscitrice della kermesse più attesa dell’anno. Tuttavia, avendoci fatto le due di notte per vedere la conclusione, sento di potermi arrogare il diritto di dire qualcosa anche io – visto tra l’altro che al tempo dei social lo fanno tutti.

Tanto per cominciare è stata una bella serata, perché ci ha offerto l’occasione di riunirci a casa di amici per guardare (sentire si sentiva poco) e più che altro commentare cantanti, look, presentatori e presentatrici, ospiti e via dicendo. Quando un evento funziona da aggregatore sociale, unendo trasversalmente generazioni diverse, è sempre una bella cosa, a mio parere. E questo il primo punto. Da lì a fare “un prodotto”, come dicono quelli che ci capiscono, di qualità e di livello, che veicoli messaggi importanti, che ri-porti al centro la valenza professionale e la potenza evocativa dell’arte di fare musica in un’epoca in cui tutti sanno dicono scrivono – e ovviamente cantano – ce ne corre.

Ecco dunque il bastone, dopo la carota: un po’ sono occasioni perse, queste in cui c’è la possibilità di arrivare nelle case, e nelle menti, di così tante persone – stiamo parlando di 13,4 milioni di spettatori mica bruscolini – diretti come missili se non le si sfruttano e colgono per “fare la differenza”. E io la differenza non l’ho vista, son sincera, ho visto piuttosto una rassicurante e confortante conferma, specchio di una società che certe cose le vuole dire, le vuole vedere, un pochino, il giusto dai, solo per poter dire che le ha dette e viste ecco (e ce le hanno messe proprio tutte eh). Perché “si deve”. Nulla più.

Ma andiamo per ordine, prima i cantanti, dato che dovrebbe essere la musica protagonista di questo festival no? Questo temo a tratti sia un po’ sfuggito, ma insomma forse anche no. Perché se nella cinquina di finalisti abbiamo Cristicchi, Brunori, Lucio Corsi che è stato forse la vera “rivelazione” di questa edizione mi sta bene. Peccato che c’è Fedez, per dirne uno, sul quale mi taccio che è meglio, peccato che Giorgia, signora indiscussa per classe e per voce, è stata esclusa dalla cinquina dei finalisti anche se consolata dal premio “TIM” e più che altro dal pubblico, che forse alla fine è anche il riconoscimento più bello che un’artista può ricevere. Forse è anche giusto che a vincere sia un ragazzo di 23 anni con un nome e un look improbabili che parla di un tema improbabile (la nostalgia che poi anche in italiano è un’altra cosa da quello che canta lui, ma insomma non stiamo a scendere nella semantica che mi pare eccessivo sennò) ma decisamente “fresco”, largo ai giovani in questo caso ha funzionato, anche se questo risultato credo abbia fatto storcere la bocca a molti.

Dicevo contenta per Lucio Corsi, invece, un ragazzo che sa cantare, e sa suonare, intanto, e non mi pare cosa scontata in quel circo lì, che ha saputo porre con leggerezza e originalità un tema, questo sì, di grande impatto anche sociale, non solo per i più giovani: un elogio della fragilità e dell’imperfezione, posto con la cifra vincente dell’umiltà e dell’ironia. Tanto di cappello. Andarsi bene per come si è, anche senza essere “duri”, eroi, tatuati, muscolati, vestiti di pelle nera, con catenazzi, piercing e occhiali scuri, quelli con “troppo sole” per dirla proprio con Lucio. Insomma quasi tutti gli altri partecipanti, almeno maschili, mentre la componente femminile faceva a chi ce l’ha più grosse, più pompate e più scoperte (scegliete voi se le tette, le labbra o anche gli zigomi). Ops, scusate sto divagando, scivolando pericolosamente su un altro terreno. Mi fermo che è meglio.

Di musica me ne intendo poco, la ascolto molto, questo sì, ma quello che mi sento di dire è non più di quanto detto, felice per questi personaggi che ho citato – bellissimo il testo della canzone di Cristicchi che ha avuto il merito, anche se non originale, ci aveva già provato Ruggeri (escluso da Amadeus) con la bellissima canzone “Dimentico” qualche anno fa, di parlare di un tema drammatico quanto attuale, quello della “cura” verso i genitori e gli anziani che tornando “piccoli” ci costringono a fare i conti con la nostra di piccolezza.

Due parole le voglio dire invece sulle conduzioni, e qui mi sento di essere meno lusinghiera. Non mi ha convinto Carlo Conti, non l’ho proprio trovato all’altezza, ancora meno soddisfatta delle conduttrici femminili, a parte ammirare il coraggio e la classe di Bianca Balti, anche questo un messaggio importante, non ho visto professioniste, non ho visto nessuna fare la differenza, per tornare su questo tema. Ho visto una serie di vestiti strabilianti – alcuni molto belli altri meno – portati a spasso su un palco, talvolta anche goffamente, da manichini poco disinvolti perfino nella lettura del testo che scorre sul monitor, nessuna padronanza di quel palco, né tantomeno, della comunicazione, che a mio avviso ne esce svilita e perdente. Come la figura e il ruolo professionale della donna del resto, ecco alla fine lo voglio dire, che non mi è piaciuto come è stato portato su quel palco (ah tra l’altro i cinque finalisti tutti uomini, anche questo un caso?), questa sì che è stata una grande occasione persa, quella di poter mostrare che le donne, ma come gli uomini del resto, nel mondo della musica, dell’arte, della comunicazione devono avere talento, che spicca, che spacca, che buca, che fa la differenza, che illumina, che dice ai giovani e non solo eccomi, io ce l’ho fatta, anche se sono un fragile, come dice Lucio, ma ci ho creduto, mi sono impegnato, con fatica, con dedizione, con coraggio, con ironia e lucidità, perché credo in quel che sono e che valgo, seppur diverso da quello che ci impone questa società rimpolpata di silicone.

Per tornare alla carota, perché solo bastone fa davvero troppo radical-chic che non mi appartiene per nulla, l’ho guardato volentieri questo Festival, devo confessare in realtà che ho visto solo tre serate su cinque, ma le canzoni le ho ascoltate tutte e attentamente. Mi piace il fatto che unisca, divida, che faccia discutere, appassionare, che sia l’occasione – anche se non sfruttata a pieno e al meglio s’è detto – di parlare (anche) di tumore, di malattia mentale, di demenza senile e vecchiaia, di depressione, ma anche d’amore, ovvio, di cuoricini, di figli, della vita, in tutte le sue sfumature, vissuta, immaginata, cantata, condivisa.

Io intanto rimango dell’idea che un bravo artista, che si occupi di musica, di scrittura, di pittura, deve fare la differenza, per me la differenza a questo giro l’ha fatta avere una voce, una classe, una presenza e una professionalità come quella di Giorgia, o un talento ironico potente nella sua iconica fragilità di Lucio. Tutto il resto è noia…(incluso e soprattutto l’insopportabile spiegone dell’Albertone Angela, ecco l’ho voluto dire).

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