Parliamoci chiaro: questa cosa degli auguri al tempo dei social, Facebook, Instagram, Whatsapp et similia andrebbe abolita. O almeno andrebbero aboliti gli “auguri generici”, cumulativi, per intenderci: quelli che mandi a tutti e che ti intasano il telefono senza via di scampo a partire almeno almeno dal 20 dicembre e via così fino a Befana, il che significa più di due settimane di assillo con immagini di ogni sorta dimensione forma e colore, gif, video, animazioni e chi più ne ha più ne metta alle quali, almeno per quanto mi riguarda, mi rifiuto di rispondere.
Perché se davvero mi vuoi “fare gli auguri”, fai lo sforzo di scrivere qualcosa di personale, anche chennesò “auguri Francesca”, scrivi una cosa a me, perché mi vuoi sentire proprio me, in quel momento, e non perché annaffi la tua intera rubrica con una pioggia di stupidaggini qualsiasi che ti viene in mente di spedire nell’etere. È una cosa che mi manda in bestia, perché – anche con un certo sforzo – non arrivo a comprenderne il senso. Anzi, peggio, mi urtano il sistema nervoso. Ricevere un messaggio del genere da una persona che non sento mai con questa modalità mi rattrista. Perché se ti va di “sfruttare” l’occasione natalizia in cui siamo tutti più buoni e vogliamo sentirci benefattori dell’umanità e magari “mandare gli auguri” a qualcuno di cui non hai notizie da tempo, con cui magari hai discusso e ti tornerebbe male scrivergli in un giorno qualsiasi una minchiata qualsiasi, che sarebbe in ogni caso decisamente più apprezzabile degli orridi auguri suddetti, ti prendi la briga di usare le ditina per scrivere: “Con l’occasione del Natale mi è venuta voglia di sentirti e di farti gli Auguri”. Ecco, ma dico io, cosa ci vorrà mai a pensare e inviare un messaggio di questo tipo invece di Babbo Natale, renne, elfi, palle di ogni sorta o, peggio ancora, della Sacra Famiglia riunita e la scritta in caratteri dorati “Buon Natale”?
Vorrei tanto avere il garbo di rispondere con un “Anche a te e Famiglia” che, si sa, va bene su tutto, ci fai bella figura, sempre che uno una famiglia la abbia, naturalmente, che ci trascorra il Santo Natale insieme, che davvero lo faccia perché lo vuole fare e non detestandosi e riunendosi solo perché così vuole la “tradizione” per strafogarsi di cibo, buttandone via poi almeno la metà, e scambiandosi inutili regali comprati all’ultimo minuto tanto per non presentarsi a mani vuote. Eh no, nemmeno “anche a te e famiglia” rispondo agli auguri lanciati a caso come coriandoli di martedì grasso. Rispondo solo a chi mi scrive “Buon Natale Francesca”. Perché il Natale è una cosa personale, è un fatto intimo, una questione delicata, che andrebbe presa tanto più sul serio e al tempo stesso con tanta più leggerezza.
È un giorno come un altro, il Santo Natale, per chi è solo, per chi ha perso qualcuno di recente, per chi è infelice nella famiglia in cui vive, per chi ha perso il lavoro, per chi non lo trova, per chi è costretto ad andarci invece dei festeggiare, per chi non sa come dire al marito o alla moglie che lo/la tradisce e non ne può più, per chi deve iniziare una chemioterapia, per chi lascia il pranzo a metà per correre a salvare qualcun altro che si è cacciato in un guaio e deve essere “salvato”. Perché tutti dobbiamo essere salvati, ogni giorno, non solo a Natale, ma forse a Natale un po’ di più.
Perché a Natale quel che manca pesa di più. Si sente di più. È questo, no, per chi ha il dono della fede, il significato della nascita del bambino Gesù. Che si è fatto uomo, si è fatto piccolo e si è fatto “ultimo”: non ha scelto certo di nascere in una casa elegante e calduccia, con babbo e mamma ricchi e una bella tavola imbandita di ogni bene che poi finirà a gonfiare l’enorme cumulo di rifiuti in cui (un quarto) dell’umanità si sta seppellendo, mentre gli altri due terzi muore di fame. Eh no, Gesù nasce in una stalla, con un padre anziano, forse ormai poco capace di accudirlo e che pure cerca di fare del suo meglio per dare alla giovane compagna, senz’altro spaventata, la possibilità di partorire in un luogo “sicuro”, senza denari per permettersi di meglio. E nasce in Palestina Gesù Cristo, guarda un po’, nasce in un posto dove oggi c’è la guerra, dove muoiono ogni giorno bambini proprio uguali identici spiccicati a lui, anche nel giorno del Santo Natale. Come si fa a non pensarci. A questa cosa qui, e a tutte le cose tristi del mondo che, appunto se esistono sempre, in un giorno in cui si dovrebbe essere tutti “sereni, felici e contenti” di sicuro pesano di più che negli altri 364 dell’anno.
E allora che dobbiamo fare, direte voi, stare tutti con il muso lungo per Natale? Stare chiusi in casa, soli, tristi, senza farsi regali, imbandire tavole, e riunirsi per pranzo con le proprie famiglie?
No, non voglio dire questo, ci mancherebbe. Si fa bene a fare festa, a provarci, a stare insieme, a stare “in serenità”, almeno il giorno di Natale, a crederci, almeno per qualche ora, che siamo tutti più buoni e che le cose andranno meglio, tutto sommato è uno sforzo che si può fare, lasciarsi coinvolgere e illuminare dallo Spirito del Natale è una cosa bella, altrimenti saremmo tutti come l’arido Ebenezer Scrooge, per l’amor del Cielo!
Quindi, festeggiamo, brindiamo, stiamo il più possibile con i nostri familiari e non solamente con loro, ci mancherebbe. L’unica cosa, per favore, almeno, fate uno sforzo: gli auguri mandateli “ad personam”, a chi desiderate sentire, uno per uno, prendetevi qualche minuto, non è poi così difficile, ma liberateci dalle catene di Santa Claus!