C’era una volta una phya strepitosa di nome Psiche, lo so è un nome un po’ di merda però tutto non si pole ave dalla vita, anche perché – come se non bastasse esse phya – era anco ricca e nobile, figlia di re, e ultima di tre sorelle (che erano decisamente più bruttine).
Venere, intendo la dea, che era la più phya di tutte si sa, figuriamoci cosa ci poteva ave da esse invidiosa delle donne mortali, ma essendo comunque una femmina era piena di fisime, aveva paura gni rubasse r primato di bellezza, e così si fissa con questa fanciulla e decise di falla leva di torno ar su figliolo, altro phyo tremendo, ma non proprio sveglissimo (e anche qui vale r principio che tutto non si pole ave). E così lo chiama e gni dice: “Senti nini, piglia un popo’ le tu freccine e falla innamora d’un mostro, vedrai abbassa le penne” (che poi da dì ar su bimbo che c’aveva l’ali è anche una ‘osa bruttina, ma vabbe’ anche Venere c’aveva delle gran doti, ma quando Giove distribuiva la senZibilità era a fa la fila per le tette).
Amore, ovvero Eros o Cupido, anche qui su nomi sorvoliamo che è meglio, parte ubbidiente alla su mamma, che per l’amore del cielo sennò poi chi la regge, ma quando la vede bella esagerata a quer modo si ‘onfonde e cosa fa, quel bischero? Con la freccia magica s’infilza un piede e addio: piglia una botta soda per la fanciulla, altroché dalla a’ un mostro: la vole ma ner su letto, quel popo di manzo vispo!
Ner mentre i genitori della ragazza s’erano preoccupati di consulta l’oracolo che era un po’ come r divino Otelma all’epoca, che gni consiglia senza dubbio d’abbandonalla da sola in cima a un dirupo, perché come genero gni toccherà “un feroce, terribile, malvagio drago alato” (per usa le parole precise di Apuleio, che era algerino giunto a Roma cor barcone, ma il latino lo sapeva alla perfezione e fece anche una certa carriera, ora non vi sto a spiega perché e percome sennò ci si fa notte, ad ogni modo i romani erano così e un gli importava granché se eri affriano, anzi).
InZomma la ca’ano lì, poveraccia, sperando così di elimina r problema del genero mostro, popo di furboni, ma Amore ormai era in fissa forte e con l’aiuto del libeccio (Zefiro per l’acculturati) la stiocca dritta dritta ner su letto. E lì un c’è Santi, è r su campionato: zobano tutta la notte roba da un sape come fa a raccontallo.
Infatti, gni dice ner buio lui a lei dopo sedici amplessi: “Tesoro, non lo devi dì a anima viva, mi raccomando“. Gni garantisce che vivrà nel lusso e nella bambagia, tutte le notti rumba che Rocco Siffredi levete proprio, ma dovrà sta zitta muta e, cosa più importante di tutte, mai accendere la luce! Nein! Verboten! Ar buio e uci. Guai a chiede di vede in ghigna ir su amante, ti garba tromba bimba? E allora zitta e ubbidisci. Non è che con quelle cose sulla parità di genere a quel tempo andassero forti forti, ma del resto si sa, la donna è così da millenni: curiosa e disobbediente (pensate a Eva, che un ha dato retta a Dio, per dire, a noi fa cosa ci dicono l’omini c’è sempre garbato poino).
Ad ogni modo, lei dice sissivabbene, un ti preoccupa Amore (di nome e di fatto) zitti zitti e ar buio pesto. Poi però una notte gni sussura: “Tesoro Amore, mi garba tanto sta con te, ma mi sento un po’ sola a giornate sane vi dentro, vorrei tanto rivede le mi sorelle…e gni mette il labbrino, e ciuci ciuci bao bao; insomma alla fine lo convince, non vi sto a spiega come, tanto s’è capito. E allora fa veni quelle du serpi delle su sorelle che invidiose marce, a vede tutto quer bendiddio e a senti che tromba come i panda prima der WWF, gni dicono: “Mah se’ondo noi r tu omo è un mostro orribile“… “Diamine, sfregiato ner volto”… “Sissì, un serial killer, vedrai una di queste notti ti fa fori e ti butta da qualche parte”, che poi era una cosa che allora usava, e che purtroppo non si può certo dì che un succeda più.
Allora Pische va tutta ner pallone e, convinta da quelle du arpie, una notte, dopo avello stancato bene bene, prende un ber pugnale e una candela per vede il su sposo in ghigna e poi accortellallo ner sonno.
E invece, toh, resta senza fiato dalla bellezza di quel popo di gnocco addormentato con l’ali e tutto r resto, che una roba così un l’aveva mai vista in vita sua, ar punto che gni trema anco la candela, si incrina e gni casca una goccia d’olio sulla spalla di lui. Che si sveglia tirando un moccolo, ovvero offendendo quarche su parente stretto, e poi va su tutte le furie perché lei gl’ha disubbidito.
La povera Psiche piange e strepita, urla e si trappa i capelli che pare uscita dar maniomio di Vorterra, gni s’attacca ai ginocchi, ma lui nulla: sdegnato vola via e la ca’a lì da sola: “D’improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa” (sempre per dilla con Apuleio, per farvi capì che un invento nulla).
Lei allora si dispera a tar punto che tenta di levassi dar mondo in vari modi con le su stesse mani, perché senza di lui la su vita un ha più senZo, ma gli dei tutte le vorte la ripigliano per i capelli, perché poverina fa pena a tutti, disperata a quella maniera, ma nessuno se la sente di intervenì perché: primo tra di loro c’hanno delle regole, e poi anda a pesta i piedi proprio a Cupido non è cosa per nessuno. Comunque c’è da dì che le donne con le pene d’amore son sempre state veramente un disastro.
Per seguita: tra un tentativo di suicidio e un pianto, alla fine la poveretta decide di partì, per fa cosa direte voi? O allora, gni prese così. E gira gira, si raccomanda a tutti gli dei in tutti i templi che trova, finché un entra in quello di Venere, che poi sarebbe la su socera che, perfida come tutte le socere ci mancherebbe, alla fine decide di dagni una mano, ma prima di fagliela paga bene bene, povera crista.
Comincia cor digni di fa dei mucchietti tutti uguali con delle granaglie, ma seeee bonaaaa! quella piange e piange un è bona nemmeno a pricipia, ma l’aiutano le formi’e e issati. Prima prova fatta. Poi deve tosa le pe’ore in un pascolo celeste, ma anche qui se un l’aiutava una canna (non da fuma eh, anche se a un certo punto il sospetto devo dì viene) un ci cavava nulla, ma alla fine la spunta anche cor gregge divino. Popo di fortunata, se si vole dì fortuna, perché quando sei phya a quer modo una mano lo trovi chi te la da, vai. Poi, terza prova, deve raccoglie l’acqua in cima a una rupe con le pareti tutte lisce e qui l’aiuta l’aquila di Giove, perché s’era rotto i coglioni anche lui delle idee der cavolo della su moglie (e poi ovvio gni garbava di morto anche a lui la su norina, hai visto mai poi ci scappasse varcosa). Ma Venere, stinfia come po’e non contenta di tutto, alla fine dove la manda? All’Inferno, ma no per modo di dire eh. Per davvero.
“Vai da Proserpina – gni dice – e rubale un po’ della su bellezza e portamela”.
Con questa cosa della bellezza c’era un tantino fissata va riconosciuto, Venere, menomale un c’erano i chirurgi plastici allora sennò a diventà come Moira Orfei gni ci voleva un attimo.
Insomma, all’Inferno Psiche un ci vole anda, lagna a destra e a manca e allora cosa fa? Borda si vole butta giù da una torre! Ma niente oh, di mori un se ne parla: la torre stessa l’aiuta nella missione, la bimba va all’Inferno e torna che pare pagata, con una bella ampollina con dentro la bellezza di Proserpina (ah se non sapete chi è Proserpina arrangiatevi da soli perché un è che vi posso spiega tutto io, popo di gnoranti).
E insomma, lei bellina bellina che torna dall’Inferno con la su ampollina nelle manine…indovinate un po ‘cosa combina? Bravi! L’apre! L’avreste fatto anco voi lo so, le donne di siuro e infatti…
E lì la nostra curiosona piomba in un sonno profondo che Biancaneve e La bella addormentata nel bosco a confronto facevano una penichella postprandiale.
A questi punti Eros, o Cupido, non ne pole più. Tutto il creato che gli rompe le palle a digni ma ti rendi conto che popo di merda sei? Quella disgraziata è lì che tu madre la tormenta e pur di riavetti è andata anco all’Inferno, che è una cosa che si sente solo nelle canzoni di Cocciante e te? Stai qui a lisciatti le piume come la Berte.
“Sì ma de – fa lui ar su amio Mercurio – è possibile che un regge neanche il semolino lei lì? Bella è bella, a letto uno stianto, ma è curiosa come una scimmia e poi se gni dici di un fa una ‘osa vai tranquillo che tempo due la fa”.
“O cosa voi – gni risponde lui che è un dio multiforme in tutti i senZi – è una femmina si sa, a te ti garbano parecchio lo dovevi mette ner conto!”.
E in effetti sfinito dalle polemi’e, Amore-Eros-Cupido si convince e intenerito, e più che arto parecchio arrapato rimembrando le nottate a fa il kamasutra che l’indiani se l’avessero visti c’avrebbero scritto artri du libri illustrati, la raggiunge: con un bacio appassionato la sveglia e, mentre lei apre l’occhi cor battito di ciglia che ci mòvi le pale eoliche di Cascina, lui gni fa: “Oh, però chetati”.
Oggiù, alla fine son felici e contenti, parrebbe, ma lei nZomma: si vole sposa.
“Così non mi sento completa – gni fa mentre si scioglie i sandali tacco 12 alato – mi par d’esse una concubina, e poi tu madre…”
Eros-Amore-Cupido ar matrimonio è un po’ allergico, infatti di sposassi un aveva mai voluto sapenne e poi chi la convince quella testa dura di su’ madre, per l’appunto, che un gne n’è mai andata bene una? Allora la pensa giusta: parla cor su babbo, Giove, che oltretutto per quella grandissima gnocca della su nora un debole ce l’ha, e appena gni riesce gni dà anche una bella parpata alle chiappe di marmo (per quello, si narra, poi r Canova ci fece la famosa statua proprio con quer materiale coriaceo che ben si addiceva alle natiche e alle tette della nostra Psiche, e poi anche a quarcos’altro ma lasciamo sta).
NZomma, si diceva, che tocca ar povero Giove affronta quella iena della su dorce metà per convincerla alle nozze der su figliolo con quella scialucca che aveva spedito fino all’Inferno. E con questo argomento, e pare anche con un ber brillocco, un vestito Gucci nòvo, un fine settimana alle terme di Abano e la promessa di lasciare armeno tre delle sue sedici amanti, alla fine la convince. E matrimonio sia!
Fanno una bella festa di nozze cor catering e tutto, Bacco che mesce r vino e ovvio tempo due tutti briai mezzi, le tre Grazie che sònano la lira (l’euro viene parecchio tempo dopo), e Vurcano che cucina colla fiamma ossidrica i frittini che l’amorini servono ne’ cartoccini.
Lei bella da morì felice che pare una pasqua, lui phyo abbestia, impeccabile, a parte la modifica der vestito di Dorce e Gabbana per via de’ buchi sulla stiena per l’ali: e vissero insieme per sempre felici e contenti.
Ah, poi ebbero anche una bella bimbina: la chiamarono Voluttà, che, tra le varie cose, ricorda Psiche con un amorevole sorriso al desiato sposo subito dopo il parto, fa rima cor budello di tu mà.